Elezioni presidenziali USA: a che punto siamo

Le elezioni presidenziali USA: tra Biden e Trump
New York, Ponte di Brooklyn | © Sebastiaan Stam

Sin dalle prime ore successive alle elezioni presidenziali, quando lo scrutinio dei voti era ancora in corso, Donald Trump ha dichiarato di aver vinto il secondo mandato. Ha denunciato frodi elettorali e annunciato ricorsi giudiziari. Ci si può chiedere perché continui a insistere con questa condotta, a più di un mese dal voto. Le sue dichiarazioni rispondono a una logica precisa e hanno conseguenze calcolate.


Donald Trump ha finalmente acconsentito affinché si avviasse la transizione verso l’amministrazione di Joe Biden, ma intanto prende ancora decisioni di notevole rilevanza: sostituisce segretari di Stato (ministri), ritira truppe da scenari internazionali delicati, tiene comizi nei quali insiste sulla teoria delle elezioni falsificate e del complotto contro di lui. Le dichiarazioni di Trump rispondono a una precisa logica di comunicazione. Egli ha annunciato la propria vittoria: per un numero non irrilevante dei suoi elettori questa dichiarazione diventa verità in ogni caso. Pertanto, poiché dalle urne è emerso un risultato diverso, ora quegli elettori percepiscono la vittoria di Biden come un inganno, poiché la loro verità non si fonda sulle evidenze oggettive ma sulle loro personali convinzioni.

La logica delle dichiarazioni di Trump

La contraddittorietà delle dichiarazioni di Trump e dei suoi, che perdurano sino a oggi, genera la confusione necessaria per condizionare l’opinione pubblica meno preparata e attenta. In Nevada, uno degli Stati nei quali il conteggio dei voti per corrispondenza poteva avvantaggiare Donald Trump, i sostenitori del presidente in carica sono scesi in piazza per pretendere che i voti venissero conteggiati fino in fondo. Alcuni manifestanti portavano alla cintola armi da fuoco. Nel mentre, in Pennsylvania, dove lo spoglio delle schede inviate per posta poteva favorire invece Joe Biden, i sostenitori di Trump dimostravano per esigere il contrario, cioè che il conteggio venisse interrotto e questi voti fossi ignorati. In diritto, va precisato che il conteggio dei voti postali non avrebbe potuto cessare e il suo protrarsi oltre la data delle elezioni è stato legittimo.

Il clima intorno alle autorità elettorali era ed è tuttora caldissimo: durante i giorni dello scrutinio, Joe Gloria, responsabile di un ente elettorale del Nevada, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha sentito il bisogno di tranquillizzare sulle misure di protezione adottate per la sicurezza sua e dei suoi collaboratori. In Pennsylvania, due uomini sono stati arrestati mentre, secondo gli inquirenti, predisponevano un attentato ai locali dell’ufficio elettorale. Pochi giorni fa, il responsabile del sistema elettorale della Georgia è intervenuto nervosamente di fronte alla stampa e ha invitato esplicitamente il presidente Trump a cessare la sua propaganda distruttiva, poiché i collaboratori del suo ufficio e i loro familiari sono esposti a minacce e aggressioni intollerabili.

Comunicazione, media e ricorsi giudiziari

La schizofrenia di queste posizioni è l’esito delle dichiarazioni di Trump e del suo apparato di comunicazione, che cadono su una popolazione alla quale non importa nulla dei dati oggettivi. Nelle ore più calde dei conteggi, Trump ha dichiarato che «se si contassero solo i voti legali» lui uscirebbe largamente vincitore (dicendo quindi che parte dei voti espressi sarebbe illegale) e che il partito di Joe Biden era certo di non poter vincere l’elezione in modo legittimo, per questo motivo avrebbe posto in essere un’enormità di brogli sul voto per corrispondenza. Per la manifesta falsità di ciò che stava dicendo, almeno tre reti televisive maggiori hanno interrotto la trasmissione in diretta della sua conferenza stampa. Poco importa, poiché i suoi sostenitori diranno: «Il Presidente ci stava dicendo la verità e le televisioni glielo hanno impedito.»

