Amanda Gorman, Cina e Russia: dove andiamo?

l caso della giovane scrittrice USA
Corridoio e cartina del mondo | © Lycs Architecture

Tre fatti che sembrano non avere relazione reciproca: la sostituzione di due traduttori della giovane autrice statunitense e due episodi di attualità internazionale. La vicenda di Amanda Gorman contiene gli elementi che permettono di classificare anche gli altri due. La questione dei diritti fondamentali e il ritorno del concetto di «razza.» Sullo sfondo, il ruolo degli Stati uniti dopo la pandemia, e non solo.


Tratto qui tre fatti che sembrano non avere relazione reciproca: il primo è l’allontanamento di due traduttori ai quali era stata affidata la traduzione del testo letto dalla giovane Amanda Gorman durante la cerimonia d’insediamento del presidente degli Stati uniti Joe Biden; il secondo ha per protagonista proprio il presidente statunitense, quando ha risposto «sì» alla domanda dell’intervistatore della ABC che gli chiedeva: «Lei pensa che Putin sia un assassino?» Terzo fatto è il tesissimo incontro fra il segretario di Stato USA Antony Blinken con alti rappresentanti governativi cinesi, avvenuto in Alaska pochi giorni or sono. Mi tratterrò particolarmente sul primo episodio, poiché è avvenuto nel mondo della traduzione, a cui sono particolarmente vicino, e perché contiene gli elementi che permettono di classificare anche gli altri due. Al termine, vedremo il filo che li lega.

I traduttori di Amanda Gorman

La sostituzione dei due traduttori che avrebbero dovuto tradurre in olandese e in spagnolo il testo della giovane autrice statunitense è stata giustificata con molti eufemismi e lunghi giri di parole, ma i due interessati sono stati sostituiti da loro colleghi di colore, a conferma che l’elemento determinante della loro rimozione è stato il colore della loro pelle. Essere bianchi non avrebbe permesso a quei traduttori di penetrare a fondo le intenzioni dell’autrice, di pelle nera. Il loro colore era sgradito non tanto all’autrice stessa, ma al circuito di difensori del politicamente corretto che si esprime sulle piattaforme Internet ed è protagonista della cosiddetta «cultura della cancellazione:» è la prima volta che un tale caso si verifica nel settore della traduzione, almeno con tale clamore.

Per giudicare questo caso servono alcuni elementi oggettivi. Il primo è il testo stesso: è scritto in un inglese piuttosto comune, non contiene espressioni legate a una cultura particolare e non presenta riferimenti che richiedano l’immedesimazione in un contesto africano o afroamericano. Non presuppone altra conoscenza che quella dell’ambiente in cui la giovane autrice è cresciuta, prettamente statunitense e multirazziale, lo stesso che da decenni subiamo in Europa occidentale a causa della prepotenza dell’industria editoriale e televisiva angloamericana. Non vi si vedono in quel testo elementi che potrebbero mettere in difficoltà chi traduce professionalmente dalla lingua inglese, quali che siano la sua formazione e provenienza.

I testi scritti in lingue europee ma provenienti da culture nere, africane o post-coloniali hanno un altro aspetto. I romanzi scritti nell’inglese della Nigeria o nel francese del Senegal, per esempio, oppure negli slang dei quartieri americani o europei popolati da immigrati, contengono termini e riferimenti culturali specifici: il lessico, l’idiomatica e talvolta persino la grammatica divergono dalla lingua standard. In questi casi sì, è necessario che il traduttore conosca a fondo quelle culture e i loro usi linguistici. Eppure, colei che è forse la più impegnata traduttrice in italiano di romanzi di letteratura africana scritta in inglese è italiana, non africana.

Un dato poco noto, presso coloro che non si occupano di traduzione, è che la difficoltà maggiore, nel tradurre, non è capire gli elementi della cultura da cui proviene il testo originario, ma rendere comprensibili tali elementi al lettore nella lingua di destinazione. Se a un traduttore mancano degli elementi per capire taluni aspetti del testo d’origine, può ricercarli e acquisirli; la capacità attiva di esprimersi con efficacia attraverso la parola scritta, invece, o si ha o non si ha. La si può affinare con lo studio, ma deve essere sorretta dal talento tipico dello scrittore, poiché tradurre significa questo: capire l’intenzione espressa dall’autore nella lingua d’origine e ridipingere il quadro nella lingua di destinazione. Questa premessa per dire che la consanguineità culturale del traduttore con l’autore di un testo non è il maggior problema sul quale chinarsi.

