Assalto al parlamento USA: cosa significa

Assalto al Congresso USA
Washington DC, Memoriale di Abraham Lincoln | © Patrick Perkins

La lettura dei fatti accaduti a Washington attraverso i notiziari russi è l’interpretazione meno fedele ma più istruttiva sul significato di ciò che è accaduto per gli equilibri mondiali. Dire che gli assalitori penetrati in Parlamento sono sostenitori di Trump non è sufficiente. Si dicevano convinti che Trump ha vinto l’elezione al secondo mandato. Le tre lezioni da apprendere da ciò che è accaduto.


Ho seguito l’assalto al parlamento degli Stati uniti sulla televisione di Stato russa: come sempre, ne ho ottenuto la lettura meno fedele ma più istruttiva sul significato dei gravi fatti del 6 gennaio per gli equilibri globali. I telegiornali russi si aprivano con un lungo filmato intitolato «L’assalto al Campidoglio.» I giornalisti non dichiaravano apertamente da che parte sta la Russia, ma i toni del filmato dicevano tutto: immagini di Trump con il pugno chiuso, foto e video ravvicinati dell’assalto, immagini degli assalitori ridenti e trionfanti con i piedi sulle scrivanie del parlamento. Musica eroico-militaresca di sottofondo, stile Šostakovič. Il messaggio era: lo dicevamo che la democrazia è un bluff, guardate cosa sta succedendo in quello che vi hanno sempre indicato come tempio della libertà e dello Stato di diritto. Da noi queste cose non succedono, stiamo vincendo noi.

In realtà, ciò che si è visto accadere nel parlamento degli Stati uniti ricorda molto da vicino ciò che nel 2013/14 accadde, proprio per mano russa, in Crimea e nell’Ucraina orientale. Soldataglie e gruppi di facinorosi che assaltano le istituzioni, sventrano porte e finestre, si buttano su sedie e tavoli dei consigli regionali e comunali come vacche impazzite, felici di rappresentare il «popolo» che finalmente prende possesso di istituzioni da loro unilateralmente giudicate illegittime.

Dire che gli assalitori penetrati nel parlamento USA sono sostenitori di Trump scontenti della sua sconfitta non è sufficiente. Non sono dimostranti qualunque e non sono nemmeno tutti americani: in uno dei filmati si riconosce piuttosto chiaramente l’incitazione in russo «смелее, смелее!» («Forza, più coraggio!») e in Rete è pubblicamente visibile un video in cui partecipanti russi all’assalto si scambiano impressioni e dicono di avere un loro uomo già all’interno del Campidoglio. Matthieu Mabin, corrispondente di France24, si trovava in mezzo alla scena, sul prato dell’edificio. Riferiva di un assalto organizzato: un primo gruppo ha sfondato le deboli linee di difesa della polizia, seguito da un gruppo di rincalzo, che è subentrato quando i componenti del primo hanno cominciato ad arretrare perché respinti dal servizio d’ordine. Un terzo gruppo circondava l’edificio e bloccava di fatto l’accesso ai rinforzi di polizia. Tutt’intorno, migliaia e migliaia di gregari. L’attacco era diretto da persone che si scambiavano ordini e informazioni via radio.

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Tra i partecipanti vi erano milizie formate da cittadini armati, ma anche uomini e donne dal volto tirato, fedeli seguaci delle teorie complottiste più assurde, in cui credono come in una religione; intervistati dal giornalista, si dicevano convinti, senza alcuna vergogna, che Trump ha vinto l’elezione al secondo mandato e la vittoria di Biden è rubata.

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Gli assalitori del parlamento degli Stati uniti sono come gli squadristi della prima ora del fascismo italiano, o i rivoluzionari che in Russia pestavano i contadini che rifiutavano di sottomettersi alla collettivizzazione forzata delle terre. No, il paragone non è esagerato: ci dimentichiamo sempre della banalità del male. Siamo vittime della narrazione postbellica per la quale il popolo buono si libera dalle dittature con le lotte partigiane e scavalcando il muro di Berlino, ma la realtà racconta un’altra storia. Le dittature, tutte, sono nate così: piccoli gruppi sottovalutati e derisi ma disposti a dare la pelle per un’idea che li facesse esistere, contare. Il resto del popolo, chi per paura chi per convenienza, si è adeguato, e la dittatura è rimasta lì per dieci, venti, trent’anni.

