«L’Italia è l’anello debole dell’Ue per il Cremlino»

Intervista di Irina Kaščej a Luca Lovisolo
L’intervista uscita su Mižnarodnyj Kur’er e su Polit.ua

L’ampia intervista della giornalista ucraina Irina Kaščej a Luca Lovisolo, uscita sui periodici «Mižnarodnyj Kur’er» e «Polit.ua.» Il nuovo libro «Il progetto della Russia su di noi» e gli eventi fra Russia, Ucraina e le altre realtà dell’ex Unione sovietica. La guerra ibrida e le azioni della Russia per estendere la sua zona di influenza da Vladivostok a Lisbona. Il ruolo dell’Italia a favore del Cremlino.


L’aggressione russa contro l’Ucraina e la Georgia, il suo aiuto «umanitario» all’Italia, non sono fatti disgiunti l’uno dall’altro. Sono elementi della realizzazione della Quarta teoria politica di Aleksandr Dugin e della dottrina militare di Valerij Gerasimov, afferma Luca Lovisolo, ricercatore in relazioni internazionali, specialista dei Paesi dell’Est Europa e autore del libro «Il progetto della Russia su di noi.» Recentemente Lovisolo è intervenuto su questo tema dinanzi a una commissione parlamentare.

Il libro di Luca Lovisolo: Il progetto della Russia su di noi
Il libro di Luca Lovisolo
sulla strategia russa in Europa

Signor Lovisolo, com’è giunto a studiare i processi politologici proprio dei Paesi dell’Europa orientale?
Per molti anni ho lavorato come traduttore dalla lingua tedesca e ho osservato molto da vicino la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione delle due parti della Germania. Mi hanno sempre incuriosito le vicende storiche dell’Europa orientale e la caduta dei regimi comunisti. Nel 2009 sono tornato alla mia attività di ricerca, pur continuando a lavorare come traduttore. Dapprima mi sono occupato della Romania: avendo una formazione giuridica, mi interessava molto il processo a Nicolae Ceaușescu. Gli eventi accaduti in Ucraina nel 2014 mi hanno poi spinto a dedicarmi esclusivamente alla ricerca.

Ed è partito per l’Ucraina…
Proprio così, prima non ci ero mai stato, sebbene conoscessi bene i Paesi vicini e la storia dell’Unione sovietica, le sue particolarità culturali e linguistiche. Allora parlavo già russo, ne ho migliorato la conoscenza e l’ho integrata con la conoscenza dell’ucraino. A stimolarmi è stata la percezione immediata che il modo in cui veniva raccontata la guerra russo-ucraina era evidentemente errato. In Italia avevo molti conoscenti ucraini, particolarmente colleghi traduttori. Parlavo spesso con loro della situazione nel loro Paese, conoscevo il particolare bilinguismo dei suoi abitanti, difficile da comprendere per noi occidentali, la presenza di numerose etnie.

I media, le motivazioni del conflitto, la Quarta teoria

Quando ho sentito che alla televisione italiana il conflitto scoppiato in Crimea e nel Donbass veniva motivato con questioni etnico-linguistiche, mi è sembrata subito una spiegazione inverosimile. In Ucraina, come in tutti i Paesi multietnici, vi sono attriti dovuti a questioni etnico-linguistiche, ma non sono tali da causare una guerra. Sarebbe impossibile, d’altra parte, anche perché i confini linguistici, in quel Paese, non hanno una dimensione meramente geografica. Non è come in Svizzera, dove ci sono cantoni di lingua tedesca, francese e italiana. In Ucraina, le differenze linguistiche esistono fra città e campagna, tra generazioni o tra membri di una stessa famiglia. Anche per questo sono andato in Ucraina, per sentire con le mie orecchie in che lingua parla la gente nelle strade, nei bar, sui treni; per vedere con i miei occhi le differenze tra le regioni del Paese. Successivamente, dopo aver studiato i testi e i seminari filosofici di Aleksandr Dugin, ho approfondito la sua Quarta teoria politica. E, come si dice, il mosaico mi è apparso completo di tutti i suoi tasselli. Gli atti che il Cremlino mette in pratica nella politica estera russa dal 2007 in poi non sono episodi slegati, ma parte di un progetto molto chiaro.

