Tradurre verso la lingua straniera?

Rubrica: Professione traduttore
Rubrica: Professione traduttore

 

L’idea che un traduttore debba limitarsi per «deontologia» a tradurre solo verso la propria madrelingua è molto radicata nel nostro settore. Le agenzie, in particolare, le restano generalmente molto fedeli. I clienti diretti sono meno disponibili ad accettare questa limitazione, che di solito va loro spiegata. Si chiedono, a buona ragione, chi, se non un traduttore professionista, dovrebbe essere in grado di tradurre nelle due direzioni? A ciò bisogna aggiungere che oggi, con gli strumenti del nostro tempo, è davvero difficile sostenere che non si possa produrre un buon testo scritto in una lingua diversa dalla propria.

Certo non si dice di copiare formulazioni usando Google, ma i corpus e le mille altre risorse presenti a distanza di un click facilitano enormemente questo compito. Visti gli strumenti dei quali disponiamo oggi, si fatica a credere che non si possa raggiungere una conoscenza della lingua straniera adeguata a scrivere e tradurre, soprattutto per un traduttore professionista. Grazie alla diffusione della TV satellitare possiamo avere un contatto immediato e quotidiano con l’altra lingua, apprendendone anche le espressioni più attuali e gergali. Attraverso Internet possiamo leggere qualunque cosa in qualunque lingua. I voli a basso costo ci permettono di viaggiare nei Paesi dove si parlano le nostre lingue di lavoro spendendo talvolta meno di quanto ci costerebbe un fine settimana o una vacanza nel nostro. Moltissime persone, anche non traduttori, lavorano in pendolarismo settimanale tra città dove si parlano lingue diverse. Un sistema di relazioni impensabile solo quindici, vent’anni fa, che sta profondamente mutando anche il rapporto con il multilinguismo.

Certamente ci sono testi che è molto difficile riuscire a scrivere (e, in conseguenza, a tradurre) in lingua straniera, perché richiedono un rapporto viscerale con la lingua che si può avere solo con quella in cui si è nati e cresciuti: la letteratura o certi testi di marketing, per esempio. Per tutto il resto è davvero improbabile, oggi, che un traduttore professionista possa sostenere di non poter tradurre verso la lingua straniera. È chiaro: nell’altra lingua non avremo mai la stessa agilità e ricchezza lessicale che abbiamo nella nostra, saremo più esposti alla possibilità di errori, ma ciò non può impedire di scrivere testi ben fatti, anche senza la collaborazione di un revisore madrelingua. Questo si imporrà quando scriviamo o traduciamo testi destinati alla stampa o a un largo pubblico, ma, in questi casi, un passaggio di revisione avviene anche per i testi scritti nella madrelingua, e non di rado ci fa scoprire che facciamo errori anche in questa.

Legga anche:  «L'estenuante lotta per la conquista del PO»

Wolfgang Amadeus Mozart, che era di madrelingua tedesca, nel Settecento scriveva, già da ragazzino, delle spiritosissime lettere in italiano, allora diffuso in Europa principalmente grazie alle arti e, in particolare, all’opera lirica. Mozart era figlio di un’epoca nella quale i confini tra le lingue erano fluidi, non essendosi ancora imposto lo Stato nazionale, che ha legato la lingua alle frontiere e al governo di un territorio. Grazie alle nuove tecnologie e alla facilità degli spostamenti, stiamo tornando, oggi, a una realtà nella quale crescere e vivere spontaneamente a contatto con più lingue non è più cosa per pochi. Per contro, se si leggono i romanzi di Franz Kafka come uscirono dalle mani del loro autore, prima dei provvidenziali interventi dei revisori, si resta disorientati a causa della scarsa cura posta da quel geniale scrittore proprio per la lingua, in particolare per la punteggiatura. Segno che il pensiero, quando è forte, scavalca anche le limitazioni nel dominio dello strumento linguistico.

In questo contesto, non scrivere e tradurre in una lingua diversa dalla propria è un precetto ormai largamente superato dai fatti, sebbene resti un totem molto adorato proprio nel settore della traduzione, curiosamente. E’ vero che per tradurre verso la lingua straniera occorre prima accertare di possederla ad altissimo livello. Altrettanto vero è che tradurre nelle due direzioni linguistiche permette di accedere a incarichi di grande interesse, presso clienti diretti che non soffrono del pregiudizio della monodirezionalità, in contesti dove servirsi di due traduttori è impensabile per ragioni pratiche o di riservatezza. Sviluppare una buona bidirezionalità è uno dei modi per superare i problemi di scarso riconoscimento economico e professionale, certamente non una pratica da tacciare tout court di violazione deontologica. Del resto, è un fatto notorio che moltissimi traduttori traducono verso la lingua straniera, ma, consapevoli dello stigma sociale che li colpirebbe se rivelassero il peccato, non lo dicono: per rimanere fedeli a Mozart… così fan tutte.

