Україна 3.26, Char’kov – Bombe o… bombole?

Sul sito di notizie locali che seguo per tenermi informato esce la notizia di una nuova esplosione in città, nella zona della stazione. Si pensa subito a un attentato, dopo quello della settimana scorsa in Tribunale. Fumo nero esce da un edificio del quartiere. Seguo la cosa con un po’ di preoccupazione, dato che di lì a poche ore dovrò prendere il treno proprio lì. Voglio capire se il traffico ferroviario subisce modifiche. Se in città la tensione sale, domattina mi conviene andare in stazione in taxi, anziché in tram? Vinco la preoccupazione facendo una considerazione. Ho fatto le scuole medie a Torino, negli anni più caldi del terrorismo (quelli intorno al rapimento Moro, per intenderci). La vita in città era tesa. Il rischio di trovarsi coinvolti in disordini, che qualcuno mettesse una bomba in una banca, su un autobus o in un locale di fronte a cui ti trovavi a passare, era reale, anche se pensarci oggi sembra quasi assurdo. Tutte le mattine, per andare a scuola, passavo davanti alla sede di un partito politico che era vigilatissima, certi giorni al dispositivo di sicurezza sotto quel palazzo mancava solo un carro armato, poi c’era tutto. I genitori ci mandavano a scuola dandoci precise indicazioni sui luoghi da evitare o dove trattenerci il meno possibile, su cosa fare se avessimo visto o sentito disordini, spari, rumori strani. Eppure la vita continuava, si andava a scuola e al lavoro, anche se in quegli anni, specialmente nei periodi più difficili, quasi ogni giorno, in una città diversa d’Italia, succedeva qualcosa, che poteva andare dalla rapina alla bomba, esplosa o trovata appena in tempo, fino al sequestro di persona. Qui, a Char’kov, non siamo in zona di conflitto, perciò non ci sono condizioni di guerra, ma certamente la città è esposta ad eventi terroristici. La situazione, se ci si pensa, non è diversa da quella che vivevamo in Italia in quegli anni, eppure nessuno si fermava o rinunciava a prendere il tram. Se si guarda a ciò che è successo a Parigi, poche settimane fa, ci si accorge che molti altri luoghi al mondo, oggi, sono esposti a rischi.

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Qualche ora dopo scorro di nuovo il notiziario. Allarme terrorismo rientrato, l’esplosione era dovuta a una perdita da una bombola di gas. L’episodio, però, denota quali diverse reazioni suscitano in noi le notizie a seconda del luogo e del contesto in cui le recepiamo. Certo, questa città e tutta l’Ucraina hanno i nervi a fior di pelle: dopo la bomba al tribunale cittadino e il bombardamento dell’altro ieri su Mariupol, il dispositivo militare e di polizia per il pattugliamento urbano è stato triplicato, e per le strade lo si è visto; un decreto del Governo ha imposto la videosorveglianza obbligatoria a tutti i locali della città con più di 25 posti; poco fa, in treno, una signora vicino a me si è alzata dal suo posto per andare alla toilette, lasciando sul sedile il suo giubbotto: il controllore, che va frequentemente su e giù, lo ha notato e ha immediatamente chiesto ai passeggeri vicini di chi fosse. Come ho già osservato in altri viaggi, però, questa organizzazione fa sì che non ci si senta mai realmente in pericolo, anche se si avverte la difficoltà del momento. L’impegno dello Stato per controllare il territorio è visibile, almeno questa è la tangibile impressione. L’imponderabile, poi, ci può colpire ovunque.

Stamattina, alle 6, appena alzato, accendo il notiziario TV, come faccio sempre quando sono qui, per vedere come stanno le cose. Non credo ai miei occhi: penso di essermi sbagliato a decifrare i caratteri cirillici, ma no, è proprio così. Sul nastro delle news, che scorre lentamente nella parte bassa del video, sta passando il risultato della partita Parma-Cesena. Seguono gli esiti di altre partite del campionato di calcio italiano. Se le notizie sono queste, direi che posso uscire tranquillo. Trascino nel buio dell’alba il mio trolley carico di libri sul marciapiede ghiacciato del Moskovskij Prospekt e, armato delle regolamentari 2 grivne per comprare il biglietto dal tramviere, come usa qui, zompo sul tram numero 6, una vecchia e ballonzolante vettura di fabbricazione sovietica, aggiungendomi a una piccola folla di lavoratori assonnati del lunedì mattina. Direzione stazione. Arrivederci e grazie, Char’kov!

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