Tradurre e archiviare in Rete, come tutelarsi

Rubrica: Professione traduttore
Rubrica: Professione traduttore

 

Rispondiamo ai dubbi su una pratica sempre più diffusa anche nel settore della traduzione: l’uso di sistemi dislocati in Rete (il cosiddetto cloud) per elaborare e archiviare dati. Nel lavoro di traduzione il cloud può essere utilizzato in due modi: a fini di archiviazione, da una parte, e, dall’altra, per l’elaborazione vera e propria di testi con strumenti di traduzione assistita in linea, senza neppure scaricare il materiale sul computer locale.

Questa tecnologia, per un traduttore, solleva tre questioni. La prima, più generale, concerne la sicurezza tecnica dell’archiviazione. La seconda e la terza, più strettamente giuridiche, toccano la protezione dei dati (o privacy) e la tutela della proprietà intellettuale costituita da memorie di traduzione e glossari.

Archiviare i lavori solo sul proprio ordinatore, esposto a guasti e furti, non è prudente. Farlo su un server esterno sembra più sicuro, ma la sicurezza totale, anche sul piano tecnico, nessun fornitore di servizi in Rete potrà mai garantirla. Conservare una copia dei propri lavori su CDROM, custoditi in luogo protetto (anche una cassetta di sicurezza bancaria, se necessario), sembra restare il modo migliore.

In merito alla questione della protezione dei dati, o privacy, nello spazio qui disponibile si può solo ricordare che l’archiviazione in Rete comporta diversi problemi che si concentrano essenzialmente su due aspetti: la perdita parziale di controllo diretto da parte del traduttore sul suo archivio (perciò sui dati dei suoi clienti contenuti nelle traduzioni) e la collocazione fisica dei server d’archiviazione. Quest’ultima scatena a sua volta questioni di competenza territoriale e adeguatezza delle disposizioni di legge.

Sul primo aspetto, è essenziale scegliere i fornitori con cura, evitando servizi di massa o gratuiti, spesso pensati per un pubblico non professionale e non sempre dotati delle protezioni più avanzate. E’ necessario che il traduttore abbia la certezza assoluta di poter accedere in qualunque momento ai suoi dati e un contatto effettivo con un gestore dell’infrastruttura, al quale far riferimento per ogni evenienza. Sul secondo aspetto è bene verificare che il fornitore utilizzi server collocati nel Paese del traduttore, oppure, quanto meno, nell’Ue e nei Paesi circonvicini che condividono legislazioni e standard tecnici comuni. Oltre a poter assicurare così l’unitarietà dei livelli di protezione, in caso di controversie si eviterà di dover radicare dei procedimenti negli Stati uniti o in giurisdizioni esotiche, dove, grazie ai ridotti costi di gestione e all’annullamento delle distanze permesso dalla tecnologia, i fornitori collocano non di rado i loro server senza che il traduttore ne sia consapevole.

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E’ importante ricordare che il traduttore resta responsabile in ogni caso, verso il suo cliente, del trattamento dei dati. Un’interpretazione restrittiva ma apprezzabile delle norme sulla protezione dei dati suggerisce al traduttore, infine, di informare sempre il proprio cliente – non solo nei casi esplicitamente previsti dalla legge – se le traduzioni o altre informazioni che lo concernono vengono archiviate all’estero.

Nel merito della proprietà intellettuale del traduttore sulle memorie di traduzione si affollano diverse interpretazioni. La soluzione più accettata considera la memoria di traduzione analoga a una banca dati, tutelata da diritto d’autore per l’opera svolta dal compilatore (nel nostro caso, il traduttore) nel creare la struttura della banca dati stessa (e non, si badi, per il suo eventuale contenuto originale e creativo). Sarebbe tutelata, perciò, qualunque memoria di traduzione, non solo, ad esempio, quella contenente la traduzione di un romanzo o di altra opera creativa.

Mentre non sembra esserci dubbio sull’adeguatezza di questa interpretazione rispetto ai glossari, non tutti i giuristi concordano sulla sua rilevanza ai fini della protezione delle memorie di traduzione e ipotizzano per queste ultime una possibile comproprietà fra traduttore, agenzia e cliente finale.

In ogni caso è certo che il traduttore, lavorando con strumenti di traduzione assistita su server del committente, consegna automaticamente a quest’ultimo (sia esso agenzia o cliente diretto) anche l’opera svolta nell’organizzare la memoria di traduzione così generata. Gli interessi del traduttore e del committente, qui, divergono aspramente. Il traduttore ha interesse a non cedere la proprietà della memoria di traduzione che ha creato con il proprio lavoro, mentre il committente tende ad appropriarsene perché ciò ridurrà i costi della traduzione di testi analoghi o della ritraduzione dello stesso testo dopo modifiche e aggiornamenti. La cessione della memoria di traduzione al cliente non è, per sé, un male, purché abbia un proprio corrispettivo nella tariffa concordata fra il traduttore e il suo committente.

In conclusione, per chi gestisce informazioni di terzi e asset di proprietà intellettuale, come i traduttori, l’uso dell’archiviazione esterna, benché attrattivo per numerose considerazioni pratiche, andrebbe evitato o limitato allo stretto necessario. Le incognite tecniche e giuridiche, dovute anche alla relativa novità della tecnologia, richiedono un’attenta ponderazione di caso in caso.

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