Cosa ci spiega la parola «hinterland» sulla Libia

Sahara | © Federico Gutierrez
Sahara | © Federico Gutierrez

l termine hinterland è diventato molto comune per indicare le periferie delle grandi città. L’origine di questa parola è radicata in un altro contesto e ci aiuta a capire ciò che sta succedendo oggi in Libia e in altre aree di crisi. Conoscere significato e funzione di hinterland ci offre una chiave particolarmente utile per interpretare molti aspetti del difficile consolidamento degli Stati africani.


Il termine hinterland è diventato molto comune. Indica le periferie delle grandi città: «l’hinterland di Milano» è una locuzione ormai consolidata, nel linguaggio di tutti i giorni. L’origine di questa parola e il suo significato, però, sono radicati in tutt’altro contesto e ci aiutano anche a capire ciò che sta succedendo oggi in Libia.

Un breve riassunto per chi non ha assistito all’ultima edizione del corso «Il mondo in cinque giorni,» durante il quale ho trattato in modo più esteso questo termine, in riferimento ad altre situazioni. La parola tedesca Hinterland significa, tradotta letteralmente, terra che sta dietro, retroterra. Si fa comunemente risalire l’introduzione di questa espressione, nelle relazioni internazionali, alla Conferenza di Berlino del 1884/85, detta anche «Conferenza sul Congo.»

Hendrik Wesseling, nel suo monumentale studio La spartizione dell’Africa. 1880-1914, opera di riferimento per l’interpretazione di quel periodo storico, contesta però che questa parola e la rispettiva dottrina dell’hinterland siano state coniate proprio durante quel consesso. In effetti, nel trattato finale della Conferenza il termine non compare. E’ indiscusso, però, che la dottrina dell’hinterland nacque come conseguenza della Conferenza stessa, negli anni successivi.

Nei possedimenti coloniali africani, hinterland era il territorio dietro le città costiere. I centri creati dagli europei sulle coste dell’Africa erano sorti come punti d’appoggio per la navigazione sulla rotta verso l’Oriente e per le tratte di schiavi africani. Addentrarsi nell’entroterra, allora, interessava poco. Solo successivamente ci si pose il problema di organizzare il dominio sull’interno del Continente, per sfruttarne le ingenti risorse naturali. Proprio per definire le quote di controllo sulle regioni dell’entroterra si convocò la Conferenza di Berlino, tentando una mediazione fra gli interessi delle potenze europee, che si avviavano ormai a un’aperta concorrenza reciproca, sul suolo africano.

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La scontro si era fatto particolarmente acceso sull’enorme e ricchissimo bacino del fiume Congo: da qui, il nome della conferenza berlinese. La divisione dell’Africa secondo confini definiti dalle potenze coloniali, ancora oggi largamente invariati, non fu concretamente siglata durante la Conferenza, ma ne fu un esito indiretto. Per la definizione di tali confini giocò un ruolo essenziale proprio la dottrina dell’hinterland. Sanciva che la potenza dominante sulle città costiere aveva diritto di controllare anche il territorio loro retrostante. La dottrina era indebolita dal fatto che non precisava dove finisse, tale controllo: per quanta profondità si inoltrava nell’entroterra, il diritto della potenza costiera? Sorsero su questo punto accesi contrasti che non è nostro compito rievocare qui.

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Ci interessa, invece, che la distinzione fra territorio costiero e retroterra è viva ancora ai nostri giorni ed è uno degli elementi chiave per comprendere le difficili vicende degli Stati africani. Tutt’oggi, molti Stati dell’Africa faticano a esercitare concretamente la sovranità sul loro intero territorio, al di fuori della capitale e dei centri maggiori, molti situati sulle coste o sulle rive dei fiumi. In talune regioni, l’hinterland è controllato di fatto da altri poteri: guerriglieri, indipendentisti, potentati economici oppure, oggi, gruppi terroristici di varia ispirazione, particolarmente estremisti islamici. Inoltre, la composizione etnica e sociale dell’hinterland può differenziarsi radicalmente da quella dei grandi centri e delle coste. La geografia degli hinterland africani è spesso tortuosa e sfavorevole: avvantaggia l’attività di eserciti irregolari e di chiunque voglia operare nella clandestinità.

Riportare il concetto di hinterland alla situazione odierna della Libia non ci aiuta certo a decifrare un quadro di fronte al quale anche i migliori esperti di quel Paese sono in crescente difficoltà, ma ci offre una chiave di lettura che è comune a molte crisi che toccano l’Africa.

Quando i colonizzatori italiani giunsero in Libia, per lungo tempo il loro controllo sul territorio si limitò di fatto alla fascia costiera. La ribellione contro i colonizzatori si concentrò nel Fezzan, appunto nell’hinterland libico. Solo con le sanguinose campagne del generale Rodolfo Graziani (che per questo fu soprannominato il macellaio del Fezzan) l’Italia fascista riuscì a estendere il proprio dominio sull’intero territorio libico, tra il 1929 e il 1930.

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Oggi, semplificando il quadro, il governo libico riconosciuto dalle Nazioni unite, guidato da Fayez al-Sarraj, controlla Tripoli e i principali centri della costa. Il generale Haftar, il cui potere si era consolidato a est, nei mesi scorsi ha riparato nella regione meridionale desertica del Paese, cioè nell’hinterland. E’ a partire da lì, che in questi giorni attacca la capitale Tripoli e il governo di al-Sarraj.

Ancora una volta, perciò, assistiamo allo schema di un governo legittimo che riesce a controllare con relativa facilità la capitale e i principali centri costieri dello Stato, ma fatica a imporsi nell’hinterland, dove il generale Haftar ha potuto riorganizzare pressoché indisturbato le truppe a lui fedeli del cosiddetto Esercito nazionale libico. Lo ha fatto con il sostegno del confinante Egitto e di un elenco di fiancheggiatori internazionali, tra i quali figurano l’Arabia saudita e la Russia, sebbene quest’ultima abbia negato di appoggiare l’attacco mosso da Haftar in queste ore verso Tripoli.

Conoscere significato e funzione del termine hinterland ci offre una chiave particolarmente utile per comprendere molte dinamiche del difficile cammino di consolidamento degli Stati africani. Le stesse sono applicabili, mutatis muntandis, anche ad altre regioni del mondo con problemi analoghi, dall’Asia all’America latina.

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