Di cosa tratta la Quarta teoria?
La sua idea e finalità principale è nel fatto che lo Stato fondato sulla preminenza del diritto e dei diritti fondamentali dell’individuo deve arretrare, per lasciar spazio al progetto Eurasia. Nella Quarta teoria, che è totalitaria e russocentrica, la persona umana non che un essere incompiuto, un ingranaggio del sistema. Lo Stato decide tutto. L’incarnazione dei questa teoria è la Russia di Putin, ma non si tratta solo di Russia: secondo Dugin, la sfera d’influenza russa non deve limitarsi agli Stati dell’ex Unione sovietica e del Patto di Varsavia. Deve estendersi da Vladivostok a Lisbona. L’influenza russa, a questo fine, può assumere diverse forme. Non intendo dire che la Francia e la Germania saranno annesse alla Russia, come la Crimea, ma che tutta l’Europa occidentale si troverà nella zona d’influenza della Russia allo stesso modo in cui gli Stati uniti considerano propria zona d’influenza gli Stati del Sud America, dove nulla di importante accadde senza che Washington ci metta il naso. In questo modo, potranno risorgere due blocchi, quello americano e quello russo. In Italia, l’Ideologia di Dugin è poco nota: per quanto ne so, è stato tradotto un solo suo libro. Chi sa il russo, però, può leggere i suoi lavori e ascoltare i suoi seminari, che sono liberamente accessibili, e accertarsene: non è una supposizione o una teoria complottista. Tutto sta avvenendo intorno a noi, su questi temi si scrivono libri e articoli, si tengono seminari, vengono coinvolti studenti…

Nel Suo libro «Il progetto della Russia su di noi» Lei scrive che Putin non è autore, ma solo esecutore della politica estera russa. Ciò significa che dopo la fine della sua carriera la minaccia rappresentata per noi dal progetto Eurasia non scomparirà…
Proprio così. La Quarta teoria è un’ideologia, né più né meno. E’ un complesso di pensiero fondato su una forte base filosofica, non scomparirà con la fine della carriera di Putin e dello stesso Dugin. Può durare decenni, com’è avvenuto per il marxismo, che non è morto con Marx.

La guerra ibrida: la teoria messa in pratica

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Dugin, però, parla solo in teoria. Come si presenta la sua attuazione pratica?
La realizzazione pratica è descritta da Valerij Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate russe. Descrive nero su bianco gli strumenti della guerra ibrida: disinformazione, costruzione del caos e confusione, utilizzo di missioni umanitarie per conquistare il favore della popolazione… Tutto ciò lo si vede nella pratica, fra l’altro, in Italia, che in primavera ha permesso a una missione militare russa (!) di attraversare metà Penisola portando «aiuti umanitari» contro il nuovo coronavirus. La missione era guidata dal noto generale Kikot e comprendeva un componente precedentemente espulso dall’Estonia con l’accusa di spionaggio. Russia Today, Sputnik, il sostegno del Cremlino ai partiti-chiave di questo progetto, l’informazione e le notizie falsificate: sono i tasselli del mosaico «progetto Eurasia,» strumenti che orientano l’opinione pubblica in favore della Russia. In questo modo, nella popolazione si forma il bisogno di un «uomo forte» che venga a riportare ordine e risolvere tutti i problemi. Allora la Russia apparirà come salvatrice di tutto e di tutti. A un certo punto – secondo Dugin – saliranno al potere partiti filorussi, che promuoveranno la vicinanza politica ed economica e la cooperazione con la Russia. In questo modo, gli Stati scivoleranno nella zona d‘influenza russa e ciò sarà giustificato come obbedienza alla volontà popolare. L’Italia è il primo Stato dell’Ue in cui due partiti filorussi hanno governato insieme per più di un anno. Non è un caso: l’Italia è l’anello debole dell’Ue e, in conseguenza, l’anello forte della realizzazione del progetto Eurasia.

