Elezioni inglesi, Brexit e tutti noi

I risultati delle elezioni in Inghilterra, la Brexit e le conseguenze sull'Europa tra Johnson e Corbyn
Londra, Tower Bridge | © Lea Fabienne

Il risultato delle elezioni inglesi suggerisce molte considerazioni. Affermare che il voto a favore di Boris Johnson sia stato un voto per la Brexit è una verità parziale. Delle piazze che dimostravano contro l’uscita dall’Ue non è rimasto nulla. La loro delusione è comprensibile, ma è figlia dell’errore che scendere in piazza significhi per sé cambiare e decidere: non vale solo per gli inglesi.


Il risultato delle elezioni inglesi era previsto e non vi è molto da aggiungere a quanto già scritto in precedenza sul tema Brexit. Si possono però precisare alcune indicazioni.

Si afferma che il voto a schiacciante favore di Boris Johnson sia stato un voto a favore della Brexit: è una verità parziale. I sostenitori della permanenza del Regno unito nell’Unione europea, certamente numerosi, in realtà non avevano a disposizione sulla scheda elettorale un partito credibile disposto a raccogliere e razionalizzare il loro messaggio. Il piccolo Partito liberaldemocratico è rimasto debole e largamente escluso dal dibattito. Il maggior partito opposto ai conservatori di Boris Johnson, il laburista, non ha avuto il coraggio di assumere una posizione chiara sulla Brexit e si è affidato a un politico privo di carisma e intelligenza, fautore di ricette sociali rivolte al passato. Le elezioni confermano al comando la forse peggior classe politica che il Regno unito ricordi e un’opposizione debole e inetta.

Ci si può dilungare sul fatto che queste elezioni spalancano la porta a relazioni preferenziali tra Regno unito e Stati uniti, nelle quali Londra diventerà una colonia di fatto: invocava libertà dall’Unione europea, nelle cui istituzioni, però, eleggeva parlamentari e commissari che difendevano i suoi interessi; si ritroverà assoggettata agli Stati uniti, ai quali sarà legata da accordi commerciali negoziati da politici senza scrupoli sulla mera base di rapporti di forza, e nessun parlamentare siederà al Congresso di Washington per rappresentare gli interessi inglesi.

E’ ormai chiaro che Johnson e Trump hanno negoziato accordi che permettono al primo ministro inglese di fare lo sbruffone con Bruxelles, ma che mettono Londra con le spalle al muro rispetto agli Stati uniti e, c’è da credere, daranno fiato alle peggiori lobby economiche su entrambe le sponde. Da un’unione politico-economica paritaria, regolata da poteri democraticamente eletti, il Regno unito scivola in un’unione impari regolata da accordi negoziati nel segreto delle sedi commerciali. Un sovranismo al contrario, venduto come riconquista di sovranità.

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Si può lamentare anche la pressione russa, prima sul referendum per la Brexit e poi su tutti i passaggi successivi, per spingere il Regno unito lontano da Bruxelles. Il disegno risponde a una costruzione filosofica e politica ben nota a chi conosce il pensiero che giace dietro le mosse del Cremlino: separare il «mondo occidentale» (cioè anglosassone, in quella visione) dall’Europa continentale (da noi) e far scivolare quest’ultima sotto il controllo di Mosca, nell’Eurasia vagheggiata da Alexandr Dugin. Vladimir Putin sta inesorabilmente attuando questo disegno, senza opposizioni sostanziali, al suono di campagne di disinformazione attraverso Internet, con la crescente accondiscendenza dei media e di molti politici di tutta Europa, primi fra tutti quelli italiani.

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Si possono sottolineare tutte queste storture, ma diventa sempre più inutile. Popolazioni ogni giorno meno capaci di distinguere i fatti dalle menzogne sono disposte a sacrificare quote di libertà e progresso per dare ascolto a urlatori che fingono di farsi carico degli interessi popolari. Il distintivo più ridicolo e tragico ad un tempo dei Conservatori inglesi per le elezioni appena svoltesi era lo slogan che troneggiava dietro il loro istrionico capo: The people’s government, il governo del popolo. La dicitura si ritrova nella storia e nelle cronache dall’Unione sovietica alla Cina comunista, dal Venezuela di Maduro giù giù sino alla retorica dei populisti italiani, passando attraverso l’andare verso il popolo di Mussolini e i deliri razziali di Hitler. Ce n’è abbastanza.