Gli italiani impiegarono quasi un ventennio a capire chi fosse quel Mussolini che avevano sostenuto quasi unanimi con i loro saluti romani; si convinsero del tutto solo quando videro tornare le bare dei soldati mandati in guerra con le baionette. I tedeschi sostennero le prime mosse di Hitler con percentuali che avrebbero sfiorato il 90%, se si fosse potuto contarle; il Führer diventò cattivo solo quando i soldi imprestati dai cittadini allo Stato acquistando i suoi titoli di credito farlocchi non vennero più restituiti e la guerra cominciò a produrre morti e distruzione; dei regimi comunisti nell’Est Europa qualcuno è nostalgico ancora oggi e finché ci furono poterono contare sul sostegno di un’ampia fascia di popolazione interessata soprattutto al quieto vivere.

Poi il vento gira e, nelle bocche ridenti degli ideologi, quello stesso popolo che salutava il peggio con il braccio alzato diventa buono, portatore di libertà, democrazia, diritti umani. Non è così: la Storia è più complicata. Donald Trump non è Hitler, non è Mussolini e non è Stalin, ma, se non ci fosse stato il gioco di pesi e contrappesi della democrazia USA, sarebbe diventato un altro Putin. Lo Stato di diritto sta resistendo, negli Stati uniti, ma quello del 6 gennaio è un colpo duro. Da ciò che è accaduto in parlamento a Washington si possono desumere molte lezioni, ma, credo, tre in particolare.

Tre lezioni da imparare dai fatti di Washington

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La prima lezione è che si deve intervenire rapidamente per arginare la diffusione delle notizie falsificate, o fake news. Era impressionante sentire gli intervistati, tra gli assalitori e manifestanti intorno al Campidoglio, affermare convintamente che l’elezione presidenziale del 3 novembre è falsata da brogli, che in verità ha vinto Trump e non Biden, o così o sarà guerra civile (sì, è stata usata anche questa parola). Lo hanno letto su Facebook, su Twitter, ma anche su molti media tradizionali che hanno perso il senso della responsabilità.

Se le false notizie e l’autorità costituita, in questo caso Donald Trump, si alleano, il disastro è garantito. Trump sta continuando a ripetere che le elezioni sono state truccate, ha invitato gli assalitori a tornare a casa, ma non ha condannato le violenze e non ha ritrattato le sue tesi bislacche. E’ tornato sui suoi passi solo due giorni dopo, messo sotto pressione dai fatti. Facebook e Twitter hanno bloccato i suoi profili, ma ciò è inutile e tardivo: migliaia, milioni di altri utenti possono diffondere gli stessi messaggi. L’Italia, con i suoi politicanti filorussi e i media che riprendono con il copia-incolla le tesi di Mosca e Pechino, non è molto lontana da quella costellazione.

La seconda lezione è che bisogna tornare a impartire una seria ed esigente istruzione pubblica. Le false notizie e i politici imbecilli fanno presa perché trovano un elettorato privo di quella base di cultura generale che non trasforma nessuno in scienziato, ma permette almeno di riconoscere le menzogne peggiori.

La terza lezione è che dimenticare per anni e decenni le fasce sociali vitali per la democrazia finisce col distruggerla. Come detto, è insufficiente affermare che gli assalitori del parlamento USA sono sostenitori di Trump. Molti suoi elettori avranno nel frattempo capito l’errore, ma ormai è tardi. Trump, però, è giunto al potere grazie al voto di una parte ben precisa di popolazione: quella dimenticata dalla retorica della comunicazione di massa, dalla politica, dall’élite culturale e persino da una componente significativa della Chiesa, che da un lato si fanno portavoce di ogni sorta di minoranze, sull’altro si rifugiano nei discorsoni intellettualoidi, mentre si dimenticano puntualmente della maggioranza che dimora tra questi due estremi.

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Bisogna rendersi conto che la società aperta occidentale non funziona se non ha una classe media sufficientemente ampia e che si senta rispettata per il ruolo di catalizzatore sociale che svolge, fatta non solo di piccola borghesia, ma anche di abili operai o immigrati integratisi con successo. L’economia deve essere amministrata tenendo conto di questo dato di fatto e bisogna riconoscere che in ogni comunità esiste una cultura prevalente, fatta di valori, lingua, religione per chi crede o non-religione per chi non crede; che chi arriva da fuori deve, almeno nella vita pubblica, accettare questi valori, altrimenti il sistema salta e non è più possibile nemmeno dare accoglienza a chi viene a cercarla.

In un mondo globalizzato, bisogna salvaguardare questi dati costitutivi senza cadere nel razzismo, nel nazionalismo e nel protezionismo: qui sta la battaglia per i diritti fondamentali, non nelle ridicole diatribe sul linguaggio inclusivo o sul razzismo di Omero. Altrimenti salgono al trono i semplificatori. Ogni problema ha una soluzione semplice, ma di solito è quella sbagliata: Donald Trump è l’esito di questo meccanismo; gli eventi di Washington ne sono la conseguenza ultima, almeno si spera, sfuggita di mano a chi in quel Trump aveva visto, in buona fede, un modo per uscire dall’angolo buio della vita pubblica.