Il ritorno del concetto di «razza»

I traduttori olandese e spagnolo di Amanda Gorman erano stati scelti in via definitiva, perciò, a torto o a ragione, erano stati giudicati adeguati. Sono stati rimossi perché è intervenuto un fattore estraneo a considerazioni professionali: il ritorno in auge del concetto di razza. E’ scientificamente provato che non vi sono differenze biologiche oggettive tra persone aventi colori della pelle e tratti somatici diversi: la scienza ha smentito le farneticazioni diffuse negli anni Trenta del Novecento, quando intere riviste e istituzioni di ricerca, volute dai regimi fascisti e nazisti, si dedicavano a discettare sulla superiorità razziale. Per questo motivo, il termine e l’idea di razza sono progressivamente decaduti dall’immaginario.

Eppure, ciò che è accaduto con i due traduttori di Amanda Gorman non può essere definito altrimenti se non come un caso di esclusione fondata sulla razza: non vi sono ragioni oggettive per le quali un traduttore di razza nera debba essere più adatto a quel ruolo, rispetto a uno di razza bianca. Se si usano termini diversi, per evitare l’imbarazzo suscitato da queste parole, si cade nell’ipocrisia. Non basta cambiare nome a un problema per risolverlo, anche se oggi va di moda.

Il problema è che questi episodi mettono in luce le finzioni dell’antirazzismo di oggi: se si esercita da parte del bianco contro il nero, il razzismo va condannato; all’inverso, invece, no, perché sarebbe una forma di rivoluzione, di lotta di liberazione dell’oppresso verso l’oppressore. Allora, in nome di questa rivoluzione, ogni azione è giustificata, anche la discriminazione razziale, basta chiamarla con un altro nome, per non farsi scoprire. Si potrebbe fare come Aleksandr Dugin, il politologo russo che ispira le politiche di Vladimir Putin: nei suoi seminari parla di «solidarietà fra appartenenti alla stessa civilizzazione.» Sempre razzismo è, ma vuoi mettere quel «solidarietà» come suona bene? Il razzismo, perciò, non è un male assoluto, va bene o male relativamente al fine per il quale lo si usa.

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Esisterebbe allora un razzismo cattivo e un razzismo buono, come violenze sbagliate e violenze giuste, dittature cattive e dittature buone. Quando scrivo di Unione sovietica e regimi dell’Est Europa, non manca mai qualche zelante che mi bacchetta ricordandomi che quelle erano «dittature del proletariato,» perciò non erano riprovevoli come i regimi sudamericani o europei di segno politico opposto. Ne consegue che per l’emancipazione del proletariato va bene anche sopprimere lo Stato di diritto; i morti nelle fosse comuni sotto Stalin o gli internati nelle psikuška di Brežnev erano figli di un dio minore, valgono meno dei desaparecidos argentini o degli ebrei perseguitati da Hitler e Mussolini.

Le reazioni al caso Gorman

Esemplare è il caso di uno scrittore intervistato sul caso di Amanda Gorman da una rete televisiva italiana: alla domanda esplicita del giornalista, se la sostituzione dei traduttori costituisca un caso di discriminazione razziale, non ha risposto. Ha fatto una lunga digressione condita da luoghi comuni sulla traduzione, ma ha eluso il punto, per non dire apertamente, davanti a una telecamera, ciò che gli si leggeva in faccia – cioè che il razzismo, in questi casi, va bene.

A far cadere il velo dell’ipocrisia è stato un traduttore italiano: intervistato sulla rimozione dei suoi due colleghi, l’ha giustificata riportando nientemeno che una frase di Mao Tse-tung: «La rivoluzione non è un pranzo di gala.» Vediamo come finisce, quel motto di Mao: «La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra.» Un aforisma molto simile lo pronunciò Lenin: «La rivoluzione non si fa con i guanti bianchi.» Queste massime furono pronunciate dai loro autori per dire che l’ideale supremo della rivoluzione giustifica ogni azione, anche la più disumana e violenta.

