La guerra a Černobyl’: azzardo e presunzione

Černobyl’, locali tecnici abbandonati | © Luca Lovisolo
Černobyl’, locali tecnici abbandonati | © Luca Lovisolo

Ciò che è accaduto alla centrale nucleare di Černobyl’ è un esempio della boria con cui i russi hanno mosso guerra all’Ucraina. I notiziari di Mosca comunicavano la conquista di Černobyl’ con il tono rassicurante di chi ha tolto una bomba dalle mani dei «nazisti» ucraini. Ora, i militi russi se ne vanno con i segni di una contaminazione che li tormenterà per il resto della vita.


Molti pensano che le radiazioni presenti a Černobyl’, 36 anni dopo l’esplosione della centrale nucleare, non siano più pericolose. Sono stato a Černobyl’ pochi anni fa. Si entrava a piccoli gruppi, guidati da accompagnatori specializzati. Nel mio eravamo una quindicina, fummo prelevati con un pullmino alla stazione di Kyiv e scaricati in uno dei due alberghi ancora aperti a Černobyl’ città.

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Tutto era rimasto fermo agli anni Ottanta sovietici, grosso modo gli anni Sessanta da noi. Rimanemmo un paio di giorni: il livello di radiazioni era normale, o quasi, se si seguivano i percorsi indicati dalle guide. Appena ci si scostava, i misuratori di radiazioni che portavamo al collo cominciavano a ticchettare.

La centrale esplosa dista una ventina di chilometri dalla città di Černobyl’. Per arrivarci, si passa per un tratto a fianco della «foresta rossa:» ci fermammo, e, con il divieto assoluto di entrare nel bosco, qualcuno di noi avvicinò il misuratore alle piante lungo la strada: i display impazzivano. Lo stesso accadeva appena si usciva dai corridoi bonificati, intorno al radar di Duga o nelle vie spettrali di Pripjat’.

Dentro al parco giochi abbandonato della città, le guide ordinavano di camminare solo sul cemento, evitando di calpestare l’erba. Bastava avvicinarsi alla vegetazione, oppure a uno dei vecchi macchinari abbandonati dopo il disastro: il concerto dei bip-bip dei misuratori faceva fare a tutti un passo indietro. Più volte, durante la giornata, ci facevano passare dentro dei macchinari simili a metal-detector, che avrebbero suonato se qualcuno di noi avesse assorbito radiazioni.

In quel contesto, i russi sono entrati con i loro carri armati. I cingoli hanno sollevato polveri radioattive che giacevano sotto il primo strato di terreno, sotterrate dalla pietà della natura. I soldati hanno scavato trincee e si sono mossi senza protezioni. Poi se ne sono andati in fretta e furia: l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha detto che si sono premurati di restituire il controllo dell’area agli ucraini con tanto di dichiarazione scritta.

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Più fonti riferiscono che i russi hanno avuto sintomi da contaminazione nucleare e sono stati assistiti da medici che indossavano protezioni, per non essere contaminati a loro volta. E’ difficile verificare la notizia, ma se si conosce la zona è del tutto verosimile. Altre testimonianze raccontano lo stupore dei comandanti russi, quando gli ucraini dicevano loro del pericolo ancora esistente.

Nei primi giorni di guerra, i notiziari di Mosca comunicavano la conquista di Černobyl’ con il tono rassicurante di chi ha tolto una bomba dalle mani dei «nazisti» ucraini. Ora, i militi russi se ne vanno con i segni di una contaminazione che li tormenterà per il resto della vita. Qualcuno si starà ancora chiedendo perché.

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