Україна 1.0, Leopoli – Lingue, nonne e imperi crollati

E‘ una benvenuta casualità dell’orario aereo, che un viaggio a Leopoli cominci da Vienna. Qui, nella sala d’attesa, poco prima della partenza, iniziano a mischiarsi i suoni delle lingue e i colori dei passaporti. Gli abiti dell’umanità in attesa, che altrove ormai non dicono quasi più nulla della provenienza dei viaggiatori, qui rivelano ancora distintamente che stiamo partendo per un luogo al di là di qualche frontiera.

Una giovane donna ben vestita telefona in russo con il suo fidanzato e combina rapidamente, con deciso tono manageriale, l’appuntamento all’aeroporto di arrivo. Non proprio ciò che si direbbe una «nuova Russa,» ma qualcosa di molto simile. Donne e uomini anziani, dall’apparenza più modesta, mamme e bambini, parlano ucraino e riescono in qualche modo a dialogare con l’impiegata della compagnia aerea, che rivolge loro la parola in tedesco con inconfondibile cadenza viennese e subito dopo passa a me, prova a comunicare in italiano, ma preferisce continuare a chiedermi i documenti nel suo Wiener Deutsch. Un gate più in là si vola in Moldova. I suoni neolatini, familiari, della lingua romena arrivano fino a noi, dall’estremità della lunga coda dei viaggiatori in attesa.

Esattamente 100 anni fa, nel 1914, in questa città si udivano le stesse lingue. Non in questo aeroporto, asettico e ipertecnologico, ma in stazioni sature di vapore, che puzzavano di sudore e olio da macchina. Si partiva, allora, prevalentemente per due destinazioni: Amburgo, da dove proseguire verso gli Stati uniti d’America, in fuga dalla caduta dell’Impero, oppure l’est, verso il fronte russo della Prima guerra mondiale, appena scoppiata.

«Il mondo, allora, era ancora in ordine,» scriveva Joseph Roth in uno dei suoi romanzi sulla fine dell’Impero asburgico. Leopoli e la Galizia appartenevano alla monarchia austro-ungarica. Erano governati da Vienna, ma potevano parlare la loro lingua, come tutte le altre nazionalità dell’Impero. Senza tirar fuori il passaporto si poteva viaggiare liberamente da Sarajevo a Cracovia via Praga, dalla romena Timișoara a Innsbruck, da Leopoli, per la quale mi sto imbarcando, fino in Trentino, dove mia nonna, nell’anno dello scoppio della Grande guerra, compiva due anni.

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I mezzi di trasporto sono cambiati, la natura dell’Uomo no. Le lingue del gigantesco Stato asburgico – tedesco, ungherese, romeno, ucraino, polacco, russo, italiano… – suonano tutte ancora qui. Non riempiono più le strade e le corti di una capitale che era un crocevia d’Europa, ma la sala d’aspetto di un crocevia di tutt’altro tipo, che oggi chiamiamo «hub,» ma porta ancora il nome di Vienna.

Se si parte da qui diretti a est, si arriva ancora oggi, come un secolo fa, a un fronte russo. Leopoli dista più di 1000 chilometri dalle zone di guerra dell’Ucraina orientale, ma i titoli dei giornali ucraini letti in silenzio dai passeggeri intorno a me si sarebbero letti anche 100 anni or sono: notizie dal campo di battaglia. Tutti noi, Uomini del ventunesimo secolo, schiacciati in questo piccolo e rumoroso aereo a elica, siamo nipoti di quel tempo e di quell’Europa. Da quando mia nonna imparava a camminare sulle rive della punta settentrionale del Lago di Garda, linguisticamente italiana ma territorialmente austriaca, il mondo sembra rimasto quasi lo stesso.

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