L’autonomia della Chiesa ucraina riguarda tutti

Kiev, Cattedrale di Sant'Andrea | Illia Čerednyčenko
Kiev, Cattedrale di Sant’Andrea | Illia Čerednyčenko

La Chiesa cristiana ortodossa ha decretato l’autocefalia della Chiesa ucraina. Non bisogna credere che settant’anni di ateismo di Stato, durante il periodo sovietico, abbiano diminuito l’influenza della religione, nell’Europa dell’Est. L’evento non riguarda solo l’Ucraina e l’Oriente. S’inserisce in un mutamento degli assetti religiosi dall’Europa alle Americhe, che segue l’evoluzione politica.


 

Si è molto parlato dell’atto con il quale la Chiesa cristiana ortodossa ha decretato l’autocefalia (cioè la gestione pienamente autonoma) della Chiesa ucraina, finora divisa in tre tronconi e in parte strettamente legata al controllo della Chiesa ortodossa della Russia. L’atto ha importanza storica: l’Ucraina, ora, oltre alla conquistata indipendenza statale, ha raggiunto la piena autonomia religiosa rispetto a Mosca. L’evento è tornato d’attualità nei giorni scorsi, quando, il 6 gennaio 2019, rappresentanti della Chiesa e dello Stato ucraini – incluso il Presidente della Repubblica, Petro Porošenko – hanno ricevuto a Istanbul dal capo della Chiesa ortodossa il Tomos, il documento che sancisce formalmente l’autonomia della Chiesa di Kiev.

A questa riaffermazione di autonomia religiosa dell’Ucraina, che è esito di un cammino durato secoli, Mosca ha reagito negativamente. Con l’unificazione interna e l’autonomia della Chiesa ucraina, il Cremlino sa di perdere una potente leva d’influenza che poteva muovere nella vicina Repubblica ex sovietica. Da parte sua, lo Stato ucraino acquista un elemento identitario di grande efficacia, religiosa e politica.

Non bisogna credere che settant’anni di ateismo di Stato, durante il periodo sovietico, abbiano fiaccato il senso religioso, nell’Europa dell’Est. Con la caduta dei regimi comunisti, si è assistito a un rapido ritorno della presenza religiosa nella società e a un esplicito coinvolgimento delle Chiese nella politica. La religiosità dell’Est Europa presenta un tratto particolare: mentre le Chiese occidentali, rimaste libere, durante la seconda metà del Novecento hanno dovuto confrontarsi con una società sempre più moderna e secolarizzata, le Chiese dell’Est non hanno vissuto le evoluzioni sociali più recenti, perché costrette alla clandestinità in Stati autoritari. Caduti i regimi comunisti, sono riemerse dalle cantine, senza però aver progredito, rispetto agli anni in cui avevano dovuto cessare l’attività pubblica ufficiale. E’ loro mancato il cammino di modernizzazione compiuto, ad esempio, dalla Chiesa cattolica occidentale con il Concilio vaticano secondo.

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Ai nostri occhi, anche le Chiese d’occidente appaiono fortemente conservatrici. In realtà, rispetto alle loro consorelle orientali, sia cattoliche sia ortodosse, sono state forzate a compiere un balzo verso la modernità a cui le Chiese orientali non sono mai state costrette. Le Chiese cattoliche e ortodosse di Russia, Ucraina, Polonia e altri Stati dell’Est conservano un atteggiamento più rigido e una grande presa sulla popolazione. I fedeli, durante i decenni della repressione, hanno largamente abbandonato la frequenza dei riti, ma hanno conservato una religiosità rimasta ferma agli anni Quaranta, talvolta anche prima, per quanto riguarda l’Unione sovietica. Caduta la censura politica, i credenti sono usciti allo scoperto con quell’idea antica di religione.

Corso «Il mondo in cinque giorni»I politici hanno colto la palla al balzo e hanno immediatamente cercato l’alleanza con le Chiese. Queste hanno accettato di buon grado di farsi sostenitrici di regimi conservatori e autoritari, che però garantivano loro il rispetto di valori tradizionali e il rifiuto di evoluzioni tipiche della modernità, come le unioni omosessuali, le legislazioni permissive in fatto di divorzio e aborto, l’apertura verso i migranti. In particolare, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, le sue correnti orientali occupano posizioni opposte al predicato dell’attuale papa Francesco, di cui rifiutano apertamente le posizioni in materia di migrazione, l’attenzione esplicita verso la povertà e l’atteggiamento meno preclusivo in tema di morale familiare e sessuale.

