«Le incredibili avventure degli italiani in Russia»

Dove sta andando l'Europa: verso l'Eurasia di Dugin e Putin
Clown a Park Sokol’niki, Mosca | © A.L.

Prima della pausa estiva, ho scelto un fatto determinante, tra quelli accaduti più recentemente: le trattative fra esponenti politico-affaristici italiani e russi, uscite allo scoperto nelle settimane scorse. Poche osservazioni sugli aspetti interni italiani, ma un approfondimento del perché i fatti emersi al Metropol di Mosca possono cambiare a lungo il domani degli italiani e degli europei.


Per quest’ultimo intervento prima della pausa estiva cercavo un fatto determinante, capace di influire sul futuro, tra quelli accaduti più recentemente, per portare qualche idea su cui riflettere durante l’estate.

Ho scelto le trattative fra esponenti politico-affaristici italiani e russi uscite allo scoperto nelle settimane scorse. Alle conseguenze interne italiane dedico solo due brevi considerazioni. Dirò invece più dettagliatamente perché questi eventi possono cambiare a lungo la vita degli italiani e degli europei, se il progetto di cui sono espressione si realizzerà. Spiegherò anche perché ne sono così sicuro.

La questione interna italiana

I due aspetti interni italiani sono presto detti. Chi afferma che il proprio partito «non ha mai preso un rublo» e saluta le indagini dicendosi certo che non porteranno a nulla, potrebbe avere ragione. I finanziamenti illeciti a un partito possono avvenire beneficiando soggetti apparentemente estranei ad esso: società, associazioni o singoli che svolgono attività materialmente o ideologicamente funzionali al partito, anche senza avervi legami giuridici o politici apparenti.

In questo modo, non un centesimo affluisce sui conti del partito in questione. Se necessario, il denaro può anche circolare sotto forma di piccole dazioni in contanti, che sfuggono ai controlli, ma possono bastare a finanziare attività di propaganda via Internet che raggiungono milioni di elettori. Non è detto che le indagini riescano a trovare elementi utilizzabili dall’accusa dinanzi a un giudice, per sanzionare queste condotte.

Il secondo aspetto riguarda l’altro partito italiano di governo, che insiste affinché il proprio partner faccia chiarezza sui rapporti con Mosca, dicendosi estraneo a coinvolgimenti russi. Le frequentazioni moscovite di esponenti di punta del Movimento 5 stelle sono note a chiunque si occupi di Russia. Nel 2016, l’attuale Sottosegretario agli esteri italiano, Manlio di Stefano, insieme al noto esponente pentastellato Alessandro di Battista, era a Mosca per tessere contatti con parlamentari russi del partito di Putin Edinaja Rossija. Ci sono foto, articoli, nomi e cognomi. Lo stesso Di Stefano tenne addirittura un proprio intervento, al congresso di tale partito.

Per chi vuole approfondire, le inchieste di Jacopo Iacoboni, confluite nei suoi due libri L’esperimento e L’esecuzione, fanno luce sulle relazioni fra il Movimento e la Russia. Per chi conosce questi scenari, sentire esponenti del Movimento 5 stelle insistere affinché la Lega – Salvini premier spieghi i suoi rapporti con la Russia si presenta come una curiosa pièce di teatro surrealista. Caso unico in Europa, l’Italia è governata da due partiti entrambi filorussi. Dietro alle dichiarazioni formali, perciò, è improbabile che a Roma il governo possa dividersi su una «questione russa.» Dei due partiti della maggioranza, senza il Cremlino uno difficilmente sarebbe dov’è e l’altro, forse, non esisterebbe neppure.

Perché le nostre vite possono cambiare

Veniamo ora al perché le trattative di Mosca fra italiani e russi possono incidere sulla vita di noi europei, e per lungo tempo. Non sappiamo se quelle trattative siano andate in porto. In ogni caso, esse rivelano che vi sono esponenti di partito, legati personalmente e politicamente ad alti funzionari governativi, che negoziano le alleanze e la politica internazionale del proprio Paese contro favori in denaro per la propria formazione politica. Alla luce di ciò, se le forniture di petrolio di cui si parlava all’hotel Metropol di Mosca siano poi avvenute o no, è ben poco rilevante.

