Non odiate Silvia Romano

Bambini | © Annie Spratt
Bambini | © Annie Spratt

Il caso di Silvia Romano, cooperante italiana rapita in Kenya, non è paragonabile ad altri precedenti. Neppure la Chiesa parla più d’andare in missione. Una ragazza che va in Kenya a far giocare i bambini deve suscitare ammirazione, non odio sociale. Se uno Stato impiega risorse per ricercare un proprio cittadino rapito all’estero non fa un regalo alle vittime. Fa il suo dovere.


 

Vi è diversità di situazioni. Quella di Silvia Romano, cooperante italiana in Kenya, non sembra analoga a quella di casi precedenti, in cui persone totalmente sprovvedute sono state prese in ostaggio in aree pericolose. Non è utile citare le due ragazze andate alcuni anni fa in Medio oriente senza la minima preparazione, per mera follia ideologica; è fuori luogo riferirsi a pseudo-reporter catturati in zone di guerra dove s’erano infilati senza neppur sapere come attrezzarsi e quali permessi chiedere.

Per quanto se ne sa al momento, la ragazza rapita in Kenya ha maturato il progetto di svolgere attività di cooperazione nel tempo. Ha conseguito la laurea e scritto la tesi in materia di interculturalità. Per recarsi sul posto si è inserita in un’associazione non priva di esperienza. I Paesi africani sono più pericolosi di quelli occidentali, bisogna muoversi con cautela ovunque, ma c’è Africa e Africa. Il Kenya non è la quintessenza della sicurezza, ma non è la Somalia, non è il nordest del Congo e nemmeno il nord della Nigeria; non è neppure la Siria o lo Yemen. Non sembra così esageratamente azzardato, che una ragazza, se sostenuta da un’organizzazione e da un ambiente locale non ostile, possa operare in quel luogo senza troppe paure.

Poi c’è la questione della sua formazione individuale per agire in zone di potenziale pericolo, e qui è possibile che ci fossero delle lacune. A volte, l’entusiasmo fa dimenticare il ragionamento. Tralasciamo il principio filosofico generale, che nessuno discute, secondo cui tutti gli uomini hanno pari dignità. Credere che l’umanità sia tutta uguale ovunque, però, che si possa stare a Milano o a Timbuctu e incontrare solo belle persone in un mondo gioioso senza frontiere, è pericoloso, perché la realtà non è così. Prenderne atto non significa essere razzisti, ma realisti e prudenti.

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Tutto ciò premesso, di ragazze e ragazzi come Silvia Romano ne servirebbero tanti, anzi tantissimi. C’è chi continua a non riconoscere che la soluzione della questione migratoria non è nell’aprire le frontiere europee a tutti, ma nel costruire condizioni di vita e di speranza nei luoghi d’origine dei migranti. No, non porterà risultati fra venti o cinquant’anni: può funzionare anche in tempi molto brevi e in tante realtà funziona già, anche perché ci sono delle Silvie Romano che ci credono. Che chi desidera mettersi a disposizione del prossimo in Africa farebbe meglio a servire i poveri in Europa è una bassezza che si può scrivere solo per captare la benevolenza di lettori contrari a qualunque cosa vada oltre la punta del loro già cortissimo naso. In un tempo in cui neppure la Chiesa parla più d’andare in missione, ma preferisce inserirsi nel dibattito sulla migrazione europea per garantirsi un ben più sostanzioso utile politico, una ragazza che rinuncia a sballarsi in discoteca, si mette a disposizione di una ONG e da Milano va in Kenya a far giocare i bambini dovrebbe suscitare ammirazione; al limite può lasciare indifferenti, ma non deve subire odio sociale.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Una reazione più utile a quanto accaduto potrebbe essere questa: poiché i cooperanti agiscono in zone a rischio, si stabilisca per legge un quadro di formazione di base che ONG e cooperanti stessi devono svolgere, per poter esercitare la loro attività. Non parlo di nuove lauree o altre azzeccagarbugliate accademiche che già troppi mali adducono ai giovani europei. Esistono corsi specifici per chi opera in zone a rischio, che insegnano come evitare i pericoli maggiori, come comportarsi in caso di contatto con guerriglieri, di rapimento o altre emergenze. Ci sono, e dove non esistono si possono costruire, programmi di formazione per informare i cooperanti sulla situazione politica, etnica e religiosa dei Paesi in cui lavorano. Ci sono corsi di mediazione culturale di tutti i tipi.

