Libia e Venezuela: non resta che aspettare

Lampada nel deserto | © Jeremy Bishop
Lampada nel deserto | © Jeremy Bishop

Gli eventi in corso in Libia e la prosecuzione della crisi venezuelana calamitano l’attenzione internazionale, in questi giorni. Sulla Libia, la posizione degli europei, in particolare di Francia, Italia e Inghilterra, è quanto meno ambigua. In Venezuela, ha fatto notizia nei giorni scorsi la revoca dell’immunità parlamentare a Juan Guaidó. Maduro compie un altro passo avanti nell’incostituzionalità del suo regime.


Due situazioni richiamano l’attenzione internazionale, in questi giorni: gli eventi in corso in Libia e la prosecuzione della crisi venezuelana. Su entrambi è prematuro trarre conclusioni, nonostante la ridda di interpretazioni e pronostici circolanti. E’ possibile, ragionevolmente, segnare alcuni punti fermi.

LIBIA – Il generale Khalifa Belqasim Haftar comanda un certo numero di unità militari a lui fedeli, che si definiscono «Esercito nazionale libico.» Sta cercando di rimuovere il governo di Fayez al-Sarraj. La lotta non è tra due fazioni qualunque. Il governo di al-Sarraj è riconosciuto dalle Nazioni unite. Perciò, per la comunità internazionale è il governo legittimo della Libia. Haftar, al contrario, non ha alcuna legittimità formale, ma è silenziosamente appoggiato dal vicino Egitto e da vari attori interni e internazionali interessati a insinuarsi nello scenario libico.

La posizione degli europei, in particolare di Francia, Italia e Inghilterra, è quanto meno ambigua. E’ condizionata soprattutto dall’esigenza di mantenere il controllo sugli impianti di estrazione e trasporto di gas e petrolio. Più incerta che mai la posizione dell’Italia: il Governo Conte si è genericamente espresso a favore del governo legittimo di al-Sarraj, ma non disdegna di parlare direttamente con Haftar, che è stato più volte a Roma.

Haftar fa molto rumore, le sue truppe si muovono con un certo successo fuori da Tripoli, ma, giunte a rodere l’osso duro della capitale, sembrano venirne respinte, in questi giorni come in altri tentativi passati. Il governo di al-Sarraj controlla una parte ridotta del territorio, ma pare agire con maggiore efficacia. La Russia, nelle parole del portavoce della presidenza Putin, avrebbe negato il suo appoggio alla nuova offensiva di Haftar, sebbene in passato ne abbia affiancato l’azione. E’ ragionevole pensare che Haftar, con questa mossa, voglia influenzare la prossima Conferenza ONU sulla Libia, in programma dei prossimi giorni e nel frattempo cancellata, ma il quadro è molto sfaccettato.

Legga anche:  Brexit, e poi?...

La società libica è tribale: esistono circa 140 tribù, poco più di 30 esercitano una reale influenza. Le tribù non hanno la possibilità di sostituirsi allo Stato, ma barattano la fedeltà al potere centrale con quote di potere locale e di controllo delle risorse energetiche. Il punto critico, sullo scenario libico, è da sempre l’equilibrio di potere fra Stato e tribù, da una parte, e fra le diverse regioni del Paese, dall’altra: la Tripolitania, sulla costa ovest, intorno a Tripoli; la Cirenaica, a est, e il Fezzan, nel sud desertico.

Il libro di Luca Lovisolo sull’Italia
Disponibile qui >

Il quadro di oggi non è molto diverso da quello che incontrarono i colonizzatori italiani, nella prima metà del Novecento, sotto la guida del conte Volpi di Misurata, del generale Graziani (detto il macellaio del Fezzan) e di Italo Balbo. A ciò si aggiungono le presenze ormai consuete sullo scenario nordafricano e mediorientale: i gruppi terroristi islamici, gli interessi dei Paesi confinanti e non, lo scontro fra le parti di società rurale più tradizionalista e la popolazione più giovane e istruita, concentrata piuttosto nelle città, che capisce sempre meno le logiche di potere consolidate.

Questo micrometrico frazionamento sociale e politico del Paese rende molto difficile interpretare i fatti libici. E’ poco saggio azzardare pronostici sugli eventi di queste ore. Non si può fare molto altro che attendere gli sviluppi, soprattutto considerando la disunità dell’azione europea e il sostanziale disinteresse degli Stati uniti. Si ha l’impressione che tutti cerchino di tenersi lontani da un vespaio sempre meno comprensibile.

VENEZUELA – Ha fatto notizia nei giorni scorsi la revoca dell’immunità parlamentare a Juan Guaidó, il presidente dell’Assemblea nazionale che intende disarcionare dalla presidenza Nicolás Maduro. Revocare l’immunità rende possibile perseguire penalmente il giovane politico che sta guidando la resistenza contro Maduro. La pretesa di Guaidó di assumere i poteri di capo provvisorio dello Stato non è campata in aria: si fonda su tre articoli della Costituzione venezuelana (233, 333 e 350), mentre il regime di Maduro ha commesso più di un passo falso, distorcendo visibilmente lo spirito e la lettera della Costituzione, pur di restare al potere e di esautorare il Parlamento.

Legga anche:  Silenzio in Siria: cosa significa per noi

Se si studia il quadro costituzionale venezuelano, si vede che l’atto di Guaidó non è affatto un colpo di testa. Non è del tutto corretto affermare che si sarebbe «autoproclamato» presidente, anche se per comodità linguistica si usa spesso questo termine. La sua strategia è stata certamente elaborata da giuristi esperti. Presenta alcuni punti deboli, che si lasciano tuttavia giustificare dalla situazione in cui versano le istituzioni del Paese. Per questo, Guaidó si è guadagnato il riconoscimento di molti Stati del mondo, con l’eccezione di quelli ideologicamente vicini al regime di Maduro (tra questi la Russia, l’Italia – unico Stato europeo a sostenere di fatto il regime di Caracas – e un gruppo Stati autoritari o legati al Venezuela da vari interessi, da Cina a Corea del Nord).

La revoca dell’immunità parlamentare a Guaidó è stata pronunciata dall’Assemblea costituente: con questo atto, Maduro compie un ulteriore e chiaro passo avanti nell’incostituzionalità del suo regime. L’Assemblea costituente, infatti, già dubbia nella sua legittimità perché convocata motu proprio dal Presidente senza avallo referendario, ha competenza esclusiva in materia di riforma costituzionale. Non può compiere atti di amministrazione dello Stato.

Interpretando a proprio comodo gli articoli da 347 a 349 della Costituzione, Maduro e il suo circolo di potere stanno invece utilizzando l’Assemblea costituente come parlamento parallelo, a loro compiacente. Allo stesso modo, controllano il Tribunale supremo, che in Venezuela ha anche funzione di corte costituzionale. Di fatto, quest’organo sta approvando ogni atto del regime di Maduro, anche quelli manifestamente contrari allo spirito della Costituzione.

Guaidó non è sinora riuscito a prendere in mano concretamente le leve del potere. Non mancano, anche qui, interessi internazionali poco trasparenti, in primo luogo quelli degli Stati uniti, sempre pronti a mettere la loro zampa sui destini dei deboli Stati latinoamericani.

Entrambi gli scenari, quello libico e quello venezuelano, sono in evoluzione. E’ poco utile fare analisi affrettate: i prossimi giorni diranno di più.

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*