Un’ultima annotazione proprio sul richiamo alla «deontologia» presuntamente violata da chi traduce verso una lingua non propria. L’accusa è pesante. La deontologia professionale concerne aspetti ben più gravi: si può rimproverare mancanza di deontologia all’avvocato che tradisce l’interesse del suo assistito, al medico che abusa della propria posizione per plagiare un paziente, a un traduttore che rivela segreti contenuti nei documenti che traduce. Per imputare una violazione deontologica, cioè, è necessario individuare la lesione di un interesse del committente, dinanzi a un professionista che ha una competenza o un ruolo che pongono il cliente in condizioni di non poter difendersi da solo da eventuali abusi. Per questo motivo la deontologia non tratta un semplice interesse privato, ma un interesse pubblico – il corretto rapporto tra clienti e professionisti – a tutela del quale le associazioni professionali emettono dei regolamenti deontologici e ne sanzionano il mancato rispetto. E’ immediato il parallelo con il diritto penale, che sanziona la violazione di interessi pubblici costituzionalmente tutelati o compatibili. Non per nulla, molte condotte contrarie alla deontologia professionale confinano o coincidono anche con profili di rilevanza penale.

Legga anche:  Fissare i prezzi per agenzie e clienti diretti

Se un traduttore traduce verso la lingua straniera e sa farlo, il richiamo alla deontologia è fuori luogo, non vedendosi quale interesse tutelato venga leso. Se lo fa senza averne la competenza, il traduttore si espone a una responsabilità colposa per imperizia, che vale per questo come per altri casi in cui un professionista fa cose di cui non è in grado: tradurre da o verso una lingua che non conosce o in un settore del quale non è esperto, ad esempio. Non si entra, perciò, nella sfera deontologica, ma si resta ben chiaramente nel campo di applicazione della diligenza del buon padre di famiglia nell’esercizio della professione, considerata la natura dell’attività esercitata. Se malservito da un traduttore che traduce da o verso una lingua che non domina a sufficienza, o che in altro modo male adempie le sue obbligazioni, il committente avrà a disposizione a propria garanzia tutte le azioni civilistiche del caso, a partire dal diritto alla rettifica della traduzione sino alla richiesta di riduzione del prezzo e alla risoluzione del contratto, incluso il risarcimento dell’eventuale danno. Il tutto restando nella relazione privatistica fra traduttore e committente, senza sconfinare in profili deontologici o di interesse pubblico.

Anziché di «deontologia» sarebbe opportuno parlare più modestamente di «consuetudine della professione,» fondata su considerazioni di carattere pratico ed economico. Scrivere e tradurre in una lingua straniera richiede generalmente più tempo, espone a maggiori possibilità di errore e comporta più controlli. Per questi motivi è usuale che un traduttore lavori verso la propria madrelingua. Questa formulazione rileva uno stato di fatto senza colpire con un rimprovero di antidoverosità, qual è la violazione deontologica, chi non ritiene di adeguarvisi. Insistere sulla mancanza di deontologia, di fronte a una realtà sempre più diffusa come la traduzione verso la lingua straniera, espone i traduttori che la praticano, tra i quali vi sono professionisti ben riconosciuti, a un’accusa infamante, inducendoli a farlo senza dirlo, e contribuisce così a diffondere una sempre meno comprensibile ipocrisia.

Legga anche:  Quale «storia» raccontare di noi su Facebook?

 

22 commenti

  1. Francesco Sframeli

    Ottimo articolo, sono d’accordo con lei. Per caso è stato ispirato dalla sua discussione su Facebook proprio su quest’argomento? Lo diffonderò sui miei canali, basta con lo stigma!

    • Luca Lovisolo

      Grazie per l’apprezzamento. Sì, molti articoli di questo blog nascono da confronti sorti nelle reti di socializzazione. Cordiali saluti. LL

  2. Mettiamoci pure che molto spesso nonostante la responsabilità noi traduttori siamo pure sottopagati (vedere al riguardo le tariffe dei tribunali), mettiamoci pure, in più, che ci sono impiegati di aziende che s’improvvisano traduttori di lettere con Google con risultati discutibili (usassero almeno wordreference….), questa storia della monodirezionalita’ della traduzione fa proprio piangere…..

  3. E se invece di parlare di lingua materna e lingua straniera, si parlasse invece di lingua di competenza? Di lingua di uso abituale? Facendo un esempio tratto dalla mia pratica professionale, io non ho esitazioni a tradurre verso la mia «lingua straniera» determinati testi in determinati argomenti per i quali sono competente. E lo faccio senza esitazioni, con piena conoscenza di causa perché conosco tali argomenti. Li conosco forse meglio nella «lingua straniera» che nella mia lingua materna.

