Italia: relazioni internazionali e governo

Il nuovo governo italiano e le relazioni internazionali
Firenze | © Sergi Ferrete

L’atteggiamento del nuovo governo italiano verso le relazioni internazionali. Due aspetti d’attualità: la questione migratoria e i rapporti con la Russia. E’ bene che la nuova Ministra dell’interno stia dialogando con gli altri Paesi europei. Resta da capire quali azioni saranno intraprese sui punti nodali della questione. Nei rapporti con Mosca, non c’è da attendersi che il nuovo governo cambi le carte in tavola.


Alcune considerazioni, come promesso da tempo, sull’atteggiamento del governo italiano in carica da quest’estate verso le relazioni internazionali. Mi soffermo su due aspetti di maggiore attualità: la questione migratoria e i rapporti con la Russia. Come sempre non mi addentro in considerazioni di politica interna, se non per lo stretto necessario.

La materia delle migrazioni non concerne solo il Ministero degli esteri. E’ determinante l’atteggiamento del Ministro degli interni e la sua disponibilità a dialogare con gli altri Stati europei con i quali l’Italia condivide la frontiera meridionale. Il tema si articola in tre capitoli essenziali: controllo e repressione degli ingressi illegali, destinazione degli sbarcati e respingimento dei migranti che non hanno diritto alla permanenza.

La materia è regolata da leggi interne dello Stato, da normative dell’Unione europea e dai trattati internazionali, particolarmente quelli sul diritto d’asilo e sul salvataggio delle vittime di naufragio. Queste normative sono state scritte, in maggior parte, quando i flussi migratori attuali non erano neppure immaginabili. Vengono applicate, perciò, con interpretazioni analogiche e mutevoli a seconda degli orientamenti soggettivi di ministri e governi.

Il profilo personale della nuova Ministra dell’interno italiana non lascia dubbi sulla sua competenza. Il limite più macroscopico del precedente ministro era l’incapacità di dialogo con i propri omologhi europei e la difficoltà ad affrontare le radici dei problemi, oltre i proclami. Se si poteva apprezzare la scelta di «chiudere i porti» per riaffermare un principio di controllo della frontiera che passati governi italiani avevano ignorato per anni, così come la linea dura verso il ruolo mai del tutto chiarito delle ONG, è poi mancata ogni capacità di affrontare il corollario di questioni precedenti e successive agli sbarchi. In particolare, ha fatto difetto la capacità di intervenire sulla legislazione europea e internazionale, che è determinante. Si è assistito, al contrario, alla promulgazione di norme interne (i cosiddetti «decreti sicurezza») che poco hanno inciso sul quadro generale.

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E’ senz’altro bene che la nuova Ministra dell’interno abbia ripreso il dialogo con gli altri Paesi europei sui rimpatrii e sulla ridistribuzione dei migranti in arrivo; si vedrà ora quale sarà l’efficacia delle intenzioni dichiarate. Resta da capire quali azioni saranno intraprese sui punti nodali della questione migratoria: l’adeguamento delle norme del diritto internazionale, per tenere conto della mutata realtà; gli accordi con gli Stati di provenienza dei migranti, che non dovrebbero solo facilitare i rimpatrii, ma mostrare maggiore collaborazione nel controllo dei flussi; i progetti di cooperazione e sviluppo che possono contribuire a ridurre le cause di emigrazione dall’Africa. E’ positivo ottenere successi sulla condivisione europea degli arrivi, ma non si risolverà a fondo il problema sin quando non se ne cureranno le radici, nel modo più pragmatico e meno ideologico possibile.

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S’innesta qui il ruolo del Ministero degli esteri. La nomina del nuovo ministro pare un ennesimo segno del disinteresse, se non dell’aperto dispregio, che chi forma i governi in Italia riserva a questa funzione. Se si voleva puntare su una figura giovane, se ne sarebbero trovate in abbondanza fra i molti e qualificati laureati italiani in discipline connesse alle relazioni internazionali, costretti a cercare all’estero le loro fortune. Si dice che un ministro non ha bisogno di competenze tecniche, perché deve prendere decisioni politiche. Questa argomentazione, usata per nobilitare imbarazzanti giochi di nomine, è fragile da due punti di vista. In una società veloce e complessa come quella di oggi, è molto dubbio che un ministro possa fare un buon lavoro se capisce poco o nulla della materia che deve governare; inoltre, anche una decisione politica richiede competenza: non perché è politica, vale meno o può essere affidata a improvvisati.

Lascia a bocca aperta che in quella carica sia stato nominato un politico che nella sua breve carriera ha collezionato dichiarazioni che fanno dubitare delle sue più elementari attitudini nella materia. Non mi è chiaro, poi, come un ministro che non conosce l’inglese possa restare al corrente sugli eventi internazionali, se non può leggere con i propri occhi la letteratura e le analisi che circolano pressoché esclusivamente in quella lingua. Vero che può avvalersi di traduttori, ma il tempo richiesto per una traduzione non è sempre compatibile con l’evolversi dei fatti; poi vi sono circostanze informali, non per questo meno importanti, nelle quali un ministro degli esteri, se non parla personalmente almeno l’inglese, è escluso dal dialogo.

