Brexit: perché l’atto di Johnson è nullo

Brexit: la sentenza della Corte suprema
Notte su Londra | © Atanas Chankov

Le spiegazioni sulla decisione della Corte suprema inglese che dichiara illegittima la sospensione del parlamento. La Corte doveva decidere se la richiesta del Primo ministro di sospendere i lavori parlamentari fosse legittima oppure no nel caso specifico. Un caso simile non si è mai posto in passato. La sentenza è un capolavoro di equilibrio e giunge alla conclusione secondo un chiaro percorso logico.


Avevo promesso ulteriori spiegazioni sulla decisione della Corte suprema del Regno unito che dichiara illegittima la sospensione dei lavori parlamentari voluta da Boris Johnson a fine estate. Provo a spiegare la logica della sentenza senza indulgere in un linguaggio troppo tecnico e aggiungo alcune considerazioni sui fatti.

L‘analisi del testo completo della decisione non aggiunge molto, per i nostri scopi, all’estratto di cui ha dato lettura Lady Brenda Hale, Presidente della Corte suprema. Ascoltare la proclamazione della sentenza dalla placida voce di Lady Hale, nel video facilmente reperibile in Rete (>qui), riappacifica con la lingua inglese tutti coloro che ne detestano le mille deformazioni che subisce nelle bocche di ogni parte del mondo.

Scopo della Corte suprema non era stabilire se e quando il Regno unito uscirà dall’Unione europea. La Corte, precisa la sentenza in apertura, doveva decidere se la richiesta del Primo ministro, rivolta alla Regina, di sospendere i lavori parlamentari fosse legittima oppure no nel caso specifico, e quali conseguenze legali comporti un eventuale giudizio negativo. Lady Hale ha sottolineato che un tale caso non si è mai posto in passato e difficilmente si riproporrà in futuro: questa precisazione conferma l’eccezionalità delle sfide che la Brexit e la presenza di una figura come Boris Johnson stanno ponendo all’ordine costituzionale inglese.

Si è soliti credere che il Regno unito non abbia una Costituzione. E’ una convinzione esatta solo in parte. Il Regno unito non ha una Costituzione scritta in un unico documento, nella forma che conosciamo in Italia, in Svizzera e altri Stati europei. Ciò non significa che non abbia un complesso di norme costituzionali che regolano il funzionamento delle istituzioni, i diritti dei cittadini e le prerogative degli organi dello Stato. Tali norme si trovano però in una quantità di fonti diverse, spesso antichissime (una di queste, per citare un esempio, è il celebre Bill of Rights del 1688) e nella consuetudine. Per questo motivo, quando Lady Hale risolve la questione di competenza, cioè se sia legittimo che la Corte suprema decida sulla legalità degli atti del governo, dice: «Sì, è legittimo, perché è da secoli che si fa così.» La sua fonte è la consuetudine secolare: un giudice costituzionale italiano, svizzero o tedesco avrebbe invece risposto citando l’articolo della Costituzione, della legge o della procedura che fonda la competenza della Corte a giudicare in questa materia.

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Per l’eccezionalità del caso, sono stati convocati a decidere tutti gli undici giudici della Corte suprema. Hanno emesso la sentenza all’unanimità: significa che tutti si sono ritrovati d’accordo sull’esito del giudizio.

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Non si discuteva il potere del Primo ministro di chiedere alla Regina la sospensione dei lavori parlamentari (o prorogation, nel linguaggio costituzionale inglese). E’ pacifico che questo potere esiste e che la Regina non può rifiutare, poiché in ciò agisce su indicazione del capo del governo. La Corte doveva decidere, piuttosto, se questo potere del Primo ministro abbia un limite e quale sia tale limite, oltre il quale la richiesta di sospensione dei lavori parlamentari diventa incostituzionale. La questione era delicata, perché la Corte doveva dirimerla in astratto, senza entrare nel merito delle decisioni politiche. La sentenza letta da Lady Hale è un capolavoro di chiarezza ed equilibrio. Giunge alla conclusione secondo il percorso logico seguente.

La prima considerazione è che il parlamento è sovrano e promulga leggi a cui tutti devono obbedire. La sovranità del parlamento sarebbe limitata, se il governo potesse condizionarlo a piacimento per farlo legiferare o no. La seconda considerazione è che il governo risponde al parlamento, non viceversa: il parlamento, perciò, deve sempre essere in grado di vigilare sugli atti governativi.