Trump e i suoi avvocati non hanno mai fornito prove delle loro affermazioni. Le loro azioni giudiziarie avevano sin da principio tutto l’aspetto di cause temerarie, introdotte a meri fini dilatori, per generare confusione e convincere gli elettori di essere stati ingannati, dinanzi alla vittoria di Biden, quali che fossero i numeri. Come previsto, i reclami inoltrati dai legali di Trump sono stati rigettati uno dopo l’altro, quelli accolti riguardavano quantità ininfluenti di schede; altri sono stati respinti perché inficiati da errori formali imbarazzanti. I riconteggi non hanno mutato nulla all’esito elettorale.

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Ma quando è lo stesso capo dello Stato a mettere in discussione la credibilità delle istituzioni, chi crederà ancora alla veridicità del risultato elettorale? Questi fatti devono essere analizzati senza riguardo per la corsa elettorale in sé stessa e per l’appartenenza politica dei candidati. Si verificano a parti inverse in molte altre situazioni, particolarmente negli Stati autoritari o dalle istituzioni deboli, nei quali l’annuncio di vittorie non confermate, brogli e ricorsi segue puntualmente ogni elezione. A essere messo in causa è il principio della buona fede, che è fondamento di un’ordinata vita pubblica. Che tutto ciò accada negli Stati uniti è un pessimo segno dei tempi.

Come Trump sta usando le notizie falsificate

Questa vicenda è l’esempio di un meccanismo essenziale e pericolosissimo su cui si fonda l’efficacia delle notizie falsificate. Lo si vede in azione anche nella comunicazione sulla pandemia. Attori irresponsabili e interessati a generare confusione hanno fatto circolare l’affermazione che il nuovo coronavirus sarebbe stato creato in laboratorio e che la Cina non sarebbe responsabile della sua diffusione. Tutt’oggi, chiunque di noi può verificare quante persone sono convinte che sia davvero così, sebbene scienziati di vaglia abbiano attestato da mesi che il virus è di origine naturale e le responsabilità cinesi siano chiare, anche questo in base a riscontri oggettivi. Quando si entra in argomento, i sostenitori delle false notizie ti guardano con gli occhietti furbi di chi ti sta dicendo: «Eh, guarda che la verità la so io…» e resteranno convinti della loro verità, qualunque cosa si risponda.

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Ciò accade perché il sapere è un atto di posizionamento sociale, persino quando è falso. «So qualcosa che tu non sai, perciò nel branco valgo più di te.» Questo è il meccanismo su cui fa leva Trump con le sue deliranti condotte dopo la sconfitta elettorale. Decine di milioni di elettori continueranno a credere che il loro voto sia stato rubato e il loro beniamino rimosso ingiustamente dalla poltrona presidenziale, ma non perché sono interessati alla verità: perché questo li fa sentire socialmente emancipati.

Per questo motivo è poco utile smentire le false notizie o tentare di smascherarle: riconoscere che Trump ha perso o che il nuovo coronavirus non è frutto di un complotto marziano non significa solo ammettere un errore, ma arretrare socialmente. E’ come convincere qualcuno ad accettare una retrocessione di carriera professionale o a tornare a guidare un’utilitaria dopo aver avuto il gippone. Scatena un’opposizione interiore che non si contrasta con la logica.

Come ha osservato Serge Jaumain, docente di storia contemporanea all’Università di Bruxelles, intervistato da France24, la società statunitense è ormai divisa in due bolle, ciascuna delle quali assume informazioni da fonti di proprio comodo e, particolarmente per quanto riguarda il campo di Trump, le crede vere anche se contraddette da dati oggettivi. Il meccanismo funziona: da un sondaggio IPSOS diffuso dall’agenzia Reuters, svoltosi fra il 13 e il 17 novembre, è emerso che il 52% degli elettori del Partito repubblicano ritiene che il vero vincitore delle elezioni sia Donald Trump. Buona parte di essi riconosce la vittoria di Biden, ma afferma che tale vittoria è avvenuta in modo irregolare.

