Salone del libro: le questioni ancora aperte

Torino, Lingotto | © Paolo Candelo
Torino, Lingotto | © Paolo Candelo

La presenza al Salone del libro di Torino di un editore che si è proclamato lui stesso fascista ha suscitato lunghe polemiche. Si sono ripetuti i riferimenti alla legislazione italiana che vieta la ricostituzione del Partito nazionale fascista. Le disposizioni sono mal scritte e mal applicate, ma è sui valori di fondo che bisogna intendersi. Ciascun popolo vuole scongiurare il ritorno del regime sotto cui ha sofferto.


Alcune rapide osservazioni sulle discussioni che hanno circondato la presenza al Salone del libro di Torino di un editore che si è proclamato lui stesso fascista. E’ già stato detto di tutto. Proviamo a guardare ai fondamentali.

L’organizzazione del Salone ha comunicato il proprio recesso unilaterale dal contratto per la locazione dello spazio espositivo dell’editore in questione (per favore si abbia pietà delle orecchie di chi ha studiato diritto e non si parli di «rescissione» o «disdetta» del contratto). Per anni, editori dubbi hanno presentato libri dubbi allo stesso Salone: sin quando il fenomeno resta confinato ai pochi metri quadri di uno stand e a qualche visitatore sfegatato, può essere riassorbito fra le storture dell’umanità, è quasi inevitabile; se la presenza di un tale editore diventa un caso mediatico, non è più sostenibile. Il Salone dovrà rimborsare dei costi e (forse) risarcire dei danni. Paga per aver accettato il rischio di dare spazio a un editore discusso, è un rischio d’impresa. E’ bene che sia andata così. Non basta, però.

In questi giorni si sono ripetuti i riferimenti alla legislazione italiana che vieta la ricostituzione del Partito nazionale fascista. Le disposizioni in questa materia sono mal scritte e mal applicate, ma non credo che il punto sia questo. Bisogna intendersi su quali sono i valori di fondo che distinguono ciò che è accettabile da ciò che non lo è, non sul nome della dottrina politica a cui si riferisce.

Per decenni, in Italia (e persino qui in Canton Ticino) si è assistito all’indegno spettacolo di terroristi di ogni segno che facevano apologia di sé e dei loro atti criminali, umiliando le loro vittime e beffandosi dello Stato di diritto. Dietro al regime russo di oggi vi sono ideologi che seguono dottrine apertamente fasciste, e forse il loro caso è uno dei pochi in cui l’uso di questo aggettivo è davvero adeguato, in epoca moderna. Ebbene, il più noto di tali ideologi ha recentemente tenuto indisturbato un’ampia intervista alla televisione pubblica italiana, così ampia che intellettuali ben più meritevoli possono solo sognarsela, e riconosce lui stesso di avere regolari relazioni con alti esponenti di partito e governo italiani (e altri Paesi europei). Alcuni mesi fa, alla cattura del terrorista Cesare Battisti, si è udito e letto un profluvio incontenibile di difese dei suoi atti. Non sarà difficile trovare non solo al Salone del libro, ma in qualunque libreria, opere (chiamiamole così) in cui si esaltano eroi e regimi che non sono o non furono di segno fascista, ma non lasciarono ricordi migliori in coloro che li subirono.

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L’Italia ha una legislazione che vieta la ricostituzione del Partito fascista; altri Paesi ne hanno una che vieta la ricostituzione del Partito comunista: ciascun popolo vuole scongiurare il ritorno del regime sotto cui ha sofferto, e lo chiama con il nome che quel regime si era dato, ma entrambe le normative nascono da visioni parziali del problema.

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L’elemento descrittivo del divieto non dovrebbe essere il nome della dottrina politica da cui sono nati i diversi regimi, ma i valori fondamentali da essi violati, che sono sempre gli stessi, comunque si chiami il governo che li reprime. Non solo: una legislazione che vieta la ricostituzione di un regime passato tutela solo dal ritorno di quel passato, non dal sorgere di regimi di altre forme. Questo, in fondo, è il limite che rende così difficile applicare le disposizioni italiane, anche di fronte a episodi di manifesta esaltazione odierna del fascismo.

Esiste un catalogo di diritti umani fondamentali ormai consolidato, dal 1948, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo e con gli altri documenti seguiti a quel primo, grande risultato. Forse è ora di chiedersi se a essere vietata non debba essere la ricostituzione di un partito o la diffusione di questa o quella dottrina politica che ha seminato morte, ma l’apologia della violazione dei diritti umani fondamentali, o almeno del loro nucleo centrale: vita e libertà civili essenziali, calpestate da tutti i regimi dittatoriali, tutt’oggi.

Si obietterà che ciò limita la libertà di espressione, anch’essa un diritto fondamentale. La libertà d’espressione, però, non è un concetto astratto, che dà a chiunque potere di dire qualunque cosa. Mai come oggi, di fronte a certi profili Facebook o Twitter, ci rendiamo conto che la libera espressione, se vuole continuare a esistere, deve rispettare limiti determinati: esiste un criterio qualitativo, ma per paura e pigrizia non viene applicato. E’ più comodo lasciar fare, con il pretesto della libera espressione, piuttosto che assumersi l’onere di dire dei no.

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Andrebbe affermato con coraggio, praticato e sanzionato dai giudici, che non ha diritto di espressione e non può essere parte di alcun «dialogo» non chi esalta questa o quella dottrina politica, ma chi esalta l’aggressione ai diritti fondamentali della persona umana. A settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, sappiamo bene quali sono. Non sarà facile, ma nemmeno più difficile che applicare le claudicanti e attempate legislazioni esistenti.

Intanto, sempre a Torino, si è consumato un fatto che è passato quasi sotto silenzio. Il giornalista de «La Stampa» Jacopo Iacoboni avrebbe dovuto essere protagonista di un evento, durante il Salone, dedicato ai suoi libri, nei quali indaga con successo e puntiglio i rapporti tra i partiti italiani ora al governo e la Russia, scoprendo molti altarini. Con motivazioni ridicolmente pretestuose, il Salone non ha accettato che tale evento si svolgesse.

Questo rifiuto non rientra nelle fattispecie previste dalle norme contro la ricostituzione del Partito fascista, anche se è una chiara decisione di censura politica, ma va bene così, a quanto pare.

2 commenti

  1. Non aggiungerei una riga in più! Peccato non venga pubblicato in testate come Corriere e simili, ce ne sarebbe un disperato bisogno in un’epoca in cui al centro c’è sempre l’ideologia e quasi mai in buonsenso.

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