Non si può fare a meno di ricordare la domanda della deputata del Partito democratico Lia Quartapelle: «Perché proprio l’Italia?» Del resto, la stessa parlamentare ho posto questo quesito al termine dell’intervento che Lei, Lovisolo, ha tenuto al Parlamento italiano, dedicato a queste minacce…
Come dico spesso – è una battuta, naturalmente – l’Italia è l’unico Paese postsovietico che non è mai stato sovietico. Intendo dire che la mentalità italiana contiene in sé forti componenti di cattolicesimo e marxismo, molto più forti rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale.

Da dove provenga la componente cattolica è chiaro, ma il marxismo, perché?
L’ideologia marxista e il cattolicesimo si assomigliamo più di quanto vorrebbero. Ambedue le dottrine, marxismo e cattolicesimo, sono paternaliste: alla loro base vi è la tutela dell’individuo, privandolo però quasi del tutto della possibilità di scegliere il proprio destino. Uno Stato paternalista segue la persona dalla culla alla bara e non si preoccupa di aprirgli possibilità di manifestare liberamente i propri talenti. Inoltre, ambedue le dottrine puntano a superare lo Stato. Il cattolicesimo guarda alla cittadinanza come comunità religiosa, non civile, mentre il marxismo guarda agli individui come comunità mondiale di proletari uniti. Per Marx, lo Stato è una sovrastruttura borghese, uno strumento temporaneo che deve scomparire con la formazione dell’unione globale delle classi subalterne. Ambedue questi messaggi, quello marxista e quello cattolico, sono molto simili tra loro. Toccano le stesse corde nell’animo degli italiani, che generalmente sono poco abituati all’idea della libertà individuale, a differenza di ciò che accade nei Paesi anglosassoni, patrie dell’individualismo, a volte estremo. In Italia, il messaggio marxista risveglia il sentimento più profondo di questa mentalità: il bisogno di uno Stato paternalista. Ad esempio, svolgere attività d’impresa è molto più complesso in Italia, rispetto alla Germania o alla Svizzera, a causa delle molte restrizioni.

Lo Stato paternalista e il mito del socialismo reale

Luca Lovisolo, intervistato da Irina Kaščej
Luca Lovisolo | © Lorenzo Lucca, Elisa Piemontesi

Nella mentalità italiana permane il mito del socialismo reale, persino più di quanto avvenga nei Paesi postsovietici, che lo hanno vissuto sulla loro pelle e ne hanno sperimentato l’inadeguatezza. Ero molto giovane, alla fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta, ma lo ricordo bene: non vi era possibilità di accedere ai grandi giornali e alle reti televisive, se non eri vicino ai circoli cattolici o al Partito comunista. Questa è una cosa che molti stranieri, particolarmente dell’Europa orientale, faticano a immaginare. Oggi va un po’ meglio, ma non molto. Le università, ad esempio, sono ancora molto politicizzate. La maggioranza di esse non forma dei politologi, forma dei quadri di partito, esattamente come accadeva nell’Unione sovietica. Si può aggiungere anche l’atteggiamento di molti italiani verso il loro lavoro. E’ estremamente difficile licenziare un dipendente a tempo indeterminato. Di conseguenza, in Italia spesso si percepisce il posto di lavoro come un diritto, indipendentemente da quanto correttamente si svolgano le proprie mansioni. In molte realtà, anche i dipendenti delle imprese private non avvertono il legame tra il modo in cui lavorano e il loro stipendio. Perché il lavoro è qualcosa che deve essere garantito dallo Stato. Questo è un modo di pensare sovietico. In questo senso, ci sono Paesi ex comunisti che sono ormai più avanti dell’Italia. Se si guarda ad alcune realtà della Polonia o della Repubblica Ceca, vi si trovano condizioni e modi di pensare più moderni che nella Penisola. Naturalmente, e per fortuna, in Italia vi sono anche molti altri aspetti più attuali e liberali, ma la base cattolico-marxista rende la Penisola molto vulnerabile alla diffusione del messaggio del «mondo russo.»