La «rivoluzione,» nel caso dei traduttori di Amanda Gorman, sarebbe ottenere maggiore rappresentatività delle persone di colore nell’industria editoriale, imponendo traduttori neri per un’autrice nera. Il raggiungimento di questo ideale rivoluzionario giustifica, perciò, il ritorno alla discriminazione razziale. La rivoluzione segna il confine morale che legittima ogni condotta: con questa asserzione e tante altre simili, Mao, Lenin e poi Stalin avallarono decenni di crimini dei loro regimi; espressioni analoghe si leggevano nei volantini delle Brigate rosse, durante gli anni del terrorismo, in Italia; con quella logica sconnessa ci fu chi cercò di difendere i terroristi davanti ai tribunali. Rieccole ora, quelle citazioni, nei salotti buoni della letteratura.

Sul caso di Amanda Gorman c’è stato chi, riesumando un linguaggio da anni Settanta, è arrivato a vedere nella traduzione un atto politico, attribuendo a chi critica la scelta di sostituire i due traduttori una vicinanza a partiti di estrema destra e neofascisti: in realtà è proprio l’insistenza caricaturale del dibattito di oggi sui temi razziali, di cui quella scelta fa parte, che sta ridando al concetto di razza il ruolo di discrimine che aveva durante fascismo e nazismo, e del quale speravamo di esserci liberati affermando scientificamente l’inesistenza stessa della razza.

Una «nuova sensibilità» dei più giovani?

Ci si può chiedere perché persone che si scudano dietro lauree, cattedre e pubblicazioni altisonanti cadano in queste contraddizioni. Una spiegazione è che nell’industria culturale italiana, in una questione di questa portata, bisogna mostrarsi fedeli alla linea politicamente corretta, o si viene esclusi dai giri che contano, e ciò può costare la carriera. L’altra spiegazione, ancor peggiore, è che chi parla così creda davvero in ciò che dice, perché cresciuto e istruito in un Paese in cui le università, particolarmente alcune facoltà, hanno il ruolo di educare a delle ideologie, prima che alla conoscenza. Ha poco senso citare nomi: tutte le voci dominanti del dibattito italiano sulla vicenda Gorman hanno rappresentato queste posizioni, con sfumature diverse. E’ un problema di sistema, non di persone.

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In questa ridda di parole, un solo argomento non si è mai sentito: se, nell’industria editoriale, le persone di colore sono discriminate, bisogna far cessare le discriminazioni, e su questo non c’è dubbio, ma a contare devono essere le capacità e i meriti, non il colore della pelle. Sulla qualità intrinseca della traduzione, su ciò che distinguerebbe nella concretezza delle scelte lessicali la traduzione svolta da un traduttore nero rispetto a quella di un traduttore bianco – che sarebbe l’argomento principale – poche parole anzi nessuna. Di fronte al fervore ideologico, la meritocrazia è un impiccio di cui liberarsi; si avanza non per bravura, ma per appartenenza – a un gruppo sociale, a una religione, oggi nuovamente a una razza – e calpestando tutti gli altri. Chi conosce la storia del Novecento sa esattamente da dove proviene, questa vecchia arroganza, anche se oggi, sotto mutate spoglie, viene spacciata come nuova bandiera rivoluzionaria delle giovani generazioni.

Perché sì, si è letto anche questo: il ritorno della razza come criterio discriminante nel dibattito pubblico sarebbe segno di una «nuova sensibilità» delle giovani generazioni, contro i vecchi parrucconi che si scandalizzano, perché ancora convinti che l’umanità si debba guardare senza distinzioni di sesso, provenienza e colore della pelle. Tutto, s’intende, mascherato da prudenti eufemismi, rafforzato da citazioni dotte e nascosto dietro la stessa prosa con la quale devo lottare per quando decifro i discorsi dei vecchi dirigenti sovietici. Un ragionamento così ce lo si sarebbe aspettato sulle pagine de «La difesa della razza,» la rivista pubblicata sotto Mussolini dal 1938, nel contesto della promulgazione delle leggi razziali. Invece, oggi, lo ritrovate condiviso su Facebook e Twitter sui profili più vocianti della letteratura e del giornalismo d’Italia.

