Україна 2.23, Kiev – Lingue

Se a Leopoli praticamente tutte le insegne e gli abitanti per strada parlano ucraino, a Odessa le scritte e le insegne sono miste, gli abitanti parlano più abitualmente russo, l’ucraino compare nelle sedi governative o nelle ferrovie, ad esempio. Qui, a Kiev, i cartelli e le scritte pubbliche sono in ucraino, ma per strada, nei negozi, in metropolitana, si sentono entrambe le lingue. Se mi rivolgo in russo alle persone, tutti mi rispondono in russo, a differenza di quanto accadeva a Leopoli, dove a domanda russa seguiva risposta ucraina (ma con un po’ d’orecchio e qualche riminiscenza di polacco, sulle cose comuni ci si intende lo stesso).

La stessa situazione si riproduce nei libri presenti nelle librerie, mentre nella stampa, soprattutto nelle riviste, sembra prevalere il russo (i quotidiani, invece, sono piuttosto in ucraino). Quando chiedi al commesso della libreria un libro su un certo argomento, la risposta è: «Lo vuole in russo o in ucraino?» In nessun caso ho avuto sinora l’impressione che, per gli abitanti di questo Paese, questa convivenza di lingue costituisca un problema. Nei talk show in TV ciascuno parla la sua lingua, non c’è l’interprete, tutti si capiscono. Non dimentichiamo che in Ucraina, oltre a ucrainofoni e russofoni, vivono più di una quindicina di altre comunità, con le loro scuole, lingue e tradizioni. Tutti riconoscono l’ucraino come lingua franca comune. Una situazione completamente diversa da quella alla quale siamo abituati in Occidente, dove a un territorio corrisponde una lingua e basta, tutt’al più vi si tollerano delle «minoranze.»

Per trovare da noi una situazione simile a quella che c’è oggi qui bisogna tornare a prima della comparsa dei nazionalismi dell’Ottocento, che hanno legato la lingua allo Stato-Nazione, certamente con una serie di effetti positivi, ma causando anche un impoverimento culturale fondato sull’idea che i membri di una comunità, statale o nazionale, debbano, per sentirsi tali, parlare per forza tutti la stessa lingua. Qui si vede operare ancora il principio che in uno Stato possono convivere molte espressioni culturali, accettando con serenità una seconda (o anche terza) lingua comune da usare per la comunicazione generale. Il principio sembra funzionare, almeno fin quando non arriva qualcuno da fuori che vuole cavalcare la diversità linguistica come pretesto per interessi politici o economici. Ecco una delle cose che non si potranno mai capire, se non si viene concretamente qui, non si cammina per le strade, non si entra nei negozi, non si sale in metropolitana e sulle maršrutke, i popolarissimi pullimini-taxi collettivi che integrano il trasporto urbano…

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