Decine di milioni convinti del falso

Significa che più di 35 milioni di cittadini statunitensi sono convinti che saranno governati da un presidente illegittimo. Per quei 35 milioni di persone la verità resterà questa, anche se i numeri dicono il contrario e le accuse di brogli sono fumo negli occhi. Alcuni esponenti del partito di Trump hanno preso le distanze da queste argomentazioni, ma la posizione del partito nel suo insieme è tutt’altro che chiara. Angelika Kausche, cittadina USA di origine tedesca e deputata del Partito democratico in Georgia, ha confermato che uomini di spicco del Partito repubblicano, in Georgia, hanno abbracciato in pieno la tesi delle elezioni falsificate promossa da Trump e stanno richiedendo che il loro Stato nomini per l’elezione finale del Presidente dei grandi elettori favorevoli a Trump, ignorando l’esito delle elezioni. In Georgia la battaglia è particolarmente accesa, poiché a gennaio si attende un turno elettorale che deciderà se il partito di Trump conserverà o meno la maggioranza al Senato federale.

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Le notizie falsificate hanno un solo rimedio: non devono essere diffuse, poiché, se arrivano all’opinione pubblica, possono deformarla in modo irreversibile. Il fenomeno non è nuovo: uno degli esempi più tragici si ebbe nel 1939, quando Hitler invase la Polonia e diede inizio alla Seconda guerra mondiale. Per assicurarsi il favore della popolazione (che non gli mancò), diffuse la falsa notizia che la Germania era stata aggredita dai polacchi. Non era vero, ma la falsa informazione bastò a trasformare l’attacco in un atto di difesa, scatenando gli entusiasmi dei sostenitori.

Gli esempi possono continuare, dalle notizie falsificate usate negli USA per giustificare la guerra del Vietnam e in Iraq sino alle falsità sparse oggi a piene mani dalla Russia per perseguire i suoi disegni egemonici in Europa (ne parlo nel mio libro >Il progetto della Russia su di noi). Le reti di socializzazione hanno moltiplicato all’infinito le possibilità di attuare campagne di disinformazione. Le redazioni dei media, anziché farvi argine, spesso le assecondano: accade particolarmente in Paesi come l’Italia, dove l’informazione è carente di professionalità ed è debitrice di interessi politici o ideologici.

Cambierà il mondo, con Biden?

All’annuncio della vittoria di Joe Biden si sono moltiplicate le ipotesi sui possibili mutamenti dello scenario internazionale, dopo la sua salita al soglio presidenziale. Considero poco utile esercitarsi in queste ipotesi. Vi sono, a mio giudizio, alcune considerazioni più generali che sembrano riguardare solo gli USA, ma in realtà valgono per tutti noi.

Elezioni presidenziali USA
Atlanta, Georgia | © Michael Denning

Donald Trump è stato l’espressione di un potere fondato sul disprezzo della competenza e della ragione. Il mondo ha avuto un presidente statunitense privo di senso delle istituzioni e non capace di governare. Gli esperti di relazioni internazionali avevano avvertito che la via degli accordi bilaterali e di mera convenienza avrebbe portato male, ma per lui gli esperti non contavano nulla e i fatti ancor meno. Perciò l’ha imboccata con l’ardore di un bambino, tra gli applausi dei suoi. Ci è voluta la pandemia, per ricordare a tutti nel peggiore dei modi che il mondo ha problemi che si possono affrontare solo cooperando nelle istituzioni internazionali e migliorandole, anziché uscirne.

Buona parte degli osservatori, oggi, prima di immaginare come sarà il mondo dopo Trump, si augura il ritorno di un governo statunitense prevedibile e competente. Nondimeno, un presidente che ha fondato il suo potere sul discredito di qualunque istituzione che non fosse se stesso è ancora preferito dalla metà circa degli elettori del suo Paese. Joe Biden è stato eletto dall’altra metà. Per questo motivo non può essere definito un candidato delle élite. Egli e il suo partito, però, come i suoi omologhi in tutto l’Occidente, sono la scelta preferita dalla quasi totalità delle élite culturali.