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Un ultimo dato sul quale fa riflettere la vicenda dei traduttori di Amanda Gorman è la facilità con la quale due editori si sono piegati agli appelli di soggetti che hanno sollevato rumore sociale attraverso Internet su un tema che non sembrava interessare particolarmente neppure l’autrice del testo in questione. L’editore olandese ha affermato, nientemeno, di «aver appreso molte cose» da questa vicenda; quello spagnolo aveva già pagato il primo traduttore, ma farà ritradurre il testo: in un mondo in cui gli editori, quand’è ora di pagare i traduttori, tirano sul centesimo, quella casa editrice è disposta a pagare due volte un lavoro, pur di non contestare il diktat della cultura della cancellazione. Il politicamente corretto è una dittatura, ma una dittatura buona, perciò ci si inchina, e va bene così.

Stati Uniti, Russia e Cina

Intervistato dalla rete televisiva ABC, quando il giornalista gli ha chiesto: «Lei pensa che Putin sia un assassino?» il presidente degli Stati uniti, Joe Biden, ha risposto «sì.» Si riferiva, in particolare, all’avvelenamento dell’oppositore russo Aleksej Naval’nyj, ultimo in ordine di tempo di tanti casi simili (ne parlo >qui). L’intervista era registrata: se quelle parole fossero state una gaffe, si sarebbero potute tagliare. Sono rimaste. Significa che non sono state dette per caso.

Anche questa volta è stato tragicamente divertente, all’uscita di quell’intervista, leggere le reazioni imbarazzate di politici e commentatori. Qualcuno è giunto a dire che le parole di Biden proverebbero un complotto occidentale per dividere la Russia, dopo quello che (secondo loro) fece crollare, trent’anni fa, l’Unione sovietica. Ci mancavano solo i microchip sottopelle e le scie chimiche, poi c’era tutto.

Con la campagna intorno al vaccino Sputnik V e, più in generale, sfruttando la pandemia, i toni e gli atti delle potenze autoritarie, non solo della Russia, hanno raggiunto livelli inauditi. Lo stesso deve dirsi per la sfrontatezza di molti media occidentali, in particolare italiani, che non esitano a far circolare notizie falsificate ormai senza alcun pudore, pur di assecondare i nuovi padroni. Si è visto proprio sul vaccino russo, di quali acrobazie sono capaci, e non si parla di giornaletti di provincia o di blog improvvisati, ma di reti televisive nazionali (ne parlo >qui).

I traduttori i Amanda Gorman
Pechino, Città proibita | © Gigi M

Durante il recente incontro fra il segretario di Stato Antony Blinken, il suo omologo cinese Wang Yi e un alto grado della diplomazia cinese, il rappresentante statunitense ha sollevato il problema di Hong Kong, delle regioni della Cina abitate dagli Uiguri e altri scenari nei quali si producono manifeste violazioni dei diritti umani. La reazione dei dirigenti di Pechino è stata significativa: i cinesi avrebbero una concezione diversa dei diritti umani rispetto a quella degli Stati uniti, perciò la critica di Washington sarebbe una volontà di imporre una visione occidentale di diritti della persona.

Il filo che unisce i tre fatti

Il tratto che accomuna questi episodi, quello dei traduttori di Amanda Gorman e i due che coinvolgono Stati uniti, Russia e Cina, è il concetto di «diritto umano» o «diritto fondamentale.» La non discriminazione razziale; le pari opportunità fra uomo e donna; vivere in uno Stato di diritto dove si possano esprimere liberamente le proprie visioni e decidere in libere elezioni da chi essere governati; essere giudicati da tribunali terzi in un giusto processo, sono, tra altri, diritti fondamentali.

Luca Lovisolo, Tredici passi verso il lavoro di traduttore
«Tredici passi verso il lavoro di traduttore»
La guida di Luca Lovisolo

I diritti possono sorgere in molti modi: abbiamo diritto che il comune svuoti i cassonetti della spazzatura perché abbiamo pagato una tassa per la nettezza urbana; abbiamo diritto di ricevere un prodotto dal negoziante perché paghiamo una somma di denaro; abbiamo diritto al risarcimento del danno, se qualcuno ci rompe una finestra di casa. I diritti fondamentali, invece, li abbiamo perché nasciamo persone umane. Non ci vengono attribuiti da una legge o per uno scambio di equità. Ciò significa che siamo titolari dei diritti fondamentali indipendentemente dal Paese di cui siamo cittadini, dal colore della nostra pelle e senza dover erogare contropartite. La fonte dei diritti fondamentali è l’essere persone umane, e nient’altro.

