Perché gli eventi della Georgia ci riguardano

Georgia, Batumi
Georgiani, Batumi, Georgia | © Tiko Giorgadze

Mentre in Italia e in Canton Ticino si fanno ponti d’oro al politologo russo Aleksandr Dugin e ai progetti euroasiatici di Mosca, in Georgia i cittadini scendono in piazza contro l’ingerenza russa. Stufe dell’influenza di Mosca, Ucraina e Georgia aspirano a entrare nell’Unione europea e nella NATO. Molti manifestanti georgiani, in questi giorni, sventolavano bandiere dell’Ue.


Ignorati o appena sussurrati dai media di lingua italiana, gli eventi che stanno accadendo nella capitale della Georgia, Tbilisi, devono farci pensare. In Italia e qui in Ticino si sono fatti ponti d’oro al politologo russo Aleksandr Dugin (ne ho parlato >qui e >qui) e al suo progetto geopolitico di un’Eurasia da Vladivostok a Lisbona, che Vladimir Putin sta attuando passo dopo passo, nell’indifferenza quasi generale dell’Occidente. In Georgia, invece, si svolgono affollate manifestazioni contro l’ingerenza della Russia, che da un decennio occupa militarmente due regioni del Paese ex repubblica sovietica, l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale. L’occupazione russa è un dato oggettivo, non «interpretabile» diversamente, se non per impreparazione o malafede.

L’evento scatenante delle dimostrazioni georgiane è stata l’Assemblea interparlamentare dell’ortodossia, che raduna, ogni anno in una città diversa, parlamentari provenienti da Paesi di confessione ortodossa. Quest’anno la seduta si è tenuta nell’aula del parlamento georgiano, il 20 giugno. Quando il presidente dell’Assemblea dell’ortodossia, il russo Sergej Gavrilov, ha preso la parola sedendo sulla poltrona del presidente del parlamento, alcuni deputati georgiani di opposizione hanno vivacemente protestato, costringendolo ad abbandonare il posto. All’episodio sono seguite diffuse manifestazioni di piazza, che si sono ripetute per giorni e hanno provocato le dimissioni del presidente della Camera dei deputati georgiana, Irakli Kobakhidze. Molti manifestanti portavano su un occhio una benda di cartone con la scritta «20%,» la percentuale di territorio georgiano attualmente sotto il controllo militare russo.

L’organizzazione dell’Assemblea dell’ortodossia ha condannato gli episodi, ricordando tra l’altro che Gavrilov era stato liberamente eletto presidente. Non ha fatto i conti, però, con l’ira dei georgiani, una popolazione che da un decennio subisce l’occupazione russa, similmente a quanto sta avvenendo in Ucraina. Un parlamentare che rappresenta uno Stato occupante, siede sullo scranno più alto del parlamento del Paese e si rivolge ai presenti in russo, ha superato il limite di sopportazione.

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I media di Mosca, in questi giorni, riferiscono di questi eventi con il consueto armamentario retorico ispirato alla «russofobia,» al nazionalismo e alla «inspiegabile» prevenzione dei georgiani verso la Russia, tacendo completamente la causa reale degli scontri. La reazione non si è fatta attendere: Mosca ha vietato alle compagnie aeree russe di volare verso la Georgia. La misura è molto cinica, all’inizio della stagione turistica. La Georgia è una delle destinazioni preferite dai russi per le loro vacanze e non si registrano particolari difficoltà di relazione fra cittadini dei due Paesi. In queste ore si è rivista circolare la pubblicità rivolta ai russi che Belavia, la compagnia aerea della vicina Bielorussia, non toccata dal divieto, aveva già utilizzato nel 2015, dopo i fatti ucraini: «Noi vi portiamo nei Paesi con i quali il vostro presidente sta litigando.»

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In Europa occidentale, e in particolare nell’area di lingua italiana, dovremmo prestare più attenzione a ciò che accade in queste ore in Georgia. Se si escludono i tre Stati baltici – ora parte dell’Unione europea – la Georgia e l’Ucraina (di quest’ultima la Russia oggi controlla militarmente circa il 10% del territorio, direttamente o indirettamente) sono i soli due Stati ex sovietici che hanno raggiunto standard di sviluppo e democrazia ormai vicini a uno Stato occidentale, sebbene ancora imperfetti. Stufi della lunga influenza della Russia sulla loro storia, aspirano a entrare a far parte dell’Unione europea e della NATO, e non lo nascondono. Molti manifestanti georgiani, in piazza in questi giorni, sventolavano bandiere dell’Ue.

Tutti gli altri Stati sorti dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica sono invece governati da regimi autoritari che accettano senza fiatare il controllo di Mosca. Ucraina e Georgia, perciò, sono due spine nel fianco del progetto di controllo russo dall’oriente all’Atlantico, scopertamente tessuto da Aleksandr Dugin e dagli altri ideologi a cui guarda il Cremlino.

