Per i mestieri della Rete gli Stati devono cambiare

Verona, Convegno SEO & Love 2019 | © Lorenzo Lucca, Elisa Piemontesi
Verona, convegno SEO & Love 2019 | © Lorenzo Lucca, Elisa Piemontesi

Uno dei maggiori eventi dedicati alla comunicazione digitale suggerisce considerazioni sul ruolo degli Stati nella rivoluzione tecnologica. Le professioni della Rete sono realtà ormai consolidate. Hanno bisogno di un ecosistema favorevole, che non si fermi ai confini nazionali. L’eterna lotta tra centro e periferie, in una versione inedita. Una fase che va governata con inventiva, o le potenzialità resteranno inattuate.


Di relazioni internazionali si può parlare da molte prospettive. Questa volta lo faccio dopo aver assistito a un convegno tenutosi a Verona il 2 marzo («SEO & Love»), uno dei maggiori eventi dedicati alla comunicazione digitale. Vi ero ospite di amici, non dell’organizzazione: non sono esperto di questa materia, senza l’invito non ci sarei andato. Vi ho trovato seicento persone stipate dalle nove alle diciotto nell’auditorium di uno dei più bei palazzi storici della città, più, nella giornata precedente, una serie di sessioni di formazione.

Le considerazioni suggerite dall’evento si fondano su un dato oggettivo che tocca in molti modi le relazioni internazionali. I soggetti principali delle relazioni internazionali sono gli Stati: uno Stato è un sistema che amministra una popolazione su un territorio, definito da confini ben precisi. Internet ne è l’esatto contrario. Fra questi due mondi antitetici occorre trovare urgenti mediazioni.

Il contrasto fra il mondo globale, multilaterale, da una parte, e la nostalgia per gli orizzonti nazionali, dall’altra, è tanto evidente da non dover essere descritto qui. Si sa meno della natura di tale contrasto. Si parte spesso da un’osservazione che è difficile smentire: le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno fatto scomparire professioni e mestieri che sembravano indistruttibili solo pochi anni fa; la Rete rimpicciolisce il mondo e ciò ha conseguenze negative sull’occupazione in Occidente, particolarmente per i lavori meno specializzati e più facilmente delocalizzabili.

Ciò che non si sente mai, e che invece si è visto a Verona, è l’altro lato del disco: il mondo di professioni, lavori e stipendi che si sta consolidando in Rete e che era impensabile fino a dieci, quindici anni or sono. Per molti resta un pianeta sconosciuto, inesistente, una specie di gigantesca stanza da gioco. La rivoluzione digitale si può liquidare come scontro generazionale fra vecchi analogici e giovani smanettoni; si può credere che la Rete sia un’opportunità solo per tecnici, programmatori e fabbricanti di computer; ci si può sedere pensando che sia un fuoco di paglia, basta aspettare e tutto tornerà come prima.

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Non è uno scontro generazionale. Sale sul palco, tra i relatori del convengo, un imprenditore padovano dai capelli grigi. Spiega come ha fatto leva sulla piattaforma Amazon, ripensando i suoi prodotti, ma in fondo lasciandoli com’erano. Si trattava di cogliere i messaggi che provenivano dall’analisi delle parole chiave più ricercate dagli utenti: ha scoperto che doveva puntare non sul prodotto principale, ma sul pezzo che offriva come accessorio. Ecco che l’impresa cambia volto, perché dal nuovo concetto nasce anche un design innovativo e si aprono nuovi mercati. Il prodotto, come dice il suo stesso fabbricante, xe un toc de fero: qualunque cinese potrebbe produrlo a una frazione del costo al quale lui oggi lo realizza in Italia. Molti analisti, forse, avrebbero predetto la chiusura, per un’impresa di questo tipo, in Europa. Se è ancora lì, è grazie alla riqualificazione del suo prodotto e dei suoi processi, svolta analizzando le possibilità dalla Rete.

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La rivoluzione digitale non apre opportunità solo ai tecnici. Si presentano tre mamme che gestiscono da tempo e con successo un blog dedicato… al mestiere di mamma. Dimostrano che l’attività produce reddito per le loro famiglie e attrae l’interesse di clienti di primo piano. Le tre giovani signore vivono l’una a Milano, l’altra a Trento e la terza a Parigi: generano utili lavorando dai loro computer, possono seguire i loro obblighi genitoriali e persino altre attività professionali parallele. Ulteriori esempi li portano altre tre autrici di blog dedicati alla moda e alla cucina. No, signori, non si parla di persone «appassionate» o dilettanti più o meno allo sbaraglio. Le loro attività si fondano su competenze solide e reali, rimescolate per farle passare attraverso la Rete, fuori dai luoghi più canonici dell’epoca analogica.

Non sono fuochi di paglia: si parla di imprese che sono in Rete ormai da anni, alcune dagli albori di Internet. Crescono, si consolidano e, per rubare un motto agli inglesi, sono qui per restare. Le opportunità della digitalizzazione non si limitano al business: ha appassionato il pubblico l’oratore che ha illustrato le attività a scopo sociale e umanitario che ha messo in moto unendo gli strumenti di Internet e le tecniche tipiche dell’influencer marketing.

