Perché è inutile discutere di «ius soli»

Passaporto | © Agus Dietrich
Passaporto | © Agus Dietrich

La distinzione tra ius soli e ius sanguinis è largamente superata dai fatti. Il tema è riemerso dopo il drammatico episodio che ha coinvolto un autobus di studenti, in Italia, sequestrato da un autista che minacciava di ucciderli. Lo ius soli puro presenta numerose falle, oggi resta in vigore in pochissimi Paesi. I motivi per i quali la controversia è ormai svuotata di ogni concretezza.


E’ riemersa la discussione sulla concessione della cittadinanza a stranieri immigrati, dopo il drammatico episodio che ha coinvolto un autobus che trasportava studenti, in Italia, sequestrato da un autista uscito di senno e con precedenti penali poco rassicuranti. Due giovani, in quello scenario, hanno agito in modo particolarmente coraggioso, contribuendo a salvare le vite dei loro compagni. Poiché i due ragazzi hanno retroterra migratorio, si è posta la questione del conferimento della cittadinanza a persone che compiono atti di particolare valore civile. Il dibattito si è inevitabilmente esteso alla questione del cosiddetto ius soli.

In Europa e in molte altre regioni del mondo la distinzione tra ius soli e ius sanguinis (ai quali si aggiunge talvolta lo ius culturae) è largamente superata dai fatti. Serve ormai a poco più che ad alimentare un dibattito sociale bisognoso di facili slogan. Lo ius soli puro, cioè il conferimento automatico della cittadinanza a ogni bambino che nasce sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è ormai applicato solo da un manipolo di Paesi extraeuropei. Anche la Francia, che viene spesso citata a torto come Paese applicante lo ius soli, ha mitigato questo istituto, che si presta a troppi abusi.

Quasi tutti gli Stati che in un tempo non lontano conferivano ipso facto la cittadinanza ai neonati sul loro territorio la condizionano oggi alla presenza di almeno un genitore ivi legalmente residente, o ad altri presupposti analoghi. Lo scopo è prevenire i «viaggi di naturalizzazione» con i quali molti genitori, interessati a far ottenere al nascituro la cittadinanza di un certo Stato, vi si recavano a bella posta poco prima del parto. L’aumentata facilità degli spostamenti internazionali e le ragioni non sempre trasparenti che spingevano a queste condotte hanno imposto ovunque un giro di vite.

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Dall’altra parte, vi sono Stati che applicano lo ius sanguinis, cioè il principio che fa dipendere la cittadinanza del figlio da quella di almeno uno dei genitori, ma prevedono facilitazioni per la naturalizzazione dei giovani nati sul territorio da genitori stranieri e ivi scolarizzati, a certe condizioni. Il risultato è che, nei fatti, si va diffondendo un diritto di cittadinanza misto di elementi tipici sia dello ius soli sia dello ius sanguinis e del cosiddetto ius culturae.

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Per questo insieme di motivi, oggi è molto difficile tracciare un confine netto tra le diverse tipologie di normativa per l’ottenimento della cittadinanza. Il tema si presta però al dibattito sempre caldo sulla migrazione, che ha bisogno di schematizzazioni per polarizzare l’opinione pubblica.

Resta aperta, restringendo il campo all’Italia e ai Paesi con regolamentazioni analoghe, la questione di coloro che nascono in un certo Stato da genitori stranieri, crescono e ricevono l’istruzione in tale Paese, ma non ne acquisiscono automaticamente la cittadinanza e non hanno a disposizione procedure semplificate. Sono cittadini dello Stato dei genitori, che spesso non hanno mai visitato, talvolta non ne parlano neppure la lingua.

La popolazione di questi soggetti si è moltiplicata, con i forti flussi migratori dei decenni più recenti. Il caso non riguarda solo i tanti cittadini africani giunti negli ultimi anni, ma anche numerose famiglie europee dell’Est arrivate in Europa occidentale nei primi anni Novanta, in conseguenza del crollo dei regimi comunisti. Evitare il proliferare di queste situazioni ambigue può essere nell’interesse di tutti, sia dello Stato sia delle persone coinvolte.

La questione, anche in questo caso, non si lascia risolvere al suono di qualche slogan e dev’essere sottratta alle facili emozioni. La cittadinanza non è un premio che si attribuisce come una medaglia al valor civile: instaura fra cittadino e Stato un rapporto giuridico che costituisce una chiara cornice di diritti e doveri, per entrambe le parti.

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Sulla facile concessione della cittadinanza agli immigrati, in particolare se provenienti da aree problematiche e soggette a estremismo politico-religioso, hanno fatto riflettere i tragici attentati avvenuti negli anni scorsi, particolarmente in Francia e Belgio. I loro autori erano quasi sempre cittadini naturalizzati, con retroterra migratorio, che utilizzavano il passaporto europeo per muoversi con maggiore facilità nella commissione delle loro scelleratezze. D’altra parte, la proposta, avanzata dal presidente francese François Hollande di revocare la cittadinanza francese agli autori dei peggiori delitti, ha suscitato perplessità e non è stata approvata. Non è detto, infatti, che privare del passaporto un terrorista che si è reso responsabile di atti efferati sia nell’interesse dello Stato che deve perseguirlo per le sue responsabilità.

Tanto la rapida naturalizzazione quanto il suo rifiuto o una grande severità nell’ottenimento della cittadinanza presentano aspetti la cui valutazione non può essere improvvisata. L’evoluzione dei flussi migratori a cui stiamo assistendo, inoltre, pone di fronte a fattispecie nuove, in questa materia, difficili da classificare in base a esperienze passate.

Tornando al caso specifico da cui siamo partiti, è fuor di dubbio che i due giovani protagonisti dell’angoscioso caso di cronaca italiano abbiano mostrato un comportamento degno di alto apprezzamento. L’Italia, come ogni Stato, ha molti modi per riconoscere un atto di particolare valore civile, non importa se compiuto da un cittadino nazionale o da uno straniero. Saranno le autorità italiane a decidere, ma si possono senz’altro individuare altre forme, per far sì che i due coraggiosi ragazzi vedano premiato il loro ardimento, lasciando la discussione sulla cittadinanza alle sedi che le sono più proprie.

In ciò, è utile ricordare, come si è appena detto, che il battibecco tra ius soli e ius sanguinis o altre formulazioni introdotte da una comunicazione più o meno felice, bisognosa di slogan sui quali far convergere un’opinione pubblica disattenta e scarsamente informata, ha ben poca ragione d’essere.

La controversia, ormai svuotata di ogni concretezza, dovrebbe essere sostituita da una moderna riprogettazione d’insieme dell’istituto della naturalizzazione, che tenga conto, senza prevenzioni ideologiche, dei dati di fatto. Un processo che non può certo maturare nella retorica e tra le contrapposizioni tra gruppi d’interesse.

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