Україна 3.1, Kiev – Ritorno all’Hotel Ucraina

HotelUkraineTornare in questo hotel, pieno di memoria sovietica nell’architettura, negli arredi e persino nel mood del personale, con una vista impagabile dal dodicesimo piano su Majdan Nezaležnosti e sui cupoloni dorati delle due grandi cattedrali della città, imbiancata da un sottile manto di neve, lascia una strana sensazione. Questa mattina, alle nove, prendevo un caffè con l’impiegata della cartoleria vicino a casa, in Svizzera. Due ore dopo ero in Italia, aeroporto Malpensa. Alle 16:30 ero a Francoforte, alle 21:00 locali atterro a Kiev e non posso nemmeno dire di essere stanco. Prelevo con lo stesso bancomat che uso in Svizzera, l’unica differenza è che escono grivne invece di franchi. Salgo sul pulmino che porta in centro, alla stazione chiedo in biglietteria le ultime informazioni sul treno di domani, poi mi infilo in metropolitana, in una città nella quale mi muovo senza grossi imbarazzi.

In camera ritrovo quasi gli stessi canali TV che vedo in Svizzera. La costruzione di questo hotel fu deliberata nel 1953, anno della morte di Stalin, quando il mondo era diviso in due blocchi. Per decenni, venire a est, per un occidentale, era una corsa ad ostacoli; per un cittadino di qui, poi, venire da noi era un sogno normalmente irrealizzabile. Ricordo ancora le lunghe pratiche che dovetti fare, ventenne, quando andai in Ungheria e nell’allora Cecoslovacchia. Oggi, per arrivare fin qui, non ho dovuto né chiedere visti né acquistare traveler’s cheque (e chi se li ricorda?). Ho prenotato gli hotel e acquistato i biglietti via Internet, sono uscito di casa con i biglietti del treno di domani, scritti in caratteri cirillici, stampandoli con la stampante sulla mia scrivania, come se dovessi prendere qualunque intercity per Zurigo. Al gate di Francoforte, vicino a me, ragazzi di vent’anni in tuta sportiva parlavano russo e ucraino, per loro il mondo è sempre stato così. Quando avevo la loro età, in Italia, e studiavo russo, non solo riuscire a sentire qualcuno che lo parlasse dal vivo, ma addirittura comprare libri e riviste in quella e altre lingue dell’est era un’impresa titanica. Questa sera, qui a Kiev, se qualcuno mi chiedesse se mi sento all’estero, mi sembrerebbe strano rispondere di sì.

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Che ci piaccia o no, questo è il risultato di sessant’anni di costruzione europea, che sarà piena di difetti, ma ha cambiato le nostre vite. Ricordiamocene, perché settant’anni fa i nostri nonni qui facevano la guerra: i soldati italiani decimati dell’ARMIR (quelli mandati qui da Mussolini con le suole di cartone), Stalingrado, i prigionieri tedeschi riportati a casa da Adenauer 11 anni dopo la fine della guerra, e tanto altro che non occorre neppure citare. Noi, saliamo e scendiamo da un aereo, da un bus, da una metropolitana, siamo a casa qui e in tante altre parti del Continente. Non dovremmo considerarlo banale.

Ecco perché penso che la mia generazione, quella dei cinquantenni, che ha vissuto il privilegio di questo lungo periodo di sviluppo e non belligeranza in Europa, ha visto con i suoi occhi il crollo del Muro di Berlino nel 1989, debba, se può, essere qui, per studiare e raccontare i Paesi come l’Ucraina, che sono ancora a metà del guado. Per non dimenticare come eravamo, da quale vicinissimo passato è nato il mondo che vediamo oggi, e quanto poco ci voglia, come dimostrano i fatti di Parigi, a far tornare indietro l’orologio.

Domani proseguo per Char’kov, l’ultima grande città dell’Ucraina nord-orientale che si può raggiungere in sicurezza, non molto distante dalle regioni di Donec’k e Lugansk, territori off-limits dove, vedo adesso al TG ucraino, si è tornati a sparare, e ai quali non si può accedere senza uno speciale lasciapassare. Il Muro invalicabile, che un tempo divideva l’Europa, oggi è diventato quella linea di demarcazione, una frontiera-non-frontiera che proprio per il suo «essere e non essere» assomiglia a quella che divideva le due Europe, le due Berlino, le due Gorizie.

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