Che ne è delle piazze piene di cittadini che dimostravano a favore della permanenza del Regno unito nell’Unione europea? Nulla. La loro delusione è comprensibile, ma è figlia dell’errore che scendere in piazza significhi per sé «partecipare,» cambiare, decidere. Se una piazza, affollata e colorita quanto si voglia, non trova un’élite che razionalizza le sue richieste e le trasforma in risposte politicamente praticabili, può suscitare simpatie o antipatie, ma non si differenzia da qualunque altra folla. Il messaggio populista ha diffuso in tutti, oltre ogni schieramento, la diffidenza verso le élite: eppure, un messaggio proveniente dalla società si materializza solo se in quella società si forma un’élite capace di coglierlo, razionalizzarlo e concretizzarlo, in grado di diventare élite alternativa a quella dominante.

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Ciò non vale solo per gli inglesi contrari alla Brexit, confluiti a milioni nelle strade per poi ritrovarsi a mani vuote. Vale per tutte le piazze, quali che siano i loro messaggi, dagli ecologisti del venerdì alle «sardine» di tutti i mari, fino ai neofascisti con le teste rasate. Non è un dato ideologico, ma un dato sociologico oggettivo: un messaggio si cristallizza in una risposta (una «proposta» non basta) se sorge un’élite che se ne fa carico, gli dà forma, ne limita gli eccessi e sintetizza gli orientamenti, che ha il coraggio di porsi in un rapporto dialettico con la stessa piazza da cui è nata.

Aver radicato diffidenza verso le élite è stato il colpo da maestro del populismo di tutti i tempi: non appena un’élite prova ad appropriarsi del messaggio di una piazza, quella piazza la espelle per diffidenza, per mantenersi «pura» e incontaminata dai «politici.» Il suo messaggio, così, si auto-elide e si dissolve nel nulla, quel nulla che si trovano in mano oggi i pur numerosi inglesi che vogliono per il loro Paese un futuro europeo. Nel vuoto che resta, la voce rimane in bocca ai peggiori, che hanno buon gioco a dirsi governi del popolo: a comandare ci va chi fatica ad articolare due parole sensate nella propria lingua, chi promette l’impossibile e il falso, chi dà risposte sbagliate, ma pur sempre risposte.

Bisogna riconoscere a Boris Johnson grande abilità: non si parli, però, di abilità politica, altrimenti non si saprebbe più dove collocare Winston Churchill, Willy Brandt o Alcide de Gasperi. Si può parlare, al più, di un’abilità manageriale, capace di generare bisogni, spesso inventati o inessenziali, per vendere risposte in un ciclo autogenerato che ha più del marketing che della leadership politica. Pochi processi come la Brexit possono essere citati ad esempio altrettanto brillante di questo meccanismo di potere. Per trovarne altri, bisogna arretrare a inizio Novecento, a precedenti che terrorizzano al solo citarli.

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La Storia non si ripete mai uguale, ma questa non è Storia: sono dinamiche sociali che si replicano con altissimo grado di riproducibilità, queste sì, non diversamente da qualunque altro fenomeno scientifico. Un politico responsabile ne è consapevole e non lancia certe palle di neve, perché sa che diventerebbero slavine. I politici di oggi, invece, mettono in moto le peggiori dinamiche, incapaci di calcolarne le conseguenze, per interesse, ignoranza, gigioneria.

Sarebbero capaci di riportare l’Europa in guerra, senza rendersene conto, per poi stupirsi come bambini che il sasso lanciato per gioco dal balcone ha ammazzato chi ci passava sotto. E’ uno scenario sempre meno inverosimile, così continuando.

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