Per offrire rincalzo efficace ai vecchi mestieri che vanno perduti con la digitalizzazione, le nuove imprese che nascono in Rete hanno bisogno di alcuni presupposti, senza i quali l’enorme potenziale generato dalla comunicazione digitale resta inattuato e lascia spazio alle nostalgie. L’elenco non ha pretese di completezza.

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Servono connessioni veloci ed efficaci, perciò governi che investano nelle infrastrutture digitali, ma non solo. Le tre mamme che gestiscono la loro impresa stando due in Italia e una in Francia hanno bisogno di un sistema fiscale e normativo europeo che permetta loro di amministrare la loro attività senza dispersioni, in uno spazio senza confini, secondo uno schema multinazionale prima riservato ai giganti. L’imprenditore che esporta dal Veneto i suoi oggetti d’arredo può farlo se il suo Paese è connesso al resto del mondo non solo da reti informatiche efficienti, ma anche da ferrovie e strade in grado di spostare prodotti e persone in modo rapido e competitivo.

Serve cultura, non solo nel senso di istruzione. Le imprese che nascono grazie alla Rete sono la smentita clamorosa della cosiddetta «cultura del fare,» lo slogan con il quale generazioni di imprenditori illetterati tentavano di nobilitare il loro fastidio verso qualunque stimolo intellettuale. Far funzionare un’impresa in Internet richiede la capacità di trovare, a ciò che si propone, un senso che trascenda il mero fare e gli dia una ragion d’essere: quale problema risolve a chi, il prodotto della mia impresa? Eppure, come ha ricordato uno dei maggiori esperti italiani di content marketing intervenuto al convegno, quante aziende che lamentano di non riuscire, oggi, hanno prodotti che non risolvono alcun problema a nessuno, fabbricati, aggiungo io, per l’inerzia del noi abbiamo sempre fatto così?

Cultura è anche e, forse, soprattutto, cultura di territorio. La Rete vive di narrazioni e le narrazioni si radicano nei valori dei prodotti e dei loro luoghi. Ne è una dimostrazione il sito di un’imprenditrice padovana che ha puntato sugli atout della sua regione: si penserebbe a un sito turistico, in realtà è una piattaforma che racconta imprese e iniziative unite dal filo rosso dell’essere venete, dalla maglieria ai profumi, dal teatro all’artigianato. Quando gli esperti di storytelling parlano del loro lavoro, scopri che lo fanno utilizzando le stesse categorie della mitologia e della grande letteratura. Tornano a studiare Omero e i narratori del passato, per estrarne le tecniche di racconto, che sono immutate da sempre.

Per paradosso, le possibilità dischiuse dalla comunicazione globale stanno riaprendo spazi di pensiero e di prossimità che vent’anni or sono sembravano destinati a morire per sempre, travolti dalle «magnifiche sorti e progressive» dell’industrializzazione dagli anni Sessanta in avanti, e, poi, dalla spocchia degli yuppies degli anni Ottanta. Ciò non significa che la Rete non generi anche insidie e ingiustizie. Alla base, però, sta mutando interi cicli di generazione del valore.

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La cosa di cui hanno più bisogno coloro che costruiscono opportunità grazie alla Rete, però, è la libertà. Utilizzare Internet in Cina per fare comunicazione significa rinunciare a parlare di diritti umani, ad esempio, o di qualunque tema sgradito allo Stato; vuol dire tenere conto che i cinesi, per motivi politici, non vedono in Rete gli stessi contenuti e le stesse piattaforme che vediamo e usiamo noi: lo ha ricordato, con un sorriso amaro, una simpatica consulente per il mercato cinese. Nelle settimane scorse, il parlamento russo ha varato un provvedimento che avvia la separazione della rete Internet russa da quella globale, garantendo allo Stato un totale controllo sui contenuti.

Libertà significa anche abbattimento di barriere fisiche e amministrative ormai fuori dal tempo: una piccola impresa francese che vuole stoccare merci in un magazzino Amazon in Germania deve rinunciarvi, se per farlo è obbligata a gestire una partita IVA tedesca, oltre alla sua. In Italia si fatica a comprendere l’importanza che il nord del Paese sia collegato a uno dei maggior corridoi ferroviari mai realizzati, che allaccerebbe la Pianura Padana a un tracciato che unisce Lisbona a Pechino attraverso Kiev. Ostacoli ideologici e nostalgie di potere che devono essere rimossi.

Le storie e gli interventi di «SEO & Love» corrono nel solco di una delle sfide più importanti delle relazioni internazionali di oggi: governare il rapporto tra spazi amministrati dagli Stati nazionali e forme di organizzazione sovranazionale capaci di rendere irrilevanti i confini, senza cancellare le culture in cui gli individui si riconoscono e che sono la radice di ogni narrazione. E’ la versione inedita di una lotta eterna, quella fra centro e periferie. Deve essere governata con inventiva e lungimiranza, sapendo che indietro non si tornerà.

Se il cambiamento di pelle riuscirà e non sarà ritardato dalla pigrizia delle menti, genererà anche le risorse per guidare al giusto riposo coloro che ne rimangono esclusi, ogni cambiamento produce i suoi perdenti. A loro andrà la gratitudine per una straordinaria stagione industriale ed economica durata mezzo secolo, ma non si deve permettere che chi guarda all’indietro rallenti una ruota che non si fermerà, comunque.

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