Mini-BOT italiani, progetto russo sull’Europa

Perché i mini-BOT arrivano dalla Russia
Mosca, Cremlino e San Basilio | © Michael Parulava

A Lugano si tiene una conferenza con un economista italiano e il politologo russo Alexandr G. Dugin, principale ideologo del Cremlino. La relazione fra le tesi dell’economista e quelle di Dugin. L’economista fa il ritratto dei mini-BOT, in consonanza con le teorie dell’ideologo russo. La situazione indicata dal relatore italiano è l’ideale compendio economico per l’Europa descritta da Dugin.


I mini-BOT italiani sono una parte del progetto russo sull’Europa: è la rafforzata convinzione con la quale sono uscito ieri, qui a Lugano, da una conferenza i cui attori principali erano un economista italiano non sconosciuto e il notissimo politologo russo Alexandr G. Dugin, forse il principale ideologo del regime di Mosca, guardato come figura ispiratrice, quasi sacerdotale, dai movimenti politici sovranisti europei. Per sua stessa ammissione, Dugin ha stretti contatti con le forze oggi al governo in Italia, ma non solo.

Tranne quello di Dugin, più rilevante, non citerò i nomi degli altri protagonisti dell’evento di Lugano, per un motivo preciso: dev’essere chiaro che su questi fatti non abbiamo a che fare con teorie di singoli politici o economisti, che possono piacere o non piacere. Siamo in presenza di una scuola di pensiero politico che va oltre gli individui e oltre i confini nazionali. No, non è un complotto, non è dietrologia: i complotti presuppongono azioni nascoste, mentre qui accade tutto alla luce del sole, anche se pochi riconoscono la portata degli eventi in corso.

Ciò che ha impressionato, dell’incontro luganese, è stata la relazione diretta fra le tesi dell’economista italiano e quelle di Dugin, manifestatasi plasticamente anche nella compresenza dei due dietro lo stesso tavolo. La sede era la conferenza organizzata da una neonata associazione politica svizzera, che si propone un’impostazione facilmente ascrivibile al campo sovranista, antiglobalista e critica del liberismo anglosassone, fedele a valori conservatori, presentati dietro la volontà rassicurante di rispettare «l’ordine naturale delle cose.» In una parola, un insieme di postulati straordinariamente simile alle attuali idee guida del Cremlino, per chi le conosce.

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Benché il moderatore abbia presentato l’economista italiano come figura innovativa, la tesi illustrata non è sembrata nuova. Secondo il relatore, l’Italia è in crisi a causa dell’Unione europea e dell’euro: responsabile di tutto è la politica di bilancio dell’Ue, che limita la possibilità degli Stati membri di fare debito a volontà. L’euro, pertanto, è un fattore di limitazione dei consumi, poiché lo Stato non può più mettere in circolo quanta moneta vuole. In conseguenza, le imprese sono ferme per mancanza di liquidità.

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Tra le altre cose, l’economista ha dimostrato il fallimento, a suo dire, dell’Unione europea con il calo degli scambi internazionali dell’Unione rispetto al resto del mondo. Non ha spiegato nel dettaglio tecnico, però, quale sarebbe la relazione tra i due asserti. D’altra parte, ha presentato dati senza indicarne le fonti e senza spezzarli in componenti che permettessero di capire meglio le evoluzioni che teorizzava. S’è guardato bene, naturalmente, dal citare possibili interpretazioni contrarie. Se il PIL italiano è stato superato da quello della Corea del sud, poi – anche qui, riportando solo dati sintetici – sarebbe colpa dell’appartenenza dell’Italia alla zona euro.

Poiché il debito è motore di crescita, secondo il relatore, l’unica via per risollevare l’Italia è il «recupero di sovranità» rispetto all’Unione, affinché Roma possa fare debito fuori dai parametri. L’Italia, in realtà, ha problemi strutturali del tutto estranei e antecedenti all’euro, che renderebbero pressoché vano ogni indebitamento ai fini della crescita: l’economista non lo ha ricordato. Ha citato invece più volte i celeberrimi accordi di Bretton Wood [sic] del 1944: si tratta in verità di Bretton WoodS, con la s finale; un economista che sbaglia questa citazione è come un professore d’italiano che chiede due uovi, ma lasciamo stare.