Accettare che i diritti fondamentali abbiano misure e interpretazioni diverse, a seconda delle leggi degli Stati o per i dettami di qualche ideologia che giustifica ogni empietà in nome della propria realizzazione, significa affermare che i diritti fondamentali non esistono, poiché si nega la loro fonte, che è solo nel fatto di nascere uomini, uguali e di pari dignità. Per questo motivo non possono esistere una concezione cinese, una russa e una americana dei diritti fondamentali alla libertà di espressione, al pluralismo delle opinioni politiche e all’indipendenza della giustizia; non può esserci un razzismo sbagliato e uno giusto; non deve accadere che uno Stato avveleni e incarceri i suoi oppositori, in nome di una «diversa concezione» delle libertà fondamentali.

La caricatura dei diritti fondamentali

E’ vero che intorno ai diritti fondamentali si è sviluppata una retorica melensa e controproducente, che spesso trasforma in «diritto umano» qualunque pretesa e persino converte i diritti fondamentali in pretesti di marketing, in battaglie superficiali e parodistiche, sino a contraddire le loro intenzioni originarie. Nelle settimane scorse, durante una nota manifestazione televisiva, si è dato spazio a una persona che si propone alla direzione di orchestre: facendo leva sul suo essere giovane donna in un contesto prevalentemente maschile, e montando una polemica su come la si debba definire, al maschile o al femminile, la si è presentata come brillante talento internazionale. Peccato che le attitudini e il curriculum della persona in questione, alla verifica dei fatti, sembrino, per così dire, non del tutto sovrapponibili all’immagine dipintale intorno dalla sua abile agenzia di marketing. Il diritto alla non discriminazione tra uomo e donna diventa così un pretesto per far passare avanti persone che forse non otterrebbero tali spazi, se dipendesse solo dai loro meriti.

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Nel caso di Amanda Gorman, aver sollevato la questione razziale sui traduttori, oltre ad avere le non irrilevanti implicazioni di cui ho detto sopra, è stato il pretesto per generare un’enorme campagna pubblicitaria gratuita per gli editori del suo libro, senza alcun appiglio a dati concreti e riuscendo nell’impresa di mettere d’accordo i devoti di Mao e Lenin con chi ha riportato all’attualità la distinzione e discriminazione razziale come visione del mondo, come ai tempi di Hitler e Mussolini.

La vicenda Gorman e i diritti fondamentali
Mosca, cattedrale di San Basilio
© Thorsteinn Svavarsson

Nella Russia di Putin, la costituzione e le leggi proclamano a parole il rispetto dei diritti fondamentali, esiste un consiglio di sorveglianza sul loro rispetto e non c’è occasione in cui il presidente russo non si riempia la bocca affermando i valori umani: eppure, tutto ciò diventa vuota retorica per assicurare una cortina di legittimità a un regime che processa i suoi critici ignorando le garanzie del suo stesso codice penale.

I diritti fondamentali sono delimitati e definiti con precisione nei trattati internazionali, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani promulgata dalle Nazioni unite nel 1948. Non ogni diritto è classificabile come diritto fondamentale, ma ciò che è diritto fondamentale è universale, cioè vale per tutti gli esseri umani. Se il regime cinese avesse ascoltato il medico che per primo scoprì il diffondersi del nuovo Coronavirus, anziché incarcerarlo per ragioni politiche, la pandemia si sarebbe potuta contenere: se a qualcosa è servita, la triste storia che sta causando milioni di morti e danni da economia di guerra in tutto il mondo, è ricordarci che la violazione dei diritti fondamentali non è una lamentazione astratta. Ovunque si verifichi, in qualunque forma, può avere conseguenze per tutti.

