Perché mi sono trasferito in Italia

Foto: Lorenzo Lucca, Elisa Piemontesi

Quando dico ai conoscenti che ho deciso di trasferirmi dalla Svizzera all’Italia, vengo guardato dai più come se fossi rincitrullito. Scrivo poco di fatti personali, ma voglio spiegare in breve sia il perché del trasferimento sia il perché ne parlo a chi mi segue qui.

Ne parlo perché in Internet non mancano coloro che indicano di vivere a Zurigo, New York o Timbuctu, ma tu li conosci e sai che abitano in Liguria o a Quarto Oggiaro. C’è chi vende competenze legate a luoghi in cui dichiara di vivere, ma non ci vive. Chi legge i profili di questi furbetti della geolocalizzazione non può verificare: ci crede. Vi possono essere ragioni per le quali non si pubblica il proprio indirizzo preciso, ma giocare sull’equivoco si converte in una presa in giro per i lettori. E pare brutto.

Qualche tempo fa, io stesso avevo scritto che i giovani emigranti italiani difficilmente ritorneranno. Continuo a crederlo, ma io non sono più «giovane» e l’andar degli anni non ha solo svantaggi. Permette di collocare in un futuro più definito le cose da fare, abbandonando con serenità i progetti non realizzabili. Da alcuni anni ho lasciato la mia precedente professione, pur se vi godevo di un certo successo, per dedicarmi a ciò che mi vedete fare oggi. L’attività e la clientela sono cambiate, vendere i miei corsi e i miei libri stando fuori dell’Unione europea è sempre più complicato, per l’amministrazione. Le soluzioni ci sarebbero state, ma introdurre distributori o altri intermediari avrebbe aggravato i costi e compromesso l’autonomia del mio lavoro: non c’è indipendenza intellettuale senza indipendenza commerciale. Perciò… scatoloni, camion e via, si volta di nuovo pagina, va bene così.

Lascio un Paese che conosco meglio di quello in cui sono nato, al quale mi lega una vicenda che dura a fasi alterne da quando avevo meno di vent’anni, tra periodi di studio, lavoro e residenza. Per la mia formazione, nel senso più ampio di questo termine, devo alla Svizzera tanto quanto devo all’Italia e alla Germania.

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Vivrò in un Paese meno efficiente e organizzato. Posso, in buona misura, ignorare i mali dell’Italia: non dipendo dalle redazioni politicizzate dei giornali, per fare ricerca non devo piegarmi a qualche bavoso barone universitario, non ho bisogno della compiacenza di questo o quel gruppo di potere. Molte cose della Svizzera mi mancheranno, ma altre e diverse ne troverò in Italia. La vita continua.

Non torno per affetto verso l’Italia. Sono profondamente legato ai singoli luoghi italiani in cui sono cresciuto, non al Paese nel suo insieme; ho il passaporto italiano, ma sono figlio, forse per l’ultima generazione, di un mondo che non c’è più. Ho ricevuto, da un ramo di famiglia, la vecchia educazione piemontese, che alitava di francofonia e in cui echeggiava la frugalità calvinista. Dall’altro, ho fatto in tempo a frequentare miei ascendenti, fieramente italofoni, nati in Trentino quand’era ancora austroungarico. Ho avuto molte storie insolite da ascoltare.

La mia patria che non c’è è un quadrilatero che comincia a ovest tra Torino e la Savoia, e finisce, a est, più o meno sulla linea che unisce Leopoli a Timișoara, tra Ucraina occidentale e Romania, dove fino a un secolo fa correva il confine tra l’Austria e la Russia. In questo rettangolo conosco quasi tutte le lingue che si parlano, quale più quale meno; riconosco con naturalezza le atmosfere narrate dagli scrittori, da Pavese e da Hilsenrath, da Joseph Roth, Calvino e Kafka; finché resto in quello spazio, mi ritrovo nelle architetture delle città, sento sempre un po’ d’aria di casa; fuori di lì ci sono culture e luoghi bellissimi, ma non ci sono più le mie storie.

Quelli come me hanno ereditato la consapevolezza che ogni tanto si cambia padrone: le frontiere sono un concetto relativo, oggi sei di qua, domani di là; a volte perché sei tu a cambiare, altre perché è il mondo che ti cambia intorno. Cresci sapendo che ciò che conta sei tu e il tuo sacco in spalla. Nulla cambierà al mio lavoro, nemmeno gli indirizzi Internet. Il mio sguardo resta quello di un osservatore esterno, le mie fonti di studio e ricerca non cambieranno.

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Perciò, nient’altro vi è da dire, se non rinnovare la gratitudine ai tanti che mi leggono con fiducia, e salutare da oggi non più da Lugano, ma dal ritrovato, nativo Piemonte. Arvëdse!

5 commenti

  1. Grazie per la condivisione

  2. Che dire: allora faccia buon rientro in Italia da dove potrà sempre fare qualche escursione in Svizzera. E auguri di buon lavoro!

  3. Luca, come mi ritrovo nelle sue osservazioni! Rientrata in Italia dopo 10 anni a Zurigo, le reazioni sono state varie: ma chi te lo fa fare – tu non hai idea di cosa ti aspetta – il paese è cambiato – non troverai mai lavoro – fai come i salmoni che risalgono la corrente naturale etc. etc… per citare le più eleganti. Frontiere, luoghi fisici, passaporti e lingue… Sono rientrata in Italia ma questo non vuol dire che tutto finisca ai confini politici. A Nord o a Sud delle Alpi, sono sempre io, e quello che accade intorno dipende principalmente da me. Buona giornata.

    • E’ vero, alcuni commenti rasentano l’offensivo, come se chi decide di stabilirsi in Italia avesse perso la capacità d’intendere e di volere. E’ un altro segno della scarsa conoscenza che regna in Italia su tutto ciò che c’è fuori. Ogni Paese offre opportunità oppure no, tutto dipende da ciò che si fa. Tutti sappiamo che molte cose In Italia funzionano male, la Svizzera è un Paese molto più efficiente, ma molti sembrano credere che fuori dall’Italia tutto sia un paradiso. Gli Stati europei, anche quelli fuori dall’Ue, ormai si assomigliano sempre di più. Si tratta di scegliere di volta in volta quello dove si possono realizzare meglio i propri intenti, senza pregiudizi. Cordiali saluti.

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