Un caso analogo si era verificato pochi mesi prima con l’ormai ex vicecancelliere d’Austria, Heinz-Christian Strache. Il caso italiano presenta due importanti differenze. Nel caso austriaco, l’emissaria russa con la quale Strache si incontrò a Ibiza era una figurante e le trattative erano ipotetiche; nel caso italiano, invece, gli esponenti russi erano veri e il negoziato era in fase piuttosto avanzata. In Austria, dopo la rivelazione della condotta di Strache, sono bastate poche ore per suscitare un’ondata di riprovazione, a cui è seguita la caduta del governo. In Italia non è successo nulla: da alcuni sondaggi sembra che i fatti di Mosca abbiano persino rafforzato i consensi, già molto alti, verso il vicepremier Matteo Salvini.

I rapporti moscoviti dei partiti filorussi italiani, austriaci, francesi e di altri Paesi europei non sono episodi slegati. Sono elementi di un progetto capace di cambiare a fondo e in peggio le nostre vite. L’autore di questo progetto non è Vladimir Putin, che ne è invece un esecutore. Gli ideatori sono alcuni ideologi e militari che ruotano intorno al Cremlino. La figura più nota, ma non unica, è Aleksandr Gel’evič Dugin, ormai conosciuto in Italia per le sue sempre più frequenti apparizioni nella Penisola, inclusa una lunga intervista permessagli dalla RAI.

Il progetto si chiama Eurasia e noi tutti, europei, ne siamo parte. Se non accadrà qualcosa di inatteso, l’Italia, oggi, è il primo candidato europeo a far parte di questa nuova entità politica continentale, che vuole unire Russia, Asia Centrale, Caucaso ed Europa, da Vladivostok a Lisbona. La Svizzera, nonostante la sua storica neutralità, è molto più vicina di quanto pensi, a diventare pedina di questo scenario. Mentre battaglia per regolare i suoi rapporti con l’Unione europea, Berna sembra dimenticare le ben più gravi minacce che possono giungerle da Mosca e dagli oligarchi russi ai quali ha offerto generosa accoglienza fiscale dagli anni Novanta in poi.

Verso quale modello stiamo andando?

Quando il mondo era diviso tra emisfero capitalista ed emisfero comunista, i modelli a cui riferirsi erano chiari: era facile sapere che vita si sarebbe fatta, se si fosse caduti nella sfera d’influenza di Mosca. Oggi, non è altrettanto semplice sapere come si presenterà l’Eurasia, alla quale la maggioranza degli italiani e molti europei sembrano ansiosi di associarsi. Per sapere come sarà la nostra nuova casa, bisogna ascoltare le venticinque ore di seminari tenuti da Aleksandr Dugin, nel suo russo filosof-politichese, nei quali illustra nel dettaglio la sua «Quarta teoria politica,» fondamento del progetto Eurasia.

Bisogna leggere i suoi libri, nei quali costruisce la sua teoria sulla critica al Dasein di Heidegger, ma non ci si può accontentare delle traduzioni. Per conoscere i metodi con i quali la Russia sta attuando questo progetto, bisogna cercarli negli articoli sulla «guerra ibrida» pubblicati dalle riviste di strategia militare russe a firma di Valerij Vasil’evič Gerasimov, Capo di stato maggiore di Mosca. E’ tutto molto difficile e noioso. Se non si fa questo lavoraccio, però, non si riescono a collocare i legami russi dei partiti europei «sovranisti» – da Lega e Movimento 5 stelle italiani fino al Front National francese e compari – e non si comprende tutto ciò che sta succedendo nel quadrante caucasico e centro-asiatico.

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Molti credono che le mosse della Russia sullo scenario globale siano escogitate da Vladimir Putin. In realtà, la costruzione dell’Eurasia e della Quarta teoria politica di Aleksandr Dugin va oltre il presidente russo. Come dice Dugin stesso a più riprese, nei suoi seminari, l’Eurasia e la Quarta teoria politica sono una costruzione intellettuale che dev’essere solida, resistente alla critica, nel senso filosofico del termine. In questo senso, la teoria di Dugin è peggio del fascismo e del nazismo. Questi ultimi, non sorretti da una elaborazione teoretica forte, cessarono di esistere con la morte di Mussolini e di Hitler. Elementi sparsi del loro predicato sopravvivono in frange estremiste, ma non determinano più la vita di alcuno Stato.