Dopo la pandemia

La crisi pandemica volge al termine, speriamo presto; se nessuno farà nulla, l’ordine mondiale che la seguirà, soprattutto per l’Europa, sarà dominato dalla prepotenza dei regimi autoritari. Nessuno pensi che sia un dettaglio formale, che non ci riguardi, che le nostre vite non cambieranno. La maggiore forza di quei regimi, oggi, è la debolezza, la paura, a tratti la codardia dei politici e degli intellettuali occidentali, che cantano le lodi dei peggiori autocrati del mondo come una volta si cantava in latino in chiesa, senza capire il senso delle parole che fanno uscire dalle loro bocche.

Di fronte alla sfida dei regimi autoritari, noi occidentali dobbiamo decidere se credere che i diritti fondamentali siano davvero universali, cioè valgano per tutti, oppure se valgano solo per noi. Se prendiamo atto della verità, cioè che i diritti fondamentali sono un bene universale, e agiamo con coerenza, le conseguenze potrebbero essere molto pesanti. Ha poco significato entusiasmarsi per le manifestazioni organizzate in Russia da Aleksej Naval’nyj contro il regime di Putin, per le proteste in Bielorussia, a Hong Kong oppure, in questi giorni, nel Myanmar, se poi, contro quei regimi, non si prendono misure efficaci, anche se costose per noi; serve a poco fare battaglie sull’uso delle parole per escludere ogni discriminazione razziale o sessuale persino nei recessi più infimi dei dizionari, se poi si accetta che la razza torni a essere un criterio di scelta nell’industria editoriale, piegandosi come fuscelli agli imperativi del politicamente corretto.

E’ senz’altro più comodo, ma pericolosamente illusorio, credere che i diritti fondamentali possano valere solo per noi, in Occidente, e che qui potremo continuare a beneficiare delle nostre garanzie e del nostro stile di vita, mentre Stati di crescente potenza economica e influsso ideologico li calpestano tutto intorno a noi. La nostra pacchia non durerà, se non agiremo nel concreto.

Il ruolo degli Stati uniti

Come dimostrano ormai numerosi episodi avvenuti dopo l’insediamento di Joe Biden, qualcuno, negli Stati uniti, si è accorto (forse) di cosa sta succedendo; sembra sia stata indicata una direttrice più realista, per le relazioni internazionali: dopo i nonsensi di Trump, la nuova amministrazione ha alzato i toni, nei confronti di Cina, Russia e altri Stati autoritari nel mondo.

Gli Stati uniti non sono esenti da gravi lacune, nella loro pretesa di rappresentare i valori dell’Occidente e dello Stato di diritto. Una delle lacune più vistose è che proprio negli USA monta oltre ogni limite l’onda del politicamente corretto e della conseguente cultura della cancellazione, che sta diventando il pendant culturale dell’autoritarismo ed è all’origine di tante brutte storie, come quella dei traduttori di Amanda Gorman e altre ancor peggiori.

In mancanza di meglio, però, è possibile che saranno ancora una volta gli Stati uniti, come al termine della Seconda guerra mondiale, a riprendere in mano le briglie del mondo libero, a fine pandemia, e a salvare gli europei – soprattutto alcuni – dai governanti che si sono votati, per tacere dei loro infausti cantori sulle pagine dei media, nelle direzioni delle case editrici e dietro le cattedre delle università. La libertà e le garanzie dello Stato di diritto, la pari dignità fra persone di colore diverso, fra uomo e donna o di diverso orientamento sessuale, sono obiettivi di portata storica: vi è chi ha perso la vita, combattendo per queste cause.

Se le si riduce a slogan di marketing e a vuote dichiarazioni di principio, se si restaurano con tanta leggerezza i modi di pensare delle dittature del Novecento, viene da pensare che la battaglia contro le discriminazioni e i totalitarismi di ogni segno non sia più necessaria, perché ormai se ne fa parodia. Purtroppo, la realtà quotidiana suggerisce il contrario.

6 commenti

  1. La vicenda di Amanda Gorman è davvero molto interessante perché, come dici, specchio di un clima culturale attraversato da tensioni e contraddizioni degne di nota.

    La mia impressione, sentendo anche persone vicine al mondo dell’editoria e della traduzione, è che ci si trovi davanti a una situazione del tipo «il re è nudo:» tutti sanno che la poesia letta da Gorman durante l’insediamento di Biden non pone particolari difficoltà di traduzione e (ma non si dice) non è nemmeno questo granché, come – pare – nella miglior tradizione degli inaugural poems (c’è da dire che gli USA sono particolarmente affezionati al genere «poesia civile» sui toni «Great America»), ma in tanti cavalcano l’onda, spinti dalla fame implacabile di visibilità e clic che l’attuale sistema dell’informazione impone.

