Ambasciatore francese in Italia: tre motivi chiave

Parigi, Tour Eiffel | © Felipe Dolce
Parigi, Tour Eiffel | © Felipe Dolce

Ci sono tre livelli di connessione, intorno al richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia. Leggerlo solo come episodio dovuto alla campagna elettorale europea e a possibili ingerenze italiane è insufficiente. La Francia ha compiuto un altro passo di enorme peso diplomatico. L’Italia sta cambiando posizionamento internazionale: gli italiani decidano da che parte della Storia vogliono stare.


Il richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia viene spiegato con le turbolenze in vista delle elezioni europee. E’ una verità parziale. Vi sono tre livelli di connessione, che hanno generato questo grave sviluppo. Provo a spiegarli in breve.

Primo livello, il più superficiale. I partiti di governo italiani e la Francia di Macron stanno su fronti opposti, in vista delle elezioni europee. Personaggi politici italiani hanno moltiplicato gli attacchi verbali alla Francia per mera propaganda elettorale. Matteo Salvini, vicepremier e capo di partito di governo, insieme a un personaggio privo di ogni carica ma al quale vengono concessi attenzione e spazi di comunicazione inauditi, hanno imbastito una polemica sulle ex colonie francesi. Hanno utilizzato argomentazioni destituite di ogni fondamento storico e scientifico. Luigi Di Maio, anch’egli vicepremier, si è associato alla polemica sulle colonie e ha incontrato in Francia dei «Gilet gialli» onde, a suo dire, coordinare azioni politiche e sociali comuni.

Di Maio, tuttavia, non ha incontrato i dirigenti dei «Gilet gialli» che vorrebbero legittimamente dare forma politica al movimento. Ha incontrato l’ala più dura, tanto che Ingrid Levavasseur, che guida la componente più politica del movimento, ha protestato per non essere stata informata, mentre altri esponenti dei Gilet gialli hanno preso le distanze dall’incontro con il ministro italiano. La cosa potrebbe finire qui e non motivare un atto grave come il richiamo dell’ambasciatore, che non avveniva dalla Seconda guerra mondiale.

C’è però il secondo livello, meno visibile ma determinante. Nelle stesse ore in cui ha richiamato l’ambasciatore in Italia, la Francia ha compiuto un altro passo di enorme peso diplomatico, passato quasi sotto silenzio, in Italia. Ha messo improvvisamente in discussione la costruzione in corso del secondo gasdotto che collega la Russia alla Germania (detto North Stream 2), e che, una volta realizzato, aumenterebbe la dipendenza energetica dell’Europa da Mosca. L’inatteso voltafaccia sul gasdotto ha aperto un contenzioso con la Germania, proprio pochi giorni dopo la firma di un nuovo e più stretto trattato di cooperazione e amicizia tra Berlino e Parigi, ad Aquisgrana.

Le influenze russe sul movimento dei Gilet gialli sono un fatto notorio (ne ho scritto più in dettaglio >qui). La giustizia francese ha aperto inchieste, nel merito. Personaggi di bieco e conclamato rilievo filorusso si muovono a volto scoperto, senza neppure nascondersi di fronte alle telecamere, nelle manifestazioni dei Gilet gialli, fanno anche parte del servizio d’ordine. Ne animano la parte più combattiva, quella incontrata da Luigi Di Maio a Parigi. Macron, a differenza dei cittadini italiani, sa benissimo che dietro ai due partiti al governo in Italia c’è la Russia. Quando richiama l’ambasciatore a Roma denunciando ingerenze negli affari interni francesi, non si riferisce tanto a possibili ingerenze italiane, ma alle ben più preoccupanti ingerenze russe, per tramite dei partiti italiani allineati a Mosca.

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Pur fermo sui principi, Macron aveva sempre tenuto aperto il dialogo, con Putin. Mettendo in forse il sostegno al gasdotto, la Francia segna un cambio di atteggiamento verso Mosca. L’improvviso mutamento di posizione su questo progetto e il richiamo dell’ambasciatore in Italia sono frutto della stessa constatazione: le pressioni russe non sono più tollerabili.