Non c’è associazione professionale, oggi, che non chieda ai suoi associati, se vogliono restare tali, di frequentare percorsi di formazione continua: avvocati, traduttori, tecnici. Se vogliono continuare a esercitare la professione, ogni anno devono dimostrare di aver frequentato un certo numero di ore di formazione. Si introduca un obbligo simile per tutte le ONG e i loro cooperanti che lavorano in zone a rischio. Qualcosa di simile esiste certamente già, a livello di statuti o regolamenti delle associazioni più attente. Si parta da lì, si studino e si promulghino leggi nazionali, o meglio europee, chiare per tutti: vuoi costituire una ONG e andare volontario in Africa? Ottimo. Sappi però che queste sono le regole e le cose che devi imparare.

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Una legislazione di questo tipo avrebbe un duplice vantaggio. Da una parte, obbligherebbe a formare adeguatamente i cooperanti, prevenendo i rischi; dall’altra, costituirebbe una base legale per sanzionare i contravventori. Le associazioni o gli stessi cooperanti che non rispettano gli obblighi di formazione potrebbero essere puniti, in caso di eventi pregiudizievoli, per aver messo a rischio se stessi e gli altri omettendo la formazione, con provvedimenti dalla sospensione amministrativa dell’attività sino alle sanzioni penali, incluso, naturalmente, il risarcimento civilistico. Per una volta, un paletto legislativo non sarebbe un odioso, ennesimo cavillo, ma aiuterebbe a regolare un settore lasciato forse troppo alla buona volontà dei singoli.

Infine, si potrebbe dare alle attività di cooperazione l’inquadramento pubblico che meritano, pur senza intaccarne la natura squisitamente privatistica. I cooperanti internazionali privati e il loro entusiasmo dovrebbero essere inseriti in programmi di cooperazione coordinati e sostenuti dagli Stati, poiché è nell’interesse di questi ultimi agire per migliorare le condizioni di vita nei Paesi in via di sviluppo: da lì vengono quei migranti, più o meno malamente mascherati da richiedenti asilo, che sul suolo europeo diventano bombe sociali e politiche.

Non si sa, e forse non si saprà mai, se lo Stato italiano verserà un riscatto per la liberazione della giovane lombarda, se richiesto. La questione del pagamento dei riscatti tocca considerazioni che qui non è possibile neppure accennare. Una precisazione si deve fare, però. Se, riscatto a parte, uno Stato impiega risorse per ricercare un proprio cittadino rapito all’estero, svolgere indagini e operare sul posto, collaborando in tutti i modi possibili con le autorità locali per catturare e sanzionare i rapitori, non fa un’elemosina o un regalo alle vittime e alle loro famiglie. Fa solo il suo dovere. In base al principio di difesa degli interessi dello Stato, infatti, lo Stato deve tutelare i propri interessi, e perciò anche i propri cittadini, ovunque essi siano minacciati.

Criticare la leggerezza con la quale talvolta i cittadini dei Paesi occidentali si recano in zone pericolose, causando poi impiego di risorse pubbliche per il loro recupero, è giusto, ma è un fatto completamente distinto dall’obbligo dello Stato di agire a protezione dei suoi interessi, siano essi patrimoniali, materiali, immateriali o personali, ovunque nel mondo.

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Mettere in relazione il rapimento di un cittadino all’estero con le spese necessarie per recuperarlo, come si è letto e sentito in queste ore a proposito della giovane cooperante di cui tutti auspicano un rapido ritorno, è una una spiacevole e demagogica caduta di stile.

2 commenti

  1. Analisi in gran parte condivisibile.

    Una riflessione: in Italia esistono una miriade tra ONG e ONLUS medie, piccole e piccolissime. Alcune, già molte, di queste partecipano a concorsi per fondi pubblici alla cooperazione internazionale (AICS, UE) e inviano sul campo personale preparato ed informato delle condizioni politico/sociali e professionisti della cooperazione; coinvolgendo volontari attraverso programmi di servizio civile volontario, ugualmente informato. Tutti i progetti si svolgono con il coinvolgimento (o, comunque con la conoscenza) delle autorità e comunità locali. Questo per dire che le condizioni di preparazione e responsabilizzazione di cooperanti e volontari è già assicurata (per quanto possibile) e che non si tratta di giovani -o meno giovani- che partono «all’avventura» e senza preparazione e coscienza di causa.