    • Luca Lovisolo

      Mi sembrerebbe una buona idea. Cordiali saluti. LL

    • Stefano Domenico Peres

      Sono d’accordo, e fa pensare. Vivo di nuovo in Italia ma parlo spagnolo costantemente, conosco determinate cose più nella loro lingua che nella mia. Lingua di competenza, in effetti, suona meglio.

  4. Non posso non essere d’accordo. I traduttori interni di molte istituzioni governative italiane lavorano spesso verso la L2. Per chi volesse leggerlo, rimando all’articolo che ho scritto un po’ di tempo fa con il contributo di valenti colleghi, reperibile al link http://www.mediazioni.sitlec.unibo.it/index.php/no-16-2014/96-dossier-traduzione-specializzata-2014.html. Flavia

    • Luca Lovisolo

      Grazie per questo contributo. Aggiungo che in molti ambiti internazionali, scientifici o istituzionali, è normale scrivere in lingua straniera e c’è chi lo fa a ottimo livello, anche non essendo traduttore. Cordiali saluti. LL

  5. Patrizia Bottassi

    Articolo interessante, ben costruito. Per la prima volta si dà «parola» e valore alla traduzione verso la lingua straniera. Concordo pienamente, è del tutto vero che la revisione viene fatta anche su testi tradotti nella propria lingua madre.

    • Luca Lovisolo

      La necessità della revisione, a mio giudizio, dipende più dal tipo e dalla destinazione del testo che dalla lingua in cui lo si scrive. Un commento su Facebook o un articolo sul proprio blog possono contenere qualche imperfezione; un libro, in qualunque lingua lo si scriva o traduca, verrà comunque sempre rivisto, poiché questo prodotto editoriale lo richiede a prescindere da altre considerazioni. Cordiali saluti.

  6. La «regola» di tradurre verso la lingua madre, o quanto meno quella che si usa di più e in cui si è più sicuri, avrebbe un senso se la rispettassero tutti. Il problema è che i clienti diretti interpretano spesso il consiglio di rivolgersi a un madrelingua come elegante scusa da scansafatiche e il più delle volte ripiegano su improvvisati, che accettano con incoscienza e senza remore, per cui tanto vale accettare l’incarico, tanto più che un traduttore sicuramente conosce bene le sue lingue di lavoro e opera con il dovuto grado di coscienziosità che solo chi fa questo mestiere conosce. Io faccio spesso rivedere a persone competenti tutti i testi che traduco verso il tedesco, e spesso mi sento dire che gli eventuali interventi di correzione sono di carattere puramente stilistico e assolutamente non strettamente necessari. Credo che valga così per tutti i traduttori professionisti, per cui via le remore!

  7. Christine Clover

    L’articolo è (come sempre) molto ben argomentato e il Suo uso della lingua italiana mi piace (anche come sempre), ma è difficile per me, come traduttrice americana (di madrelingua inglese, naturalmente!), essere totalmente d’accordo con l’articolo. Visto che la mia lingua è troppo spesso considerata una «lingua facile» e molte, molte persone non madrelingua inglese pensano di saperla «perfettamente,» comunque la moltitudine di errori che ho visto nei testi tradotti da non-native speaker mi fa piangere. Forse è per questo che c’è generalmente una forte tradizione fra i traduttori inglesi e americani di non tradurre verso la lingua straniera, ma devo pensarci. Ringrazio per i Suoi pensieri su questo argomento.

    • Luca Lovisolo

      Come scrivo nell’articolo, il presupposto per tradurre verso la lingua straniera è conoscerla sufficientemente bene. Certamente non si può scusare la leggerezza di chi traduce pensando di conoscere la lingua, ma in realtà non ne è in grado. Le persone capaci di produrre testi scritti di buona qualità in una lingua non propria ci sono, anche fra non traduttori. Anzi… mi viene quasi fatto di pensare che se ne trovino più fuori dall’ambiente della traduzione che fra i traduttori stessi. Grazie per l’attenzione e l’apprezzamento. Cordiali saluti. LL

  8. Giorgio Alafogiannis

    Condivido tutti questi pensieri, io per quanto mi riguarda sono bilingue e posso tradurre in entrambe le lingue (madrelingua italiano – greco e v.v.). La stessa preparazione culturale e tecnica. Questo vale anche per l’interpretariato da/verso… Comunque è sicuro che si può fare anche verso l’altra lingua, con la dovuta e adeguata preparazione ed esperienza. Il problema sono gli «improvvisati» traduttori in ufficio che parlano (anche bene) una lingua e credono di essere e poter fare i traduttori. Sono i nostri peggiori avversari… Grazie a tutti

  9. Condivido pienamente l’articolo, finalmente una visione competente, razionale e soprattutto realistica. E quanto è vera questa affermazione: «Tutto restando nella relazione privatistica fra traduttore e committente.» Mio malgrado, mi sono trovata anni fa a non poter più rifiutare le richieste di traduzione verso l’inglese da parte dei miei clienti (parlo di courtesy transaltions). Da allora traduco verso l’inglese la stragrande maggioranza dei documenti legali che mi viene affidata. Senza modestia, con soddisfazione dei miei clienti (e mia). Bravo Luca!