Gli ideologi del Cremlino sanno molto bene che devono elaborare un costrutto ideologico capace di superare la carriera presidenziale e la vita stessa di Putin. La Quarta teoria di Dugin è molto più simile, sotto questo aspetto, al comunismo: grazie alla solidità della sua fondazione ideologica, ancora oggi esistono Stati che si reggono sui principi del marxismo-leninismo, anche se Marx e Lenin sono nella tomba da generazioni.

L'Italia vista dalla Svizzera nei sei mesi più delicati della sua storia recente
«L’Italia vista da fuori» – Il libro di Luca Lovisolo sull’Italia

La nostra vita nell’Eurasia

Se il progetto russo si realizzerà – e finora sta avanzando quasi senza ostacoli – la perdita maggiore per gli europei riguarderà le libertà fondamentali dei cittadini. Soprattutto in Italia, l’atteggiamento dei singoli verso le libertà fondamentali è sempre più indifferente. Nel 1985 passai un mese nell’Ungheria ancora comunista, per frequentare un seminario. Quando facevo notare ai miei compagni di corso, quasi tutti provenienti dall’Unione sovietica e altri Paesi dell’Est, che, a differenza di me, loro non potevano viaggiare liberamente ovunque volessero, ricevevo spessissimo questa risposta: «Ma cosa m’importa di viaggiare, io non ho bisogno di andare all’estero, sto nel mio Paese.»

Oggi, in Italia, è molto frequente sentire un’espressione che deriva dalla stessa indifferenza: «Cosa m’importa della libertà, dell’Unione europea, delle nuove tecnologie, di poter viaggiare e lavorare in tutta Europa? Io sto nel mio Paese, nella mia provincia, nel mio borgo.»

Oggi più che mai, l’intero complesso dei diritti fondamentali gode di scarsissima popolarità. Una delle nefaste conseguenze del disgoverno dell’immigrazione è l’ombra che ha gettato sui diritti fondamentali, modificando in modo radicale e negativo l’atteggiamento di una parte rilevante dell’opinione pubblica verso tale insieme di diritti, usati per giustificare l’accesso in Europa di persone che non ne avrebbero titolo. Le norme sull’asilo, sul non respingimento, sul salvataggio in mare si basano sull’affermazione di diritti fondamentali, ma oggi migliaia di finti naufraghi dinanzi alle coste della Libia e di migranti economici mascherati da richiedenti asilo ne fanno un abuso ormai così manifesto, che il concetto stesso di «diritti fondamentali» perde di valore agli occhi dei cittadini. Non per nulla, i migranti sono un tema trainante della propaganda russa contro lo Stato di diritto, accusato di non riuscire ad arginare i flussi perché vincolato al rispetto dei diritti umani.

Dimentichiamo, così, che quando si parla di diritti fondamentali si parla di libere elezioni, di libertà economica, di giustizia indipendente dalla politica, di tutela della sfera privata, di libertà di espressione. I diritti fondamentali si possono riassumere in una parola, anzi due: libertà nella responsabilità. La base della nostra civiltà. Eppure, per molti, tutto ciò ha poco o nessun valore.

Perché liberi si sta meglio

Proviamo a dare alla parola «libertà» un significato più concreto. Se nell’ultimo secolo abbiamo sconfitto malattie che sembravano inguaribili (si moriva d’influenza, ancora ai primi del Novecento), se oggi abbiamo tecnologie e mezzi di comunicazione che ci permettono una qualità di vita mai raggiunta in passato, lo dobbiamo alla libertà. Non è casuale, che il rapidissimo progresso della medicina, della tecnologia e della conoscenza sia avvenuto nel Novecento: le sue radici stanno nella libertà di circolazione delle persone e delle idee; nella libertà di ricerca e insegnamento, svincolate dal dominio della Chiesa, ancora schiacciante fino all’Ottocento; nella libertà dei singoli di esprimere al massimo grado i propri talenti individuali senza censure di Stato.

La qualità di vita di cui godiamo oggi è cresciuta parallelamente al diffondersi e al consolidarsi della società aperta e dello Stato di diritto. Questo è il motivo per il quale nel Novecento abbiamo assistito a una inaudita rivoluzione del fare e del sapere, partita non a caso dal mondo libero, mentre gli Stati autoritari restavano indietro nello sviluppo, condannati a importare o copiare più o meno segretamente le invenzioni occidentali. Nella Romania di Ceaușescu potevi morire di cancro, se non eri tra i privilegiati che disponevano di valuta occidentale e di contatti per acquistare i medicinali sul mercato nero, perché l’industria interna non li produceva e le importazioni ufficiali erano impossibili. Se non eri un privilegiato, crepavi, con buona pace del Partito, per una malattia che avresti potuto curare, se anziché nascere romeno fossi nato italiano o francese. Se mettiamo la parola «libertà» su questo scenario, forse tutti capiamo meglio cosa significa.

