Stato autoritario, totalitario o dittatura?…

Budapest, Parlamento | © Seth Fogelman
Budapest, Parlamento | © Seth Fogelman

Un un tema che è d’attualità, linguistico e sostanziale insieme. C’è chi parla del Venezuela come di una dittatura: ma lo è veramente? Come si può definire dittatura un Paese in cui l’opposizione ha conseguito la maggioranza in parlamento? Bisogna saper distinguere tra «dittatura,» «Stato autoritario» e «regime totalitario:» sono sinonimi solo apparenti. Qual è il significato concreto di queste definizioni?


I fatti del Venezuela richiamano l’attenzione su un tema che è linguistico e sostanziale insieme. Vi è chi parla dello sfortunato Paese sudamericano come di una dittatura: ma lo è veramente? Altri osservano che in Venezuela esiste e opera un’opposizione politica: non sarebbe, perciò, un regime totalitario. Capire cosa si intende per dittatura, regime (o Stato) autoritario e regime totalitario permette di interpretare la realtà venezuelana e di molte situazioni analoghe. Usare queste espressioni come sinonimi non è sempre sbagliato, ma vi sono situazioni in cui è indispensabile saper distinguere.

Per comprendere il significato di queste definizioni, è necessario chiarire prima il loro contrario: dittature, regimi autoritari e totalitari sono l’opposto dello Stato di diritto. Stato di diritto è ciò che comunemente chiamiamo anche Stato democratico: un regime (la parola regime non ha solo un’accezione negativa) fondato sulla divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, che si limitano e si controllano a vicenda con le garanzie previste da una Costituzione, formale o sostanziale. Nello Stato di diritto, i poteri vengono rinnovati con libere elezioni, nelle quali sono rappresentate tutte le tendenze e gli orientamenti presenti nella società: le leggi e il governo, pertanto, sono legittimati dal consenso dei governati. La sfera d’azione dello Stato, da una parte, e la sfera privata dei cittadini, dall’altro, sono ben definite e distinte.

I regimi autoritari, dittatoriali e totalitari si identificano in quanto tali nel modo e nella misura in cui negano i fondamenti dello Stato di diritto. Sappiamo di trovarci di fronte a uno di questi regimi quando osserviamo che vi mancano i principi elencati poco sopra: non vengono attuati la divisione dei poteri e un saldo ancoraggio costituzionale; non vi sono elezioni libere o la rappresentatività degli eletti è insufficiente; vi è palese contrasto fra le azioni dei governanti e il consenso e l’interesse dei governati.

È autoritario lo Stato nel quale i meccanismi dello Stato di diritto non sono del tutto soppressi, funzionano all’apparenza in modo più o meno regolare, ma non riescono a impedire che un gruppo sociale, una persona o una cerchia ristretta di individui esercitino un potere incontrollato su tutti gli altri. Nei regimi autoritari si svolgono elezioni apparentemente regolari, negli intervalli di tempo stabiliti; vi sono partiti di opposizione e una Costituzione che regola, a parole, i normali meccanismi di controllo e bilanciamento dei poteri. Vi è un’apparente varietà di mezzi di comunicazione.

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Nei fatti, però, gli esponenti dell’opposizione vengono sottoposti a minacce e restrizioni, arresti arbitrari e altre limitazioni della loro libertà, sebbene la loro attività non venga del tutto impedita. Organizzazioni sociali e partiti politici contrari al gruppo di potere dominante non vengono necessariamente chiusi o soppressi, ma sono fatti segno di azioni giudiziarie ingiustificate o provvedimenti legislativi iniqui. La giustizia, negli Stati autoritari, non è indipendente dal potere politico, ma ne è strumento di intervento, quanto l’azione della propaganda non è sufficiente. I partiti di opposizione esistono, ma contrastano solo formalmente il partito dominante, su provvedimenti insignificanti o aspetti di dettaglio: la linea è dettata dal partito maggiore, mentre la vera opposizione non è clandestina, ma spesso resta fuori dal parlamento. I media possono essere apparentemente plurali, ma quelli che non si allineano al dettato governativo vengono colpiti da azioni che ne impediscono la crescita e la libera circolazione.