Per questi motivi, non meraviglia che i maggiori media di lingua italiana non abbiano riferito dei fatti di Georgia o lo abbiano fatto con ridicolo imbarazzo. L’articolo pubblicato dal Corriere del Ticino sembra un triste esercizio di slalom tra il dovere di cronaca e l’esigenza di non infastidire i russi. In Italia, la ricerca di notizie al proposito sul sito di RaiNews24 non produce alcun risultato. È facile, invece, trovare abbondanti informazioni nei notiziari di Paesi europei in lingua inglese, francese o tedesca, dove le proteste in Georgia sono state in diversi casi la notizia di apertura dei telegiornali di maggiore ascolto. In Italia se ne occupano solo alcune testate di minore diffusione.

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L’Italia è, formalmente, ancora parte di tutti i consessi europei e occidentali. Da un anno, però, soprattutto in materia economica, il governo di Roma sta compiendo una serie di passi, intensificatisi negli ultimi mesi, che lasciano riconoscere senza equivoci la volontà di mutare il posizionamento internazionale della Penisola: dalla proposta dei mini-BOT al progetto per ripristinare di fatto il controllo governativo sulla Banca nazionale. Smentite e retromarce dichiarate faticano a meritarsi credibilità.

Le prossime settimane saranno decisive. Roma dovrà dare risposte serie alle motivate preoccupazioni dell’Unione europea sull’economia. Se lascerà il campo europeo e occidentale, l’Italia non avrà altra scelta che aggregarsi alla Russia e al progetto di cooperazione eurasiatica attuato dal Cremlino. La vicinanza a Mosca dei partiti di governo italiani è fatto notorio. L’opposizione italiana è guidata da persone troppo poco intelligenti per riconoscere questi scenari e i loro rischi.

In Svizzera, è meglio non pensare che tali sviluppi potrebbero portarci bene; in Italia, sta diventando inutile spiegarlo. Tranne una minoranza numericamente non incisiva, gli italiani sembrano ormai non aspettare altro che mettersi all’ombra dell’ala di Mosca.

6 commenti

  1. La ringrazio per le informazioni e le spiegazioni che dà in questo sito. In realtà non tutti sono ignari in Italia della situazione, il senatore Mario Monti ha sottolineato in più interviste sin dall’anno scorso che è preoccupato del posizionamento dell’Italia verso la sfera della Russia. Pertanto le elite ne sono consapevoli, immagino che anche il Presidente della Repubblica Mattarella vigili sulla questione. Il problema ci sarà negli anni anni a venire, man mano che queste figure scompariranno. I politici della mia generazione (40 enni) non hanno nessuna capacità, e chi ha delle capacità è in malafede, purtroppo.

    • Sono d’accordo. La consapevolezza di quanto sia importante che l’Italia resti legata alla sfera occidentale, pur con tutti i difetti di quest’ultima, è ben poco diffusa, presso le generazioni che non hanno vissuto la Seconda guerra mondiale e la successiva Guerra fredda, con la divisione dell’Europa. I più giovani danno per scontata una situazione di pace e benessere la cui durata nel tempo non è affatto garantita per natura. Quanto ai politici, purtroppo, sono il frutto delle scelte elettorali dei cittadini. Cordiali saluti. LL

  2. Giuseppe Schiratti

    In realtà anche l’Armenia ha standard democratici prossimi a quelli occidentali, comunque non peggiori rispetto ad Ucraina e Georgia. È vero che non è in conflitto con la Russia (non potrebbe permettersi di perderne la copertura nei confronti dell’Azerbaigian) ma non si può dire che ne accetti l’ingerenza senza fiatare.

    • L’Armenia è in una condizione poco migliore di altre repubbliche ex sovietiche caucasiche e centro-asiatiche. Nel 2018, Una rivolta popolare ha disarcionato un dirigente politico che stava assommando mandati presidenziali e governativi oltre ogni decenza. L’attuale capo del governo è democraticamente eletto, ma è assiduo frequentatore del Cremlino, non meno dei suoi omologhi della regione. La strada da fare è ancora lunga.

  3. Andrea Storti

    Il problema sta proprio in questa impazienza di legarsi a Mosca rispetto a UE e NATO. L’Italia in questo periodo si sta scavando la fossa da sola, grazie a manovre economiche scriteriate e una ricerca continua di tensioni con i nostri alleati. Questo è sicuramente aiutato da una discussione politica (sia dei partiti di governo, sia di quelli di opposizione) sempre più banale e scarna. Ogni giorno che passa ho sempre meno speranze per l’Italia e la voglia di espatriare aumenta sempre di più.

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