Aleksandr Dugin dice esplicitamente, nei suoi seminari, che nell’Eurasia non vi sarà posto per i diritti fondamentali: nella sua visione, i diritti dell’Uomo sono un prodotto degenerativo del «mondo anglosassone.» Quando Vladimir Putin, prima della sua recente visita in Italia, ha affermato in un’intervista al Financial Times che il liberalismo e lo Stato fondato sulle garanzie del diritto hanno concluso il loro ciclo storico e devono essere sostituiti da un modello autoritario, ha suscitato molte reazioni scandalizzate. Non in chi conosce il retroterra da cui provengono tali affermazioni: non sono che un altro passo verso l’attuazione della Quarta teoria politica di Aleksandr Dugin e la costruzione dell’Eurasia.

Diritti universali o diritti «anglosassoni?»

I diritti fondamentali, che sono alla base della società aperta e dello Stato di diritto, corrispondono a principi codificati nel diritto internazionale. Per realizzare il progetto dell’Eurasia, nel quale l’individuo è subordinato a un costrutto ideologico imposto con metodi autoritari, bisogna rompere l’unità e universalità del diritto internazionale, in particolare del complesso dei diritti fondamentali. Bisogna negare l’esistenza di una concezione universale dell’Uomo, costituita sul riconoscimento di alcuni diritti che l’Uomo ha in quanto appartenente alla specie umana, indipendentemente dalle obbligazioni contratte con uno Stato di appartenenza.

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Esiste, nella visione degli ideologi del Cremlino, un mondo Alfa, quello «anglosassone,» che ha prodotto l’insieme dei diritti fondamentali, ma è un mondo decadente e al termine della sua parabola storica; poi esiste un mondo Beta, quello dell’Eurasia, in ascesa, in cui i sostenitori dei diritti umani sono nemici (sono parole di Dugin), perché il complesso dei diritti fondamentali è frutto di una visione liberale e «anglosassone.» Che mettere in contrapposizione anglosassone ed europeo sia un nonsenso storico e geografico, a Dugin non importa. I suoi sostenitori, sempre più folti, applaudono lo stesso.

Anche la Brexit rientra in questo percorso: l’Inghilterra è «anglosassone,» perciò non ha nulla da cercare in Europa e in Eurasia, il suo posto è con gli Stati uniti. Chi vuole sapere come si è giunti all’incredibile risultato del voto sulla Brexit, legga gli esiti delle indagini condotte sulle influenze russe nella campagna del referendum. Boris Johnson, da poco a capo del governo inglese, vuole una Brexit senza accordo e una salda sottomissione del Regno unito a Washington: sta realizzando il progetto di Dugin, anche se c’è da dubitare che lui e Trump ne siano consapevoli, vista la confusione egocentrica che sembra regnare sotto le loro insolite capigliature.

«Le incredibili avventure degli italiani in Russia» (1973) | Scena dal film

I cavalieri italiani dell’Eurasia

Quanto ai politici e affaristi che cercano di scambiare la posizione internazionale dell’Italia contro vantaggi per il loro partito, non sembra che abbiano il profilo intellettuale necessario per comprendere a fondo il progetto della Russia sull’Europa. Forse hanno letto la traduzione italiana dei libri di Aleksandr Dugin, hanno sentito qualche sua conferenza. Hanno intuito che abbracciare quel complesso fumoso di concetti poteva garantire loro un palcoscenico che li salvava da una vuota vita di provincia. Hanno cominciato a tramare, a mettersi in luce come intermediari, organizzatori di cene, conferenze, interviste. Così sono diventati uomini di potere: e chi li stacca più, dalle mammelle della Grande Madre Russia? Sono i profili ideali, per il Cremlino: miracolati egocentrici che non contesteranno mai un ordine.