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Il terzo livello di connessione in cui s’innesta la crisi diplomatica tra Francia e Italia unisce Mosca, Roma, Parigi, Bruxelles e Caracas, nel lontano ma mai così vicino Venezuela. Richiede un po’ di pazienza. Il 31 gennaio, il Parlamento europeo ha votato la risoluzione RC-B8-0082/2019 con la quale riconosce Juan Guaidó legittimo presidente del Venezuela. I parlamentari europei dei partiti italiani di governo si sono astenuti. La notizia è stata: «Italia unico Paese europeo a non votare a favore della risoluzione a sostegno di Guaidó».

La notizia è esatta solo in parte. Se si analizza l’elenco dei votanti, ci si rende conto che non erano solo italiani, i parlamentari europei astenuti o contrari al riconoscimento di Guaidó, e che si sono detti nei fatti, perciò, a favore del mantenimento del regime autoritario di Maduro. Sono più di 190 deputati appartenenti a gruppi e Paesi diversi, ma accomunati dalla simpatia filorussa. Mentre negli altri Paesi, però, i partiti a cui fanno capo questi rappresentanti sono minoritari, l’Italia è l’unico Stato membro dell’Ue in cui due partiti filorussi costituiscono una maggioranza parlamentare e di governo. Ciò significa che la voce di Mosca resta minoritaria, negli altri Stati Ue, ma in Italia sposta la collocazione dell’intero Paese, poiché coincide con le forze della maggioranza. Per questo, l’Italia risulta l’unico Stato dell’Unione che si è espresso contro il riconoscimento di Guaidó, dando tacitamente sostegno a Maduro.

La Russia ha interesse al mantenimento di Maduro al potere, per ragioni geopolitiche ed economiche. Deve salvaguardare i contratti che la petrolifera russa Rosneft ha siglato con il Venezuela: se cade Maduro, che sarà dei contratti che il caudillo venezuelano ha firmato con Mosca, concedendo lo sfruttamento di campi petroliferi per ricevere in cambio anticipi di denaro e forniture di armi? Non si sa, e la Russia non può permettersi questa incertezza.

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E’ significativo che il telegiornale russo, la sera della votazione europea sul Venezuela, abbia dato ampio risalto al voto dei parlamentari italiani e abbia intervistato non il Ministro degli esteri di Roma, come ci si sarebbe aspettato, ma il Sottosegretario agli esteri Manlio di Stefano, dalle risapute frequentazioni russe. E’ lui, nel 2016, che va a Mosca insieme ad Alessandro Di Battista, per tessere i contatti con parlamentari russi putiniani, tra cui Sergej Železnjak e Robert Šlegel’. Il 29 giugno dello stesso anno Di Stefano tiene un intervento dinanzi al Congresso del partito di Vladimir Putin, Edinaja Rossija.

Intervistato dalla TV di Mosca dopo il voto contrario al riconoscimento di Guaidó, Di Stefano ha detto: «Non vogliamo un’altra Libia,» riferendosi al fatto che la Libia, dopo la caduta di Gheddafi per l’intervento occidentale, precipitò nel caos. Sono le stesse, testuali parole con cui Putin e i politici russi, in questi giorni, giustificano il sostegno a Maduro, e, da anni, giustificano la permanenza di al-Asad in Siria. Di Stefano non ha nemmeno fatto lo sforzo di parafrasarle un po’, per non farsi scoprire.