Gli USA e la «cultura della cancellazione»

Questa parte molto influente di popolazione non è per forza più devota alla società aperta e allo Stato di diritto di quella che ha sostenuto Trump. L’Occidente è segnato da numerose questioni aperte: razzismo, migrazioni, disuguaglianze economiche, ruolo della donna. Negli Stati uniti, la già stucchevole schiavitù del «politicamente corretto» si è ulteriormente involuta in quella che si chiama ormai «cultura della cancellazione.»

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Chi dice o scrive qualcosa che riesca sgradito ai paladini delle questioni che animano il dibattito sociale, non è più oggetto di una semplice ramanzina: aiutati dagli strumenti digitali, i movimenti di opinione esigono, a loro insindacabile giudizio e spesso con successo, che sia licenziato dal giornale per il quale scrive, gli sia revocato il titolo accademico o, se si tratta di figure del passato – poiché neppure la morte frena l’idiozia – ne siano rimossi i monumenti e non se ne studino più le opere. Cause sacrosante per l’eguaglianza e la dignità delle persone, così, degenerano in sberleffi al senso comune che nascondono l’incapacità di affrontare i problemi alla radice.

Ciò non accade nel campo di Trump, ma in quello opposto. Durante le manifestazioni contro l’omicidio di una persona di colore da parte di un agente di polizia, Trump ha preso le difese dei negozianti danneggiati dai manifestanti. Così facendo, ha dato voce a una parte di società che si sente trascurata dai politici e dalla narrativa prevalente dei media e delle accademie, secondo cui i poveri, i migranti, gli esponenti di qualunque minoranza sono per sé portatori di bene, anche se vandalizzano e magari uccidono, mentre l’uomo medio o il «ricco» possono essere ignorati, alla meno peggio. Un atteggiamento a cui si aggrega volentieri una parte della Chiesa.

In Italia ci sono voluti tre morti sgozzati in una cattedrale francese, per ricordare che la migrazione comporta anche insidie e che le frontiere esterne dell’Unione europea non sono il residuo di quella inutile sovrastruttura borghese che si chiama Stato, ma un elemento di sicurezza per tutti. Quattro anni di Trump sono inescusabili: bisogna ricordare, però, che coloro che si sentono dimenticati dalla narrativa dei media e del politicamente corretto non scompaiono, votano chi si offre di difenderli. Un meccanismo ben noto anche in Italia ed Europa.

Cosa dobbiamo aspettarci?

Cosa farà Trump da gennaio in poi con quel tesoretto di 35 milioni di cittadini USA (e chissà quanti altri nel mondo) convinti che il vero presidente resterà lui, non è dato sapere. Di certo, l’obiettivo di generare confusione e sfiducia nelle istituzioni è stato raggiunto. E’ ciò a cui mirano coloro che sostengono la superiorità dei regimi autoritari rispetto alle democrazie. Intascano, in questa brutta storia, un perverso ma ragguardevole successo.

Joe Biden, da parte sua, cambierà gli Stati uniti e l’Occidente se riporterà al governo competenza e decenza, ma dovrà far capire ai suoi, non solo di là dell’Oceano, che una società più equa non si costruisce con il massimalismo, con lo zelo nel linguaggio e con le epurazioni a furor di popolo da scuole e redazioni; che la tutela delle minoranze e dei più deboli non è possibile, se si chiude un occhio sulla legalità e si perde di vista quella parte maggioritaria di individui che generano, spesso silenziosamente, le risorse necessarie a costruire una società prospera capace di includere le diversità, e che questa capacità d’inclusione ha dei limiti che non si possono ignorare, dettati dall’antropologia culturale.

L’alternativa è ricadere in quella che il saggista Christian Salmon ha chiamato, nel titolo del suo ultimo libro, «la tirannia dei buffoni.» Gli statunitensi se ne sono appena lasciata una alle spalle, ma anche gli italiani ne sanno qualcosa.

4 commenti

  1. Claudio Porcellana

    Analisi sempre lucide e ficcanti, che è sempre un piacere leggere.

  2. Complimenti per l’articolo chiaro e lucido. Condivido l’analisi su quella classe media trascurata che genera le risorse per tutti, manca nella narrativa dei media principali.

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