Non serve meravigliarsi nemmeno quando un’indagine rivela il ruolo degli italiani nel reclutamento di guerriglieri da inviare nel Donbass, per combattere a fianco dei russi contro l’Ucraina. Se si leggono i nomi e le circostanze che emergono dalle inchieste, si scopre che sono sempre gli stessi: le cene e i rapporti «culturali» con Dugin, le frequentazioni politiche russe, le interviste ai media di Stato di Mosca, le trattative al Metropol: i «giri» sono sempre quelli. In realtà, non si tratta di reclutare guerriglieri per combattere a fianco della Russia, che sarebbe già grave: l’obiettivo è realizzare l’Eurasia di Dugin. Per questo bisogna «convincere» gli ucraini a tornare sotto il timone di Mosca.

Tutti i dirigenti sovietici, da Lenin in poi, hanno sempre affermato che l’Unione sovietica non sarebbe esistita senza l’Ucraina. Lo stesso pensa oggi Dugin, insieme a Putin, riferendosi all’Eurasia: l’Ucraina è indispensabile, per la riuscita del progetto, nel quale siamo inclusi anche noi. Riportare l’Ucraina e la Georgia sotto Mosca, attuare una Brexit più netta possibile, indebolire o meglio distruggere l’Unione europea utilizzando l’Italia come cavallo di Troia, verificare che le transizioni di potere in Asia centrale avvengano mantenendo regimi autoritari e fedeli a Mosca, fare in modo che la Bielorussia non alzi troppo la testa. Non sono fatti isolati, preoccupanti, ma fini a se stessi. Sono mosse di una partita a scacchi che sta avvenendo sulle nostre spalle, allo scoperto, anche se non importa a nessuno.

Gli scenari per noi europei

Aleksandr Dugin afferma esplicitamente, nelle sue lezioni, che la Russia di Putin è la realizzazione della sua visione politica ed è il paradigma dell’Eurasia. Lasciare l’Europa per aggregarsi all’Eurasia, perciò, per l’Italia e per gli altri Paesi europei, significa accettare la dominanza politica, economica e culturale russa. Nella pratica, per i Paesi europei, lo scenario può collocarsi fra due estremi.

Lo scenario meno traumatico è che gli Stati europei (Italia, Francia, Germania…) mantengano la loro indipendenza, ma subiscano un controllo da parte di Mosca, pur in forme diverse, simile a quello che gli Stati uniti esercitano sull’America latina. I Paesi latinoamericani sono formalmente indipendenti, ma nulla di importante vi avviene senza il consenso di Washington, che dagli anni della Dottrina Monroe (1823!), blocca ogni iniziativa che potrebbe accrescere l’indipendenza reale e il benessere delle popolazioni latinoamericane, dalle riforme agrarie alle norme di tutela ambientale che frenerebbero le brame di sfruttamento delle risorse naturali delle multinazionali USA. La Russia non ha la forza economica degli Stati uniti, ma ha molti altri mezzi per ottenere lo stesso esito.

Lo scenario all’estremo opposto è che gli Stati europei vengano aggregati a Mosca estendendo la già esistente Unione euroasiatica. I Paesi attualmente membri, tutte repubbliche ex-sovietiche, sono governati da satrapi religiosamente fedeli a Mosca, gli avvicendamenti di potere avvengono con elezioni-farsa i cui esiti sono già predeterminati e concordati con il Cremlino, non esistono le garanzie dello Stato di diritto. Mosca, sugli Stati dell’Unione eurasiatica, esercita un controllo pressoché assoluto, che passa anche attraverso l’imposizione della lingua e della cultura russe: non c’è visita di un presidente dei Paesi dell’Unione eurasiatica a Mosca nella quale non si discuta con precisione del numero di scuole per l’insegnamento del russo, per assicurare la prevalenza culturale di Mosca nell’immaginario dei cittadini di quei Paesi.

L’Ucraina e la Georgia, gli unici due Stati che si sono opposti a questo scenario di sovranità limitata, stanno subendo l’aggressione militare di Mosca, diretta o indiretta, con l’annessione di fatto di parti del loro territorio. All’Ucraina, in particolare, tentare di liberarsi dal giogo russo ed eurasiatico è già costato un numero di vittime di guerra che si conta nell’ordine delle decine di migliaia. Gli ucraini, per contrastare il progetto Eurasia, ci stanno mettendo il sangue. I filorussi d’Italia e di tutta Europa, inclusa la Svizzera, sappiano che è questo, lo scenario a cui sono ansiosi di assoggettarsi. Fatta la scelta di aderire all’Eurasia, per tornare indietro non basterà votare un altro partito. Bisognerà fare la rivoluzione, come gli ucraini, se basterà.