    Accanto a queste, esistono tante piccole realtà nate dall’iniziativa di singoli o gruppi, meno legate agli interventi ufficiali. Per queste un controllo preventivo diventa certamente problematico; come garantire che un volontario parta senza essere «adeguatamente formato» o meglio: come assicurare preventivamente che un «turista» in viaggio per il Kenya (o altrove) non si riveli in un volontario tanto volenteroso quanto improvvisato ed incauto?

    Quale, poi, la capacità di affrontare corsi di formazione e preparazione da parte di piccolissime organizzazioni con risorse altrettanto limitate? Quanta la possibilità di rispondere alle responsabilità in caso di rapimento? Che si fa, le si si chiude o le si affossa con un debito che non riuscirebbero mai a ripianare? Quesiti, a mio parere, la cui risposta non è facile, se vogliamo ponderare le valutazioni dell’articolo, assieme alla realtà dell’associazionismo e della cooperazione allo sviluppo e del fatto che questa realtà, protette dalla Costituzione nella loro esistenza e nei loro scopi, consentono di raggiungere capillarmente «gli ultimi,» che per varie ragioni sono invisibili agli interventi di altri programmi. Grazie per l’eventuale risposta.

    • Grazie per l’apprezzamento. Il Suo commento combina temi che richiedono risposte distinte e forzatamente parziali.

      Come ho scritto nell’articolo, sono ben consapevole che esistono già programmi di formazione per i cooperanti internazionali, a livello di regolamenti, requisiti per concorsi, statuti di associazioni. Ciò che manca è una definizione generale cogente a livello legislativo, che unificherebbe i requisiti e, come spiego nel testo, offrirebbe anche una base legale per perseguire i non adempienti.

      Proprio un intervento legislativo permetterebbe di obbligare anche le «realtà nate dall’iniziativa di singoli, meno legate agli interventi ufficiali,» che cita Lei: è chiaro, non si potrà garantire che più nessuno parta come volontario senza avere i presupposti, ma, se esistesse una legge cogente con requisiti precisi, i responsabili di enti più o meno improvvisati, o gli stessi cooperanti, potrebbero essere sanzionati, anche pesantemente, se mettono in pericolo se stessi o gli altri per condotte incaute. Ciò, oltre a diffondere consapevolezza, scoraggerebbe e preverrebbe, come ogni norma, le condotte di pericolo.

      Quanto alla possibilità che piccole associazioni possano affrontare i costi della formazione: da una parte, gli enti pubblici potrebbero offrire contributi; dall’altra, potrebbero essere fissati requisiti dimensionali minimi, per ONG o altri soggetti che intendano inviare personale all’estero. Non sarebbe l’unico caso in cui gli Stati impongono una certa dimensione, personale e patrimoniale, agli enti che svolgono attività contraddistinte da particolari profili di rischio sociale: avviene già nel campo del credito o della sanità, ad esempio. Chi si organizza per inviare volontari in zone pericolose del mondo, dimostri di avere i presupposti per affrontare la formazione necessaria e i rischi derivanti da tale attività, o scelga altre modalità di intervento.

      Sono consapevole dell’importanza dell’associazionismo di base, anche di minime dimensioni. Talune attività di volontariato, però, soprattutto in zone discoste, espongono gli operatori a rischi importanti. Non riterrei sbagliato vietare di svolgere tali attività ad associazioni che non presentano requisiti dimensionali e personali adeguati. Le piccole e piccolissime associazioni sono una ricchezza, ma se vogliono affrontare compiti di tale portata devono prendere in considerazione l’idea di dotarsi di presupposti più solidi, magari attraverso aggregazioni fra piccole realtà.

      Non ho scritto che i volontari sono giovani che partono all’avventura senza cognizione di causa. Certamente non mi aggrego a coloro, poco preparati oltre che scarsamente sensibili, i quali vedono nel volontariato una sorta di capriccio giovanile. Grazie alla mia professione, però, sono piuttosto ben informato sui rischi che si corrono quando ci si trova in aree pericolose. Non mi sembra che tutti i volontari, pur non essendo certamente degli ingenui sognatori, abbiano la formazione per affrontare rischi che sono del tutto analoghi a quelli a cui si espongono, ad esempio, i giornalisti inviati in zone turbolente, che per svolgere questa professione superano seri percorsi formativi specifici. Di lì si potrebbe prendere ispirazione, per una compiuta formazione dei volontari.

      Grazie per l’attenzione e cordiali saluti.
      LL

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