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Il risultato è che un Paese autoritario presenta molte caratteristiche apparenti di uno Stato democratico, ma, nei fatti, nelle sue istituzioni la società non è adeguatamente rappresentata, i poteri non si controllano a vicenda e la macchina statale è messa al servizio di una persona o di un gruppo ristretto di individui, generalmente misto di politici e affaristi. Questi piegano alle proprie volontà il sistema giudiziario e reprimono con mille stratagemmi i media e ogni organizzazione sociale non allineata.

Diverso è il caso della dittatura. In una dittatura, l’opposizione è repressa e inesistente, esiste solo in forma clandestina. Chi si oppone al gruppo dominante sa di mettere in gioco la propria vita e quella dei suoi cari. La dittatura non ammette, neppure in apparenza, forme di contrasto. Dove esistono, parlamenti e assemblee sono privi di ogni rappresentatività reale, dominati totalmente dal partito o dal gruppo dominante.

Terza variante è quella del regime totalitario. In uno Stato totalitario, alle già gravi deficienze della dittatura si aggiunge la pervasività di un forte elemento ideologico, in ogni angolo della società. Un tratto ideologico non è del tutto assente neppure negli Stati autoritari e in quelli dittatoriali, ma nei regimi totalitari penetra totalmente (da qui, regime totalitario) ogni recesso della società e della vita dei cittadini, persino nel loro tempo libero, nella vita familiare e nell’attività lavorativa. Nello Stato totalitario l’individuo non è un cittadino, ma il tassello della realizzazione di un progetto fondato su un’ideologia, ossia su una costruzione teorica, che si sovrappone alla realtà e organizza la società senza curarsi dei valori fondamentali e delle libertà dei singoli.

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Come sempre, può non essere facile distinguere in modo netto le diverse fattispecie: la realtà offre spesso forme che presentano caratteristiche difficili da classificare. La chiarezza sui termini, però, è necessaria per capire i fatti.

Se cerchiamo un esempio di Stato autoritario, ne abbiamo la rappresentazione nella Russia di oggi. Il sistema giudiziario russo è pressoché totalmente asservito al Governo e quest’ultimo è strumento di azione per un insieme di persone portatrici di interessi politici ed economici. In Russia si tengono elezioni periodiche ed esistono molti partiti. I media, però, sono pressoché totalmente controllati dallo Stato. I giornali e le antenne non fedeli alla linea del Cremlino diventano destinatari di azioni giudiziarie o amministrative, non appena superano una certa dimensione d’influenza. I partiti presenti nel Parlamento di Mosca sono numerosi, ma tutti allineati al partito maggiore, che è espressione del potere dominante, mentre le organizzazioni sociali e politiche contrarie agiscono fuori dal Parlamento. Una crescente piega autoritaria è riconoscibile, purtroppo, anche in alcuni Stati dell’Unione europea, come Ungheria e Polonia, soprattutto per quanto concerne l’indipendenza degli organi di giustizia, la libertà dei media e la divisione fra Stato e Chiesa.

Esempi di dittature, purtroppo, se ne possono citare molti: tornano alla memoria i feroci regimi del Sud America degli anni Settanta, che non esitavano a far scomparire nel nulla migliaia di oppositori, a colpire le loro famiglie con atrocità inenarrabili e ad abolire ogni corpo di rappresentanza sociale degno di questo nome. Nelle dittature non si svolgono elezioni, oppure, dove avvengono, costituiscono la rituale riconferma dei medesimi rappresentanti facenti capo al gruppo dominante, talvolta controllato dai militari.