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Non vedo né il contributo che un profilo di questo tipo può dare alla politica estera italiana né come sia stato possibile che l’altro partner di governo abbia accettato una simile nomina. Il Partito democratico è forse l’ultimo partito rimasto, in Italia, a riservare alle questioni internazionali una decorosa attenzione. L’Italia, per il suo ruolo e la sua posizione geografica, avrebbe bisogno di uno sforzo creativo, in politica estera, che presuppone un’energia e un’esperienza che non sembra d’intravvedere nel nuovo ministro.

Sulla spinosa questione dei rapporti con la Russia, può rassicurare che uno dei due partner di governo faccia professione di atlantismo ed europeismo. All’interno del Partito democratico, però, non manca chi si dichiara apertamente filorusso e vi sono state, anche in tempi recenti, occasioni che lasciano dubitare della reale volontà di prendere una posizione netta su questo capitolo. L’ultima, in ordine di tempo, è la votazione per la presidenza del CoPaSiR. Il Movimento cinque stelle, da parte sua, non è meno legato a Mosca di quanto lo sia la Lega di Matteo Salvini, pur se in forma diversa. Che il suo capo politico sieda al Ministero degli esteri fa attendere che sulla questione russa si sentiranno forse dichiarazioni roboanti e scandalizzate, ma, in concreto, nessuno muoverà un passo. E’ pericoloso credere che la nuova compagine governativa cambi le carte in tavola, nei rapporti con Mosca, se non nelle forme.

Sin dalle prime ore nelle quali, quest’estate, si annunciava la possibilità della nuova coalizione di governo, è stata chiara una cosa: il secondo esecutivo di Giuseppe Conte gode del favore dei media e di larga parte degli intellettuali italiani. Questi non hanno nascosto il loro entusiasmo, al veder tornare al potere, a fianco del Movimento cinque stelle, la loro area politica di riferimento. I toni dei giornalisti sono cambiati, temi come le migrazioni e l’economia sono trattati in modo quanto più indolore possibile, per un governo al quale l’intelligenсija del Paese ritiene visibilmente di dover dare il minor fastidio possibile. Tocca osservare, d’altra parte, che oggi l’Italia non sembra in grado di produrre governanti accettabili, per attitudine e stile, prima che per posizione di partito, fuori dalla tradizione del cosiddetto «centro-sinistra.» E’ lì che si ritrova la parte di società, già ridotta ai minimi termini, sia numericamente sia qualitativamente, ancora in grado di produrre qualche dirigente presentabile.

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Sul fronte opposto si agitano uomini che quando salgono al governo vi portano tutta la vanità, l’inconcludenza e la tracotanza della borghesia italiana, sempre che sia lecito definire borghesia l’agglomerato di imprenditori abili ma ignoranti, di ricconi senza meriti e di professori da bar nel quale pesca i suoi adepti il cosiddetto «centro-destra.» Quando questa parte di Paese riesce a conquistare il potere, il mondo finisce col rimpiangere lo statalismo e i piagnistei dell’altra. Quale effetto abbia questa geografia sociale sulle relazioni internazionali della Penisola, lo si vede in queste settimane. Roma riguadagna formalmente fiducia e ascolto, ma resta uno scolaretto dal quale non si sa cosa attendersi.

Sugli scenari più attuali, quello migratorio e quello russo, si saluta il cambiamento di forme, ma nessuno si fida che cambi anche la sostanza. Due giorni fa, Austria, Francia e Germania, insieme a Danimarca, Svezia e Norvegia, hanno chiesto un’ulteriore proroga per mantenere i controlli alle frontiere e tutelarsi così dall’arrivo di migranti irregolari: la fiducia che l’Italia riesca a riprendere il controllo della situazione non c’è.

E’ significativo che questa notizia sia stata data in Svizzera e in altri Paesi, ma sottaciuta in Italia, poiché avrebbe svelato quanto poco la nuova amministrazione italiana riesca a essere convincente nei fatti, almeno su questo capitolo.

2 commenti

  1. Giuliano Delfiol

    Gli interventi di Luca Lovisolo sulle relazioni internazionali sono sempre illuminanti, si rimpiange di non leggerli più spesso. Per contro, essi risultano deprimenti ogni volte che sono coinvolte le azioni o le inazioni dei governi italiani. Nell’articolo di oggi la sua descrizione della classe politica nazionale – e specificamente di chi la rappresenta nelle sedi internazionali – è spietata ma inoppugnabile: le cose stanno così, e ci si chiede cosa il povero cittadino elettore possa fare.

    • Può fare moltissimo: votare persone più credibili. Tutti coloro che salgono al governo sono frutto di decisioni popolari, o perché direttamente eletti dal popolo (parlamentari) o perché da questi ultimi hanno ricevuto la fiducia (ministri e capi di governo non eletti). I partiti candidano alle elezioni figure che hanno possibilità concrete di essere gradite agli elettori: se i cittadini danno segno di preferire figure sempre meno qualificate, i partiti si adeguano. Grazie per l’apprezzamento. LL

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