Non tutte le decine di milioni di statunitensi che hanno votato Trump nel 2016 e lo hanno rivotato a novembre 2020 sono fanatici o facinorosi assalitori del parlamento, ma la loro rabbia ha aperto le porte a ciò che è accaduto il 6 gennaio. Dimenticarsene significherebbe rifiutare il forse unico insegnamento che la presidenza Trump può dare, a chi ha orecchi per intendere.

6 commenti

  1. Condivido spesso le sue analisi, soprattutto quelle relative all’ex URSS, nel cui territorio vivo da quasi tre decenni. Penso che negli Stati Uniti manchino i paletti attorno al V^ emendamento della Costituzione o Freedom of speech. Propagandare l’ideologia nazionalsocialista o vendere magliette inneggianti alla benefica rieducazione provvista dal lavoro coatto ad Auschwitz va oltre alla liberta’ di espressione.

    • Buongiorno, nei fatti credo che siano andati persi alcuni freni inibitori che vietavano certe condotte senza bisogno che intervenissero la legge o la Costituzione. L’educazione ricevuta in famiglia, il ruolo della Chiesa (quand’era ancora un attore sociale e culturale capace di andare oltre gli steccati e il mero pauperismo), un’istruzione pubblica di buon livello e quel mix di valori anglosassoni, nordeuropei e protestanti, che formava il nervo della società USA, indicavano da soli quali erano i limiti da non superare. E’ quel tipo di società che seppe integrare i tanti immigrati del Sud Europa, particolarmente italiani e cattolici, giunti negli USA nella prima metà del Novecento. Quel sistema di valori, dagli anni Settanta in poi, era senz’altro invecchiato e non più in grado di reggere le sfide del tempo, ma, anziché aggiornarlo, lo si è distrutto e sostituito con il nulla, ultimamente con un populismo che ha avuto come esito la vittoria di Trump. I mutamenti etnico-sociali causati dalle nuove ondate migratorie hanno fatto il resto e il sistema, a differenza del passato, non ha più tenuto. Non credo che leggi o Costituzioni possano fare molto. Occorre ritrovare (non solo negli USA, per la verità) un contesto educativo e formativo adeguato all’oggi, ma che sia capace come un tempo di dare agli individui il senso del limite, tutto senza cadere in un vuoto culto per il passato. Non è un compito facile. Cordiali saluti. LL

  2. Gabriele Siino

    Molto interessante, come sempre.
    E convincente.
    Oggi ho visto anche questo (https://www.politico.eu/article/pro-trump-insurrection-vladimir-putin-worst-nightmare/), che invece mi lascia qualche dubbio.
    Questa narrativa di forze di ultra destra che sono indipendenti da Putin è visibilmente diversa alle strategie di Putin osservate da lei e molti altri. Mi sembra un tentativo di introdurre una fake news: la teoria che Putin (con i suoi servizi) non sia il mandante di queste organizzazioni militari che fanno il lavoro sporco per lui. Cosa ne pensa?

    • Grazie per il Suo apprezzamento. I paragoni tra gli eventi di Washington e quelli ucraini impazzano, in questi giorni, ma vanno presi per ciò che sono. Senz’altro le immagini viste negli USA ricordano ciò che accadde in Crimea e Donbass, come ho scritto anch’io, ma i fatti di Majdan Nezaležnosti e le «rivoluzioni colorate» sono altra cosa. Ogni altro parallelo richiede molta prudenza e forse è anche poco utile. In generale, bisogna prestare attenzione a usare classificazioni come «destra» o «sinistra,» che non sono più adeguate a spiegare gli orientamenti del nostro tempo. Il populismo raccoglie adepti da entrambe le origini; è vero che il messaggio dei movimenti cosiddetti «sovranisti» sembra somigliare più al predicato delle cosiddette «destre» nazionaliste e particolarmente di quelle estreme, ma se si osserva l’evoluzione delle dottrine attuali si nota che superano la distinzione. Restare ancorati alle vecchie definizioni rischia di far perdere la visione della portata del fenomeno, che va oltre la stessa figura di Putin. Cordiali saluti.

  3. Ecco, anch’io dalla Croazia condivido tutto quello che ha detto!! Molto bene e analitico, in particolare il paragone con Crimea e con dei “piccoli gruppi” nella storia. Cordiali Saluti.

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