    Spinelli, traduttrice ufficiale dell’edizione italiana del libro (prontamente «sparato» in edicola in allegato al Corriere, con prefazione di Oprah Winfrey), lascia intendere che la traduzione sia stata eseguita in tempi strettissimi, e che al lavoro di resa poetica della musicalità e delle figure stilistiche il team della Gorman abbia preferito una maggior aderenza alla letteralità del testo. Tutto questo fa pensare più ad una operazione di «marketing identitario» che ad una genuina impresa editoriale.

    Ed è secondo me sul tema dell’identità che si dovrà riflettere, per non rischiare un’involuzione: se i membri di un gruppo sociale (sento anche parlare di «categoria») sono gli unici deputati a definire quali siano i loro diritti e come questi vadano concessi ed esercitati, non rischiamo forse di cadere una sorta di incomunicabilità e, in ultima istanza, di parcellizzazione della società civile anche peggiore di quella vista nell’epoca delle grandi ideologie? Si può trovare una «terza via» per gestire le rivendicazioni identitarie senza rischiare di ignorare legittime aspirazioni o all’opposto confondere diritti e desideri?

    • La traduzione del testo di Amanda Gorman non pone particolari problemi. Non si tratta di tradurre l’inglese cinquecentesco di Shakespeare o il pidgin nigeriano, tanto che la traduzione olandese era stata affidata a una scrittrice, non a una traduttrice. Questa decisione può essere letta come scelta di marketing, perché il nome della scrittrice è già affermato, ma, al di là di questo, l’editore si è senz’altro accorto che la traduzione di quel testo richiedeva soprattutto il buon dominio della lingua di destinazione. E’ così sempre, nella traduzione, il problema vero è scrivere nella lingua di arrivo, ma, nel caso del testo di Amanda Gorman, lo è ancora di più: bisogna renderlo in una lingua che ne salvi almeno l’estetica, difficoltà di comprensione del testo d’origine non ce ne sono.

      Nel mondo di lingua tedesca ho trovato le uniche critiche, almeno sinora, mosse alla traduzione da un punto di vista tecnico. La traduzione tedesca è stata affidata a una traduttrice bianca, una professionista di quasi settant’anni con un curriculum di tutto rispetto. Per ragioni politiche, però, è stata affiancata da due «guardiane» con retroterra migratorio, due giornaliste l’una di origine turca e l’altra di colore. Oltre all’umiliazione subita da una professionista alle soglie della pensione, che ha dovuto farsi correggere il lavoro da due persone con trent’anni meno di lei che fanno un altro mestiere, le critiche sono concordi nell’affermare che la traduzione prodotta è assai mediocre. Ben tre cervelli non sono riusciti, ad esempio, a riportare in tedesco le rime e le assonanze del testo inglese. Sappiamo che rendere questi aspetti in una traduzione è difficile, ma non è impossibile. Soprattutto, se si tolgono le rime, del testo in questione resta ben poco. Nella traduzione tedesca, dopo tanto parlare, lo scritto di Amanda Gorman ha la poeticità di un preambolo costituzionale. Much ado about nothing si potrebbe dire, per restare in tema, molto rumore per nulla.

      Il problema non è di identità o di categoria, ma di razza. Ho letto articoli di commentatori che si propongono come difensori dell’ortodossia politica e progressista, nei quali si torna a usare apertamente il termine «razza» senza neppure le virgolette e si afferma perentoriamente che l’uguaglianza tra persone di colore diverso è una chimera. Non cito né i testi né gli autori, perché promuovono tesi deliranti e razziste alla cui diffusione non intendo contribuire, e che ci riportano ai tempi delle peggiori segregazioni. Le parole sono diverse, il contesto anche, gli autori avrebbero in tasca la tessera del Partito comunista, se esistesse ancora, anziché quella del Partito nazionale fascista, ma la logica (se così la si può chiamare) che governa quegli elaborati è la stessa del razzismo istituzionale degli anni Trenta. Di fronte a queste sbandate, ci sono molte domande da farsi, su come le scuole e le università hanno formato gli studenti degli ultimi vent’anni sulla storia del Novecento.

