Perché la protezione ambientale dà fastidio

Giovane manifestante | © Josh Barwick
Giovane manifestante | © Josh Barwick

E’ inutile che singoli Paesi adottino misure di protezione ambientale, se anche gli altri non fanno altrettanto. Gran parte delle norme che regolano la protezione dell’ambiente ha carattere internazionale. Le norme del diritto internazionale ambientale contrastano numerosi interessi economici, ma questo non è il solo motivo per il quale l’imporsi della questione ecologica è osteggiato.


Gran parte delle norme che regolano la protezione dell’ambiente ha carattere internazionale: le leggi di recepimento sono nazionali, ma le loro fonti si trovano spesso in norme europee o in accordi globali per la riduzione delle immissioni e per la protezione dell’ambiente e delle risorse naturali, in ogni forma .

Questa particolarità è dovuta a una caratteristica intrinseca delle questioni ecologiche: non ha senso che singoli Paesi adottino misure di protezione ambientale, se anche gli altri non fanno altrettanto. Aria, acqua e sottosuolo non conoscono confini politici. Allo stesso modo, i pericoli che discendono da uno sfruttamento inadeguato delle risorse naturali e da un inquinamento scriteriato ricadono sull’intera umanità: si pensi alle catastrofi nucleari o ai naufragi di navi mercantili che trasportano sostanze nocive.

Le norme del diritto internazionale ambientale scontentano numerosi portatori di interessi economici, che vorrebbero sfruttare le risorse planetarie senza limiti. Questa, però, non è l’unica causa per la quale l’imporsi delle questioni ecologiche è osteggiato da correnti di pensiero ben identificate.

Particolarmente negli ultimi decenni, come abbiamo detto, la protezione dell’ambiente è diventata una parte sempre più rilevante del diritto internazionale e degli accordi in seno alle Nazioni unite. La materia è ancora informe e avrebbe bisogno di una sistematizzazione: vi si trovano norme cogenti a fianco di accordi non vincolanti, disposizioni di diritto pubblico e codici di condotta di fonte privatistica. Ciò non toglie che le sedi internazionali siano le uniche nelle quali è possibile affrontare e provare a risolvere buona parte delle sfide a cui è esposto l’ambiente, dal cambiamento climatico all’inquinamento dei mari.

Fu proprio il naufragio di una petroliera, la Torrey Canyon, che stimolò la prima iniziativa globale sui problemi dell’ambiente nel quadro delle Nazioni unite: arenatasi al largo della Cornovaglia nel 1967, la nave causò un immane disastro ecologico e rivelò l’impreparazione del mondo di fronte a eventi capaci di compromettere gravemente la salute dell’ambiente. Negli anni successivi, il crescente uso di pesticidi, il manifestarsi del fenomeno delle piogge acide e altre visibili conseguenze di uno sviluppo industriale disordinato accrebbero la consapevolezza verso i temi ecologici. La Conferenza ONU sull’ambiente umano (1972) è considerata come punto di partenza delle moderne azioni per lo sviluppo di una normativa ambientale globale. Ne sono sortiti accordi, di necessità, assai generali, ma piuttosto efficaci, anche grazie all’attenzione che l’opinione pubblica riserva al tema dell’ambiente.

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Un principio strettamente collegato alla protezione ambientale è quello della biodiversità: il concetto di sviluppo sostenibile, a sua volta, nasce dalla ricerca di uno sviluppo che non distrugga la molteplicità delle specie e la varietà delle forme di vita sulla Terra. Sviluppo sostenibile, perciò, non è un semplice modo di dire. E’ un concetto carico di implicazioni scientifiche, giuridiche e politiche, codificato dal cosiddetto Rapporto Brutland, emesso nel 1987 dalla Commissione delle Nazioni unite su sviluppo e ambiente, istituita nel 1983.

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Un altro grave episodio che riportò drammaticamente l’attenzione del mondo sulla questione ambientale fu, nel 1986, la catastrofe di Černobyl’, nell’allora Unione sovietica. Mise in luce i rischi dell’energia nucleare e stimolò la promulgazione di convenzioni internazionali, fino ad allora mancanti, che vincolassero gli Stati a precisi obblighi di comunicazione e di assistenza in caso di incidente atomico.

Si giunge così a eventi più recenti che tutti facilmente ricordiamo: il Vertice mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro (1992) con la cosiddetta Agenda 21, Il Vertice di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile (2002) e, pochi anni fa, l’Accordo di Parigi per la lotta contro i cambiamenti climatici (2015). Queste conferenze sono state tra le più partecipate, fra tutte quelle mai promosse dalle Nazioni unite. Hanno prodotto documenti sottoscritti da un numero di Stati senza precedenti: l’accordo di Parigi è passato alla Storia per essere stato il primo accordo globale firmato realmente da pressoché tutti gli Stati ONU, con la sola eccezione del Vaticano, che era tuttavia presente come osservatore. Il successivo ritiro degli Stati uniti, voluto da Donald Trump, ha purtroppo offuscato il successo dell’accordo.

Proprio il recesso degli Stati uniti dall’Accordo di Parigi ci aiuta a comprendere le ragioni per le quali il diritto ambientale e, in generale, la sensibilità verso i temi ecologici sono sempre più pesantemente sotto attacco, da parte correnti di pensiero ben identificate. Non si tratta solo di interessi economici che si ritengono ostacolati da una crescente sensibilità verso lo sfruttamento attento delle risorse naturali e per la salvaguardia dell’ambiente. Il diritto ambientale, pur mostrando talvolta correggibili eccessi e prevenzioni di stampo ideologico, è una delle branche di maggior successo del diritto internazionale: non è un caso, che venga costantemente messo in discussione da correnti che si ispirano al nazionalismo, o, come si preferisce dire oggi, al sovranismo.

La giovane svedese Greta Thunberg ha dato vita a un movimento ecologico sul quale si leggono molte considerazioni, ormai da settimane. Non mi addentro qui né in lodi verso la simpatica attivista né nella ricerca di complotti: sottolineo ciò che ci interessa, cioè l’internazionalità del movimento e dei temi che esso ha sollevato, anche grazie all’uso delle reti di socializzazione. E’ questa globalità, che irrita i nostalgici della supremazia degli Stati nazionali.

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Coloro che si oppongono al ruolo e all’autorità delle organizzazioni internazionali, nate in gran parte dopo la Seconda guerra mondiale per regolare i rapporti globali secondo norme condivise, vedono nel diritto ambientale un totem da distruggere. Esso, infatti, è uno dei più brillanti risultati di una concezione costruttivista e istituzionalista delle relazioni internazionali, fondata cioè sull’idea che un mondo ben governato si possa costruire, e che lo si possa fare attraverso istituzioni comuni, come le Nazioni unite, l’Organizzazione mondiale del commercio e molti altri consessi in cui tutti gli Stati regolano i loro interessi sulla base dell’uguaglianza di fronte alla legge, anziché con la prepotenza del più forte.

Chi rifiuta il diritto ambientale si ritrova solitamente insieme a coloro che desiderano tornare a un mondo fondato invece sul confronto d’interessi e sui rapporti di forza, secondo una logica realista che è tornata a prevalere, oggi, nelle menti poco brillanti di alcuni leader globali purtroppo molto influenti.


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