L’indipendenza raggiunta dalla Chiesa ucraina non è un fatto che concerne solo l’Ucraina stessa. E’ un tassello del riposizionamento generale delle Chiese in un mondo nel quale i rapporti di forza globali stanno mutando rapidamente. La piena indipendenza da Mosca raggiunta dalla Chiesa di Kiev va senz’altro accolta con favore: toglie al grosso e invadente vicino uno strumento potentissimo dell’influenza che la Russia non vuole smettere di esercitare sugli Stati ex sovietici. E’ innegabile, d’altra parte, che questo atto la Chiesa sottolinea una contiguità con il potere politico che ha poca ragion d’essere, in una società aperta: corrisponde, però, all’evoluzione sul terreno.

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Anche la Chiesa cattolica sta rimodulando le proprie influenze. Si presenta ormai apertamente divisa in due tronconi: da una parte, quello guidato da Papa Francesco, che si propone, almeno a parole, una Chiesa lontana dal potere e dalla politica, votata alla povertà e al servizio degli ultimi; dall’altra, le ali più conservatrici, che si ritrovano principalmente nell’Est Europa, ma sono ben presenti anche in Italia e in tutto l’Occidente, in particolare negli Stati uniti. In questi Paesi, la Chiesa cristiana rappresenta un elemento identitario per parti di società conservatrici, che cercano rassicurazioni sulla permanenza di un sistema sociale e valoriale che ha loro permesso di raggiungere il benessere; uno status che vedono minacciato dai flussi migratori e dall’insistenza del Papa sull’attenzione verso i più poveri.

Il contraddittorio atteggiamento della Chiesa cattolica è venuto alla luce con imbarazzante chiarezza il 10 gennaio 2019, alla cerimonia di reinsediamento del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro. Il capo dello Stato venezuelano è considerato illegittimo, a buona ragione, dalla grande maggioranza degli altri Stati latinoamericani e del mondo. Il suo regime ha ridotto il Paese a condizioni di miseria e insicurezza mai visti. I dignitari internazionali hanno rifiutato in massa di prendere parte alla cerimonia d’inizio del nuovo mandato di Maduro, conseguito con elezioni giudicate irregolari e a seguito di una riforma costituzionale ad personam. Erano presenti alla cerimonia solo quattro presidenti latinoamericani, ideologicamente vicini al regime venezuelano, oltre ai rappresentanti di Russia, Corea del nord e di altri Stati autoritari.

Fra questi, spiccava la presenza del rappresentante della Santa sede, che è stata inevitabilmente interpretata come atto di riconoscimento della nuova presidenza Maduro, mentre gli stessi vescovi cattolici del Venezuela contestano apertamente il Presidente. La generale e forte contrarietà suscitata dalla decisione del Papa di inviare un emissario alla discussa cerimonia d’insediamento ha costretto il Vaticano a emettere un arzigogolato comunicato di spiegazioni, in verità assai poco convincente. Bisogna ricordare che le Chiese, quando agiscono sullo scenario internazionale, si muovono con lo stesso cinismo di qualunque altro soggetto dell’arena politica. Sono in gioco influenze sugli Stati e lotte intestine fra correnti, fra Chiese nazionali, Chiese centrali e singoli episcopati. Per tornare alla Chiesa ucraina, ad esempio, la dichiarazione di unificazione e indipendenza ha dato la stura, tra le altre, ad accese controversie giuridiche sui cospicui beni ecclesiastici in capo ai diversi tronconi, ora unificati.

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La raggiunta autonomia della Chiesa ortodossa ucraina dev’essere salutata. Non può essere guardata solo come evento ucraino interno o riguardante la sola Chiesa ortodossa. S’inserisce nel caleidoscopio globale dei mutanti assetti religiosi, specchio del riposizionamento di Stati e influenze globali sul nostro pianeta.

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