Il governo inglese ha il potere di sospendere i lavori del parlamento, come detto, nessuno lo mette in dubbio. Tuttavia, questo potere diventa un abuso se impedisce al parlamento, senza motivazioni ragionevoli, di svolgere le funzioni costituzionali appena citate: promulgare leggi e vigilare sul governo. Sinora, le sospensioni dei lavori parlamentari chieste alla Regina dai governi erano sempre avvenute in momenti e modi tali da non mettere in discussione la sovranità e il ruolo del Parlamento, e duravano pochi giorni. La sospensione voluta da Boris Johnson, precisa la sentenza della Corte suprema, non è paragonabile alle precedenti: ha una durata di ben cinque settimane ed è avvenuta mentre è in discussione un mutamento costituzionale fondamentale per il Regno unito, la sua uscita dall’Unione europea.

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Se interviene in questo contesto e con questa durata, la sospensione non è più un normale passaggio istituzionale, ma interrompe la promulgazione di leggi già in elaborazione. Inoltre, impedisce al parlamento, e in particolare alla Camera dei Comuni, in quanto rappresentante del popolo, di avere voce in questo processo.

Per questi motivi, la sospensione dei lavori parlamentari voluta da Boris Johnson è illegittima: eccede i limiti costituzionali, perché impedisce al parlamento di legiferare su una materia ancora in definizione e sovverte l’ordine secondo cui è il parlamento a vigilare sugli atti del governo, non il contrario. Ciò non era mai accaduto con le precedenti sospensioni. La sentenza sottolinea che la condotta di Johnson ha avuto un impatto molto profondo sulla democrazia inglese, ma il governo non ha addotto alcuna giustificazione per un atto di tale gravità.

L’effetto giuridico della sentenza della Corte suprema è che la richiesta di Boris Johnson alla Regina di dichiarare la sospensione del parlamento è nulla: in diritto, nullo significa mai avvenuto, «un foglio bianco,» ha definito Lady Hale il provvedimento di sospensione dei lavori parlamentari chiesto da Johnson alla sovrana. Ci si deve comportare come se il parlamento non fosse mai stato sospeso. I presidenti dei suoi due rami, la Camera dei Lord e la Camera dei Comuni, sono invitati a riprendere al più presto i lavori e a decidere il da farsi.

Tra la compostezza di Lady Hale e l’irriverenza di Boris Johnson non c’è solo la distanza tra due generazioni anagrafiche. La Presidente della Corte suprema, fin dal suo accento, brilla di competenza e devozione al diritto; Johnson è il prodotto tipico, ormai piuttosto diffuso in Europa, del sistema educativo degli anni Settanta e Ottanta, a cui lo scapigliato Primo ministro aggiunge un egocentrismo che lo fa ritenere al di sopra di ogni legge e di ogni principio. Un minimo di rispetto istituzionale avrebbe suggerito a Johnson di dimettersi: ha indotto la Regina a firmare un atto illegittimo, e lo stabilisce la Corte suprema. Ma lui è rimasto dov’è.

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Con Boris Johnson ebbi un incontro ravvicinato nel 2017, alla Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza. Era Ministro degli esteri, funzione in cui non ha lasciato ricordi indelebili. Io ero in sala stampa, il suo faccione con la zazzera gialla comparve sul maxischermo e cominciò a parlare. Bastarono poche battute per rendermi conto che di ciò che andava dicendo non capivo una parola. Afferrai la cuffietta della traduzione simultanea, girai sul canale tedesco: anche lì, parole al vento. Clic, clic… francese, russo… nebbia. Era evidente che anche i traduttori annaspavano nel vuoto. Si capivano le parole, ma il discorso non aveva né capo né coda.

Boris Johnson va particolarmente d’accordo con Donald Trump: forse sono gli unici che si capiscono l’un l’altro, senza che il resto del mondo riesca a partecipare delle loro congetture. Entrambi, a meno che non leggano testi scritti da altri, fanno discorsi che sono lo specchio impietoso della confusione che sembra regnare nei loro pensieri. A differenza di Donald Trump, però, Boris Johnson non è affatto incolto: è la prova vivente che essere colti può anche essere inutile.

A tre settimane dal termine del 31 ottobre, è ormai quasi inevitabile che la Brexit avvenga senza un accordo che ne regoli le pesanti conseguenze. Il Regno unito affronta questo scenario con una delle classi dirigenti peggiori della sua storia.

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