Intanto, il cittadino comune non sa cosa significa in concreto «mondo russo» e non immagina cosa significa vivere in una dittatura…
E’ così. Molti italiani credono che vivere in una dittatura significhi non andare a votare. Hanno dimenticato cosa significa una dittatura nella vita di tutti i giorni. Dalla fine del fascismo sono passati settant’anni, non ci sono quasi più testimoni che l’hanno vissuto consapevolmente. Le persone hanno dimenticato che i diritti fondamentali, il diritto di muoversi liberamente, di avere una giustizia indipendente ed elezioni regolari, la riservatezza della vita privata, eccetera, non sono dati per natura, non sono scontati. Non esistono da sempre, sono stati conquistati con lotte secolari e ininterrotte. In Italia non si comprende che l’«uomo forte» non significherebbe solo strade pulite, ma anche una vita pianificata dall’alto. Lo Stato che decide cosa guardare, cosa leggere, dove lavorare, cosa mangiare e persino se vivere o no. La mancanza di consapevolezza rispetto alla natura dei regimi dittatoriali rende l’Italia un candidato ideale per la realizzazione delle idee della Quarta teoria di Dugin, che punta alla soppressione dei diritti fondamentali.

Cosa possiamo fare?

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Come opporsi a questa minaccia?
Bisogna innanzitutto evitare di favorirne la realizzazione. L’Unione europea, sebbene stia vivendo una crisi di identità, non può permettersi di cadere in confusione, di lanciare messaggi contraddittori sulle sanzioni contro la Russia e così via. Dobbiamo acquisire consapevolezza di ciò di cui stiamo parlando, studiarlo con attenzione e comprendere a fondo questa minaccia. Dobbiamo renderci conto che lo Stato di diritto, nonostante le sue imperfezioni, è il miglior strumento di convivenza sociale sinora inventato. Ogni cittadino dovrebbe comprendere che è meglio avere politici istruiti e intelligenti al potere, piuttosto che uomini oscuri e inadeguati, e votare di conseguenza. Poi, i media: le testate italiane traboccano di articoli filosovietici e filorussi, scritti da autori che non sono mai stati nell’Est Europa, non parlano nemmeno russo e non hanno accesso alle fonti. Intanto, i giornalisti che potrebbero occuparsi di questi temi in modo professionale non hanno accesso ai media maggiori. Sarebbe anche necessario un maggior controllo sui social network. Le false notizie diffuse in Rete sono potenti strumenti per promuovere la Quarta teoria. Un esempio per tutti è stato il referendum per la Brexit. Non parlo di censura, non si tratta di usare questi metodi, ma potrebbe già essere d’aiuto, ad esempio, un obbligo di registrarsi sui social network con il proprio vero nome e cognome, di rispondere con la propria faccia dei propri atti. Infine, vale la pena ricordare che se si permette l’ascesa al potere di una dittatura, non si potrà più dire: «Oh, abbiamo sbagliato, alle prossime elezioni voteremo diversamente» e tutto tornerà come prima. Votare non basterà, bisognerà fare la rivoluzione, come in Ucraina a suo tempo. Ne abbiamo, di cose da salvaguardare: i nostri valori, i nostri diritti e il nostro benessere.

| Intervista di Irina Kaščej. Traduzione italiana di Luca Lovisolo. Testo originale in >Mižnarodnyj Kur’er e >Polit.ua. Per gentile concessione.


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