      Sinceramente non credo che abbiamo a che fare con la difesa delle identità, che è un obiettivo nobile. Ci troviamo di fronte a pasticciate forme di rivendicazione, miste a un bisogno malato di visibilità, a un antirazzismo ed egualitarismo talmente sbraitati che si convertono nel loro contrario, in un mare di impreparazione e ignoranza, anche in chi si propone come élite culturale di un intero Paese e guarda con sufficienza a tutto che c’è prima e intorno a sé.

  2. Grazie. Sarebbe interessante anche poter confrontare le diverse traduzioni, quelle approvate e quelle non approvate. O ancora meglio chiedere, visto che chi ha la pelle di un certo colore non può comprendere quello che è stato scritto e tradotto da chi ha un colore diverso, perché la dovrei comperare questa traduzione io che sono bianca? Un caro saluto. Cinzia.

    • Il problema è proprio lì. Secondo questa logica, ogni cosa può circolare solo tra appartenenti a uno stesso gruppo o a una stessa «civilizzazione,» che, come ho scritto nell’articolo, è solo un altro modo di chiamare una cosa che conosciamo già, il razzismo. Ma questo è un razzismo buono…

  3. Grazie per la risposta, molto illuminante. La vicenda della traduttrice tedesca sembra analoga a quella raccontata da Spinelli. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che qui non stiamo parlando di poesia ma di altro, e questo «altro» è pervicacemente cercato e imposto anche a danno della resa artistica del testo. Vengono in mente certe distopie nelle quali la società è divisa in gruppi rigidamente tipizzati e totalmente isolati gli uni dagli altri, mantenuti tali da una propaganda funzionale all’alimentazione di sospetto, incomunicabilità, distanza. «Io sto con i miei, perché tu non mi puoi capire, ergo con te non ho nulla da condividere.» Una prospettiva davvero inquietante.

    • In realtà, conoscendo il settore, l’argomento secondo cui la traduzione sarebbe poco curata perché il tempo disponibile era insufficiente sembra piuttosto una scusa da scolaretti («non ho avuto tempo di studiare»). Se un traduttore riceve un lavoro per il quale è imposto un termine di consegna troppo ravvicinato, può rifiutarlo o negoziare con il cliente un altro termine, succede regolarmente. Qui, però, rifiutare la traduzione del testo di Amanda Gorman avrebbe significato rinunciare al quarto d’ora di celebrità regalato da quelle poche ma chiacchierate cartelle. Lamentarsi ex post del poco tempo a disposizione ha poco senso.

      In altri Paesi, alcuni traduttori hanno avuto il coraggio di criticare anche aspramente la scelta di sostituire i traduttori bianchi con altri di colore; in generale, però, soprattutto in Italia, il mondo della traduzione si è adeguato al politicamente corretto, come del resto è solito fare. Ho citato sopra il caso della traduttrice tedesca: in altre circostanze, se una traduttrice professionista, per giunta con quel livello di esperienza, fosse stata affiancata da due persone più giovani e non traduttrici di mestiere, nelle sempre attivissime casse di risonanza del settore sarebbe esplosa l’indignazione. Nel caso specifico, invece, la cosa è passata sotto silenzio: la presa di posizione ideologica ha prevalso anche sull’umiliazione di una collega.

      La prospettiva di una società divisa in tante microsfere reciprocamente diffidenti è senz’altro inquietante, ma è già una realtà in molte periferie europee popolate da immigrati che formano società parallele, tanto che in Francia si è dovuta varare una legge apposita per riaffermare che i valori repubblicani e dello Stato di diritto valgono per tutti, di fronte a fenomeni di parallelismo sociale che ormai prendono forma di vero e proprio separatismo, anche giuridico. Non meno inquietante è che ideologie di ogni colore continuino a dominare il discorso pubblico al punto che un certo atto non si giudica dai suoi contenuti, ma è buono o cattivo a dipendenza dei suoi obiettivi o presupposti giudicati politicamente corretti, anche se spesso meramente arbitrari. E’ il trionfo della falsa coscienza.

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