Per fortuna delle generazioni attuali, gli Stati totalitari, numerosi ancora fino alla fine del Novecento, sono quasi scomparsi. Per trovarne un esempio ci si può recare (preferibilmente solo col pensiero) in Corea del nord: l’ideologia dello Juche, un misto di nazionalismo e marxismo-leninismo, pervade ogni minuto della vita dei cittadini e include il culto della personalità del leader del momento. Ogni ingranaggio della macchina statale gira per realizzare il progetto di società idealizzato nello Juché. Persino il calendario è diverso dal resto del mondo: i nordcoreani non sono nel 2019, ma nell’anno 108, a contare dalla nascita del fondatore e primo presidente dello Stato nordcoreano, Kim Il-sung, formalmente tutt’ora «Presidente eterno,» benché defunto nel 1994.

Va ricordato che anche il fascismo italiano mutò il calendario, a contare dalla data della Marcia su Roma. Totalitari, in modi e misure diversi, furono i regimi fascisti, quelli nazisti e quelli comunisti dell’Est Europa. Molti di questi regimi sono crollati, oppure, come in Cina o a Cuba, hanno perso almeno in parte il pervasivo controllo ideologico sulla società, poiché il messaggio su cui si reggevano si è ormai rivelato fallimentare: sono, oggi, più vicini a regimi dittatoriali, che a modelli totalitari. È interessante osservare che tutti i regimi totalitari assumono caratteristiche fattuali piuttosto simili, indipendentemente dal segno dell’ideologia alla quale si ispirano e dalle loro forme di organizzazione interna.

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Per tornare all’attualità, il Venezuela si colloca senz’altro fra gli Stati autoritari. Non è una dittatura, poiché l’opposizione esiste e opera, anche se i suoi esponenti sono spesso incarcerati senza motivo e poi rilasciati, oppure sottoposti a limitazioni e minacce. Nonostante le angherie del potere, l’opposizione venezuelana, nelle ultime elezioni, è riuscita a conquistare la maggioranza in parlamento, l’Assemblea nazionale.

Presidente dell’Assemblea è stato eletto il giovane Juan Guaidó, che in questi giorni si è proclamato capo dello Stato. I meccanismi costituzionali, benché apparentemente funzionanti, non bastano però a scalzare il presidente formalmente in carica, Nicolִִִás Maduro, che occupa il potere dopo aver promosso una riforma costituzionale autocefala e non riconosciuta dalla comunità internazionale, se non da pochi altri Stati autoritari o dittatoriali e dalla Santa sede. Il gruppo che attualmente esercita il controllo sul Venezuela ha un chiaro orientamento ideologico in senso marxista-leninista, ma ciò che prevale è il controllo di carattere economico e politico sulla macchina statale. Non sembra appropriato, perciò, parlare di Stato totalitario, sebbene la retorica chavista sia onnipresente. È ormai visibile, inoltre, la distanza fra il gruppo di potere e la grande maggioranza dei cittadini. Questi non sono più neppure in grado di reperire sui mercati i generi di prima necessità e di ricevere le cure mediche di base.

La confusione sui termini non aiuta a capire la situazione presente a Caracas e viene facilmente sfruttata da giornalisti e comunicatori non disinteressati. Come si può definire il Venezuela una dittatura, se l’opposizione ha conseguito la maggioranza in parlamento? Il Venezuela, infatti, non è una dittatura, ma uno Stato autoritario in cui l’opposizione, formalmente, agisce. Materialmente, però, non riesce a esercitare la propria funzione costituzionale. I magistrati sono strumento del potere politico, anziché organo indipendente di giudizio. I media sono allineati al messaggio del gruppo dominante e dirigono l’opinione pubblica nel modo dettato dal governo.

Non sono necessari una dittatura o un regime totalitario, per conculcare le libertà garantite dallo Stato di diritto. È sufficiente che un gruppo di potere organizzato utilizzi i meccanismi dello Stato democratico e li deformi a proprio vantaggio, anche senza sopprimerli: può riuscire a imporre un regime autoritario capace di umiliare durevolmente decine di milioni di individui.

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