Perché non sono congetture

Lo ripeto, a costo di essere noioso: ciò che sto scrivendo non è frutto di mie induzioni, interpretazioni o deduzioni. E’ tutto scritto nero su bianco: libri, conferenze, interviste, discorsi, seminari e, soprattutto, fatti. E’ escluso che si possa parlare di complottismo: accade tutto alla luce del sole. Si deve parlare, piuttosto, di impreparazione, ingenuità, irresponsabilità di chi dovrebbe opporsi a questi eventi, ma non fa nulla.

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Si può accettare, già storcendo il collo, che una parte di popolazione non abbia gli strumenti per comprendere scenari così complessi. Non si può ammettere, invece, che i media continuino a riferire su questi temi con una timidezza che odora di complicità; è intollerabile che università, radiotelevisioni e persino enti pubblici, fatte poche lodevoli ma inutili eccezioni, diano spazio a messaggi e messaggeri deliranti, lasciandoli senza contraddittorio. E’ inconcepibile che le opposizioni europee si mostrino incapaci di articolare una difesa efficace dei valori chiave della nostra civiltà, oltre che dell’universalità dei diritti fondamentali.

La situazione italiana, ancora una volta, è d’esempio negativo: nemmeno il maggior partito di opposizione, benché affermi di riconoscersi nei principi atlantici e dello Stato di diritto, riesce a esprimere una posizione unitaria e convinta verso Mosca. Alcune decisioni recenti, tra le quali il voto per riammettere la Russia al Consiglio d’Europa, dopo che ne era stata esclusa per l’aggressione all’Ucraina, lasciano a bocca aperta. Se il progetto dell’Eurasia andrà avanti, come tutto lascia intendere, è improbabile che saranno i partiti della «sinistra» italiana a ostacolarlo. Alcuni storceranno il naso, qualcuno dirà di no, ma alla fine, in maggioranza, saranno felici di gettarsi al collo di Putin e dei suoi profeti, felici di avere ritrovato un’ideologia da abbracciare, per non dover faticare troppo a pensare con le proprie teste.

Mosca, Università di Stato | © Alexander Smagin

Cosa possiamo fare

Per fermare il progetto della Russia su di noi non basta sconfiggere Putin e nemmeno gli oligarchi che traggono profitto dal suo regime e lo reggono in piedi. Bisogna smontare il costrutto ideologico sul quale si basa il disegno geopolitico dell’Eurasia, sempre più radicalmente fondato e propagato in Europa da politici, affaristi e persino da privati cittadini, che trovano nel predicato di Mosca occasioni di protagonismo e affermazione personale. Vendono l’Italia e i Paesi europei alla Russia, ma non parlano nemmeno russo. Balbettano un inglese da parodia, senza capire le regole del gioco a cui stanno giocando, per sé e per i loro Paesi. Intanto, Mosca interviene sulle opinioni pubbliche occidentali cavalcando le nuove tecnologie, con azioni che i nostri sistemi giuridici non riescono a contrastare.

Serve una decisa svolta educativa, che spazzi via i troppi equivoci sui valori fondamentali. Si torni ad affermare, senza se e senza ma, che la società aperta e lo Stato di diritto sono certamente imperfetti, ma non hanno alternative per il benessere e la libertà di noi tutti. Non si può più assistere allo scempio quotidiano di questi principi da parte di presenzialisti che sostengono qualunque cosa garantisca loro una comparsata in TV, di giornalisti da operetta, di politici senza istruzione, di docenti che confondono l’insegnamento con l’attivismo e persino di giudici che sembrano aver già deciso se assolvere o condannare prima ancora di aprire i codici.

Una tale svolta, purtroppo, non è alle viste. Al contrario, in Italia, il principale artefice del progetto Eurasia ottiene spazi e raccoglie onori, fa proseliti tra filosofi e politologi in cerca di platee plaudenti, entusiasma una popolazione ormai incapace di pensare se stessa fuori dai modelli imposti dalla televisione e dagli assiomi di un’élite culturale ferma agli anni Settanta.

E la Russia?