E’ il sistema-Putin in piena azione: Igor’ Sečin, amministratore delegato di Rosneft, amico di Putin della prima ora e suo collaboratore sin dai tempi di San Pietroburgo, ha bisogno che Maduro resti al potere, per salvare i suoi contratti. Sa di poter contare su Putin, che a sua volta sa di poter contare sui partiti europei fedeli a Mosca. Non troveremo mai le prove dirette di questi legami: mail, telefonate, messaggi. Ministri e parlamentari filorussi, italiani ed europei, sanno benissimo da soli cosa devono votare, quando ci sono in ballo interessi russi, senza bisogno che da Mosca arrivi nemmeno una telefonata, a costo di fare figuracce loro stessi e farle fare al loro Paese.

Con questo voto, Putin ha dimostrato di avere in mano già oggi il 25% dei deputati europei, condizionando la politica dell’Unione europea senza muovere nemmeno mezzo carro armato. La risoluzione a favore di Guaidó è stata approvata lo stesso, ma l’influenza russa è bastata a spezzare il fronte europeo: è passato il messaggio che l’Europa, a causa dell’astensione in blocco dei partiti di governo italiani, non è unita contro Maduro e il suo regime. Si può immaginare cosa succederà, se a maggio i partiti filorussi prevarranno, a Strasburgo.

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In queste ore si è aperta in Uruguay la Conferenza convocata dall’Unione europea sul Venezuela. L’Italia vi è rappresentata dal Ministro degli esteri, Enzo Moavero-Milanesi. Quale sarà la posizione dell’Italia in tale conferenza, dopo il voto contrario del 31 gennaio? Per farselo dire, ieri un giornalista russo ha rincorso il ministro italiano per le strade di Montevideo. Sarebbe stata l’occasione buona per comunicare agli ascoltatori russi la posizione ufficiale dell’Italia, ma il Ministro non ha risposto, scansando ripetutamente il giornalista. Chi è, allora, la voce ufficiale della politica estera italiana? Il Ministro che tace o il sottosegretario che risponde riproducendo pari pari le argomentazioni del Cremlino?

Cosa c’entra tutto ciò con il richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia? Con la votazione sul Venezuela, l’Italia si è dimostrata un duttile ed efficace strumento nelle mani del Cremlino. L’Italia sta cambiando posizionamento internazionale: sono mutamenti durevoli e profondi, quelli che stanno avvenendo. Questo è l’intreccio in cui è maturata la decisione di richiamare a Parigi l’ambasciatore francese in Italia, fermarsi a considerarlo un episodio dovuto alla campagna elettorale europea è gravemente miope.

Tra Roma, Parigi, Bruxelles, Mosca e Caracas, a cui si è aggiunta Berlino per la questione del gasdotto, stanno avvenendo fatti cruciali, in queste ore. Gli italiani dovrebbero decidere da che parte della Storia vogliono stare. Sembrano più preoccupati di conoscere i dati d’ascolto del Festival di Sanremo.

Aggiornamento (9.2.2019) – Nella giornata successiva all’uscita di questo articolo, la Francia ha ritrovato un accordo con la Germania sulla questione del gasdotto russo. Ciò non muta il quadro presentato qui. La realizzazione del gasdotto ha ragioni che vanno oltre il momento contingente, tutti ne sono ben consapevoli. Proprio per questo, il segnale diplomatico e politico lanciato ieri verso Mosca da Parigi, che si è detta favorevole a un provvedimento che avrebbe di fatto impedito la realizzazione, è di notevole importanza, nel contesto complessivo attuale dei rapporti tra Francia e Italia. Questi, oggi, sono inquinati non solo dalla scarsa attitudine di taluni governanti italiani, ma anche dalla sempre più visibile presenza russa, dietro le condotte di Roma.

(Le risposte ad alcune domande giunte dai lettori su questo tema si trovano >qui)

3 commenti

  1. Claudio Porcellana

    Da che parte della storia stare? Purtroppo, essendo da sempre vasi di coccio (salvo la parentesi ormai lontana dell’Impero romano), staremo come sempre dalla parte del vaso di ferro, che al momento pare quello di Trump e Putin. La Francia dimostra di essere una delle poche nazioni europee ad avere una «visione del mondo» fuori dal coro.

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