Citato in giudizio o chiamato in causa?

Rubrica: Terminologia giuridica
Rubrica: Terminologia giuridica

 

Proseguo il cammino iniziato con il precedente articolo, dedicato alla distinzione tra «arrestato» e «fermato.» Mi occupo qui di altri termini spesso considerati sinonimi, anche per l’uso che se ne fa nel linguaggio comune: «convenire (o citare) in giudizio» e «chiamare in causa.»

Si tratta, innanzitutto, di due espressioni tipiche della procedura civile. E’ importante ricordare che, quando ci si rivolge al giudice per dirimere una controversia civile con qualcuno (ad esempio, per il mancato risarcimento di un danno o un inadempimento contrattuale), non lo si «denuncia,» come spesso si dice nel linguaggio di tutti i giorni. «Tizio ha denunciato la ditta produttrice dello scaldabagno, che si è rotto e gli ha allagato la casa:» è una formulazione tanto diffusa quanto errata. «Denunciare» è un atto tipico del diritto penale: inoltre, non si «denuncia» qualcuno, ma un fatto, in particolare un reato perseguibile d’ufficio (un omicidio, ad esempio). A individuare l’autore provvederà la Procura competente.

Il verbo «denunciare,» in ambito civilistico italiano (non però in quello svizzero di lingua italiana), trova posto invece nella «denuncia dei vizi:» si potrà dire, nel nostro esempio, che «Tizio ha denunciato il vizio dello scaldabagno all’impresa produttrice.» Ciò non significa ancora che fra Tizio e l’impresa sia sorta una controversia giudiziaria, ma semplicemente che Tizio ha comunicato all’impresa che lo scaldabagno non funziona a dovere.

Immaginiamo che l’impresa non intervenga, lo scaldabagno perda copiosamente acqua e danneggi il mobilio della casa di Tizio, che ora chiede alla produttrice il risarcimento del danno. L’impresa rifiuta, ed ecco che Tizio si rivolge al giudice affinché si chini sul caso e decida chi dei due ha ragione. In questo momento, Tizio ha «convenuto in giudizio» l’impresa produttrice, in un procedimento nel quale Tizio sarà «attore» (leggasi: colui che agisce), e l’impresa «convenuta» (colei che con-viene insieme a Tizio dinanzi al giudice).

Si ponga ora che l’impresa produttrice neghi ogni responsabilità nei fatti e affermi che la perdita d’acqua e il danno così cagionato siano da ricondurre non al malfunzionamento dell’apparecchio di sua produzione, ma all’imperizia dell’idraulico Caio, che avrebbe installato lo scaldabagno in modo maldestro. Con un’apposita procedura, allora, l’impresa produttrice «chiama in causa» l’idraulico Caio, che, tra attore e convenuto, diventa «terzo chiamato.» La domanda dell’attore (cioè l’istanza di Tizio) si estende così anche all’idraulico Caio, che l’impresa ritiene essere il vero soggetto passivamente legittimato nel procedimento (ossia, il vero destinatario delle pretese risarcitorie dello sfortunato Tizio). Al giudice l’ardua sentenza.

Legga anche:  La «traduzione legalizzata»

Abbiamo utilizzato un semplice esempio: tra le molte varianti del cosiddetto litisconsorzio, la «chiamata in causa» di un terzo può avvenire in molte forme e per diverse ragioni, ma un principio terminologico va ricordato: si «conviene (o cita) in giudizio» qualcuno in un procedimento civile quando tale procedimento viene radicato a nuovo. Si «chiama in causa» un terzo allorché lo si coinvolge in un procedimento già pendente, poiché l’una o l’altra parte ritiene che tale terzo abbia con sé causa comune o debba prestare garanzie. La chiamata può avvenire su istanza di parte o per decisione del giudice. Essa va distinta, a sua volta, dall’intervento volontario, che si esplica in diverse forme di «adesione» al procedimento.

Nel linguaggio tecnico le espressioni «convenire (o citare) in giudizio» e «chiamare in causa» non possono essere usate indifferentemente, poiché si riferiscono a due posizioni ben diverse delle parti coinvolte in un procedimento. Anche il verbo «denunciare,» in ambito civilistico, perde il suo peso di comunicazione di un reato all’Autorità giudiziaria e designa un atto totalmente privatistico, nel nostro esempio: la comunicazione fra parti di un contratto.

Per questi motivi, nel scegliere i termini da usare in una traduzione non è sufficiente sapere che, nel linguaggio giuridico, molte espressioni mutano significato rispetto all’uso comune, ma, di fronte a un vocabolo, è necessario riconoscere anche in quale branca del diritto lo si incontra (penale, civile, amministrativo, tributario…), per utilizzarlo nella giusta accezione.

 

2 commenti

  1. Grazie per i chiarimenti terminologici, sempre utilissimi.

  2. Ottima iniziativa! Continui cosi!

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