Non basta che si muova l’Italia. E’ essenziale che anche in Russia cominci un serio moto di opposizione verso Putin e lo scenario eurasiatico, che è svantaggioso anche per i russi. Mentre Putin spende miliardi per costruire infrastrutture propagandistiche in Crimea e dintorni, per sostenere guerre di posizione, dirette o per procura, dal Caucaso alla Siria, i medici specialisti lasciano gli ospedali della provincia russa perché gli stipendi non bastano più; appena fuori dal centro delle grandi città, lustrate per i turisti, cumuli di rifiuti dimorano all’aperto, perché il Paese non riesce a dotarsi di sistemi di smaltimento adeguati; i pensionati fanno vita grama, intellettuali e operatori culturali non disposti a piegarsi ai dettami del governo subiscono sequestri, arresti arbitrari, chiusure di musei e teatri. Storie che in Occidente nessuno racconta. Bisogna leggerle in russo sui pochi fogli di opposizione rimasti, o conoscerne personalmente i protagonisti.

A Mosca, in questi giorni, decine di migliaia di persone dimostrano, stufe di sentirsi dettare dall’alto i nomi dei candidati alle elezioni. Sfidano l’arresto e i modi poco complimentosi della polizia russa. E’ un segnale che forse qualcosa si muove. Coinvolge, però, una parte minoritaria della popolazione, quella più urbanizzata, che ha accesso a canali di informazione alternativi, che parla inglese e conosce l’esistenza di un mondo diverso. La maggioranza dei russi, negli undici fusi orari del Paese, continua a cibarsi dei notiziari della TV di Stato e a sostenere lo status quo, figlia di un Paese dalla lunga storia autoritaria.

Non le si può dare tutti i torti: un’amica russa, qualche tempo fa, mi mise in crisi, dicendomi: «Ma se tu dovessi votare in Russia, domani, chi voteresti, se non Putin?» Non seppi rispondere. Tra i tanti successi perversi dell’era Putin, vi è l’aver tagliato le gambe alla crescita di una generazione di politici alternativi e capaci. Aleksej Naval’nyj ha molti meriti e si mette in gioco fino in fondo: come mi diceva sconsolato un altro conoscente russo, però, Naval’nyj non è un politico. Fa battaglie meritorie, ma fatica a concretizzare la sua azione in un messaggio politicamente spendibile, anche perché lui e il suo movimento sono costantemente sotto le forche del regime. I contorni della sua visione non sono sempre chiari.

Ho intitolato questo articolo con una citazione: «Le incredibili avventure degli italiani in Russia.» E’ un celebre, divertente film sovietico dei primi anni Settanta. Tra gli altri vi recitava, doppiato in russo, un indimenticato Alighiero Noschese. E’ la storia di un gruppo di italiani che finisce in Unione sovietica per accaparrarsi le ricchezze di una giovane ereditiera. Ne combinano di tutti i colori, distruggono automobili, incendiano una pompa di benzina e fanno esplodere un palazzo, scavano un improbabile tunnel sotto lo zoo di San Pietroburgo, fuggono per mezza città rincorsi da un leone uscito dalla gabbia, braccati da un agente sotto copertura messo loro alle calcagna dallo Stato come finta guida turistica. Purtroppo, ciò che hanno fatto gli italiani al Metropol di Mosca assomiglia molto a quel film, per l’approssimazione, la gigioneria e l’allegra inconsapevolezza dei protagonisti.

Non è una comica, però. C’è in gioco il futuro di un Paese e di un intero Continente. Si può sperare che l’estate porti consiglio a tutti, ma è meglio non aspettarsi troppo. Buone vacanze, amici Lettori, e arrivederci a settembre.

4 commenti

  1. Molto interessante (e preoccupante). In questo scenario, che ruolo giocherebbe però la Cina? Si direbbe l’unica altra potenza attualmente in «campagna acquisti» nella vecchia Europa (ultimo episodio, la nuova Via della Seta…).

  2. Stefano Valsecchi

    No, non mi dó per vinto. Dato che il mio precedente commento è stato cancellato…[commento cancellato].

    • Se proprio ci tiene a saperlo, i Suoi due precedenti commenti e questo terzo non sono stati approvati perché totalmente estranei all’argomento dell’articolo e contenenti prese di posizione meramente personali, ideologiche e non sufficientemente documentate. Critiche e osservazioni sono accettate, come dimostrano molti altri commenti su questo blog, ma a chi propone giudizi critici sono richiesti una pur minima capacità argomentativa e un sufficiente grado di informazione sugli argomenti.

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