Sin qui, nulla di innovativo: sono le tesi di qualunque analista vicino agli attuali partiti di governo italiani o a ogni altro movimento analogo di altri Paesi. La rivelazione arriva quando l’economista spiega come l’Italia può far debito nonostante le griglie della zona euro: è necessaria, a suo dire, una nuova organizzazione europea che consenta agli Stati di emettere una valuta parallela, per stimolare i consumi: questo è il ritratto dei mini-BOT, progettati dal governo italiano e al centro di un vivace dibattito (ne parlo diffusamente >qui).

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L’economista non dice che tale idea è irrealizzabile e pericolosa, non solo perché giuridicamente vietata dai trattati, ma perché concretamente impraticabile. Non dice nemmeno che quella valuta parallela sarebbe fatta di bottiglie vuote totalmente esuberanti dalla ricchezza reale del Paese. Con la valuta parallela si farebbe debito e si rivitalizzerebbero consumi e crescita, secondo l’economista italiano, pur restando nell’Unione europea e nella zona euro. In realtà, sappiamo che stampare una valuta parallela significa uscire dalla moneta comune. Come sia tecnicamente possibile conciliare le due cose, almeno secondo lui, non lo ha spiegato.

Qui s’innesta la consonanza con le teorie dell’ideologo russo Dugin, che ha parlato subito dopo, al suo fianco: la situazione indicata dall’economista italiano è l’ideale compendio economico per l’Europa descritta da Dugin, che parla di un’Europa «dei popoli,» un’unione formale che di fatto lascia libero sfogo all’arbitrio dei singoli Stati, anche se per questa Europa, con un salto logico mozzafiato, Dugin propone il modello federale svizzero (lo conosce?…). Questa è «l’Europa che vogliamo noi russi,» ha ripetuto più volte: è a Mosca, perciò, che si decide come dev’essere l’Europa, detto senza alcuna remora da qualcuno che è arrivato a Lugano direttamente dalle stanze del Cremlino. Sulle tesi di Dugin tornerò con l’articolo della prossima settimana, perché richiedono una disamina a parte (>qui).

Nessuno degli oratori ha affermato esplicitamente che l’Unione europea dev’essere sciolta: chi propugna queste tesi sa che l’opinione pubblica è ancora scettica, rispetto a questa possibilità, specialmente dopo il disastro Brexit. Tutte le teorie che sono state illustrate, però, causano di fatto la dissoluzione o l’insignificanza dell’ordine europeo attuale. Ciò permetterebbe di realizzare la confluenza degli Stati europei in un unico blocco euro-asiatico, cioè in una stretta unione tra Europa, Russia e Asia centrale, come apertamente dichiarato durante la conferenza. Un progetto che era già in atto ed è stato interrotto dai fatti dell’Ucraina, secondo i relatori. Il riferimento ai «cattivi» ucraini, che hanno guastato la visione dell’unità euroasiatica da Vladivostok a Lisbona, con la loro volontà di avvicinarsi all’Unione europea per svincolarsi dal giogo russo, non poteva mancare.

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Tanto Dugin quanto l’economista sono figure la cui collocazione intellettuale e politica non lascia dubbi. L’italiano, per giunta, come riferiscono ampiamente i media della Penisola, è stato condannato pochi mesi fa in primo grado per il reato di truffa, nel contesto di una gestione internazionale di patrimoni multimilionari che ha dato luogo a lunghe vicende giudiziarie e comportato la sua sospensione dalla docenza universitaria.

Non è chiaro se l’economista abbia fatto ricorso contro tale sentenza, ammettiamo che lo abbia fatto e riconosciamo senz’altro che ha diritto di essere considerato innocente sino al compimento del terzo grado di giudizio. Dal mio personale punto di vista, però, su temi di politica internazionale ed economia pubblica di tale importanza, in una Lugano che è pur sempre la terza piazza finanziaria svizzera, avrei preferito sentire un relatore con un curriculum non marcato da simili episodi, meno incline a fare affermazioni contraddette dalle conseguenze logiche delle sue stesse tesi e dotato di un maggior talento, parsomi scarso, nel sostenere le proprie argomentazioni con normali metodi scientifici.

Ma si sa, queste sono mie considerazioni personali. Largo al nuovo corso. Su Dugin, come già detto, riferirò a breve, separatamente.

2 commenti

  1. Grazie per l’illuminante articolo

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