  10. Sono d’accordo con il post e felice che se ne parli. Quando studiavo all’università ho avuto la fortuna di avere professori professionisti, che ci hanno fatto esercitare in traduzione attiva pur non essendo prevista spiegandoci che questo avrebbe voluto il mercato. Ed è così. In 7 anni di lavoro in proprio ho indubbiamente tradotto di più verso l’inglese che verso l’italiano. E comunque credo che al cliente si debbano fornire soluzioni, per ricollegarmi a un altro Suo post. In ogni caso la monodirezionalita’ è insegnata in molti corsi universitari di traduzione, da docenti che non riflettono sul fatto che è stata una loro scelta, dettata dal momento di entrata nel mercato e dallo sviluppo della loro carriera (se sei più docente che traduttore, è chiaro che puoi permetterti di selezionare. Ma non è un dogma, è una possibilità).

    • Grazie per il Suo apprezzamento e per aver portato la Sua esperienza. LL

      • Io devo dire che non sono d’accordo. Ci possono essere situazioni in cui un non madrelingua può fare un lavoro migliore di un madrelingua, ad es un testo tecnico: un non madrelingua specializzato probabilmente farà una traduzione migliore di un madrelingua non specializzato. Ma quando si va su testi leggermente più creativi, ad es. il turismo è difficile trovare un non madrelingua che abbia una padronanza tale dello stile da produrre testi idiomatici e coinvolgenti. Inoltre, se come alcuni hanno commentato, tradurre verso la seconda lingua richiede molto più tempo, dal punto di vista economico non è quindi una scelta molto saggia a meno che non di chiedano tariffe molto più alte.

      • Infatti, come avrà notato, le riserve che Lei indica sono citate anche nell’articolo.

  11. Alessandra Castagnaro

    Buongiorno e grazie per il suo interessante articolo che termino di leggere. Vorrei iniziare la professione di traduttrice freelance, ma non ho ancora esperienza nel settore delle traduzioni e non ho ancora un giro di clienti.
    L’ambito in cui vorrei concentrarmi è quello turistico dato che ho una laurea nel settore. Però vorrei ricevere da lei gentilmente alcuni consigli su come iniziare, sicuramente il suo libro può fornirmi buoni spunti e idee a riguardo.
    Vorrei chiederle secondo lei se esiste un ambito attualmente più richiesto nel mercato delle traduzioni? Io vivo in canton Zurigo e vedo che per la maggior parte vengono richieste traduzioni nell’ambito assicurativo e finanziario che è d’altronde il settore più ricercato nel cantone. Non essendo però un settore che mi appassiona e soprattutto di cui non ho nessuna conoscenza, cosa mi consiglierebbe di fare? Meglio muoversi più verso la richiesta del mercato o seguendo le proprie passioni e attitudini? Grazie mille per il suo lavoro e buona giornata.

    • Buongiorno Alessandra, in tutta la Svizzera le traduzioni assicurative e finanziarie sono molto richieste, ma per svolgerle con consapevolezza serve una preparazione specifica. E’ sempre più difficile costruire una carriera come traduttore, oggi, in un settore che non si conosce a fondo, non solo nei suoi aspetti linguistici. Poiché Lei ha una laurea in turismo, Le consiglierei senz’altro di cominciare da questo settore, in cui può contare su una conoscenza approfondita della materia. Avere un’attrazione, una passione per il settore è fondamentale: dovrà poi lavorarci tutta la vita, perfezionarlo costantemente. Se lavora in un settore che non La attrae profondamente, il lavoro diventerà facilmente pesante e sarà difficile raggiungere i livelli di qualità più elevati. Quanto alle indicazioni pratiche, come ha osservato anche Lei, le ho riassunte nel libro «Tredici passi verso il lavoro di traduttore,» per le tante persone che come Lei scrivono per chiedere informazioni. So che può sembrare una risposta interessata, ma… l’ho fatto apposta per sintetizzare tutti i consigli che posso dare, lo trova >qui. Grazie per il Suo interesse e cordiali saluti. LL

Commentare questo articolo

Il Suo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*