L’asseverazione di traduzioni richieste dall’estero

Particolare di macchina per scrivere | © Jason Yu
Particolare di macchina per scrivere | © Jason Yu

Dopo la pubblicazione di un articolo sull’autocertificazione delle traduzioni, molti quesiti sono giunti sulle questioni connesse all’asseverazione e alla funzione del traduttore a contatto con documenti ufficiali. Gli equivoci sono frequenti. Prendo spunto, qui, da un commento giunto da una lettrice sulla mia pagina Facebook, che riassume alcuni interrogativi.


 

Mi rendo conto che in pochissimi Paesi del mondo il traduttore deve recarsi presso un pubblico ufficiale per giurare una traduzione. Nella mia esperienza, vedo sempre più che anche alle autorità pubbliche straniere di alcuni Paesi, basta che il traduttore italiano sia iscritto all’albo CTU, abbia pertanto un numero di iscrizione a un pubblico registro e apponga firma e timbro nella propria traduzione. A questi richiedenti stranieri non importa niente delle nostre marche da bollo, fra l’altro. Se l’originale è apostillato a molti di questi basta una semplice dichiarazione di conformità e di fedeltà al testo originale. Come si spiega tutto ciò? Maria.

Comincio dalla parte più semplice del quesito, che nasce da un articolo pubblicato a suo tempo sul tema dell’autocertificazione della traduzione (>qui). La lettrice, che si riferisce alla procedura di asseverazione italiana, osserva che ai richiedenti stranieri non interessano le «marche da bollo» italiane. Senza dimenticare che in molti Paesi la marca da bollo è stata da lungo tempo abolita, pertanto tale istituto vi è ormai del tutto sconosciuto, ricordiamo che la marca, simile a un francobollo, è una modalità di versamento di un tributo. Anziché eseguire il pagamento presso un ufficio imposte o su un conto corrente, si acquista una marca da bollo e la si incolla sull’atto interessato. L’apposizione della marca da bollo non concerne la validità intrinseca dell’atto: attesta solo che è stato versato il contributo pecuniario con il quale il richiedente concorre a retribuire il lavoro del cancelliere e degli uffici giudiziari per trattare quell’atto (nel nostro caso, asseverare una traduzione). Pur restando valido nella sostanza, l’atto non potrà essere utilizzato, se mancante delle marche da bollo, poiché il cittadino è tenuto ad acquistare le marche per versare la somma di denaro prevista per quell’atto e ad apporle sul documento, a dimostrazione del versamento avvenuto (solitamente proporzionale al numero di pagine della traduzione). La marca da bollo, per sé, non ha alcun valore dichiarativo o probatorio rispetto al contenuto della traduzione. Per questa ragione, verso i richiedenti stranieri, la marca è priva di significato: essa riguarda il rapporto fra il cittadino e l’amministrazione finanziaria dello Stato italiano.

Legga anche:  Come diventare traduttore giuridico

Vi sono autorità straniere che accettano autocertificazioni svolte da traduttori iscritti agli albi italiani dei Consulenti tecnici d’ufficio (CTU), senza asseverazione, anche se la traduzione serve a fini di fede pubblica. La questione, qui, si fa delicata. Utilizzo per semplicità il termine consulente tecnico, tralasciando la distinzione con la figura del perito, che non mette conto considerare per gli scopi di questo articolo.

Quando un traduttore assevera una traduzione perché serve a fini amministrativi o giudiziari (documenti, titoli di studio, atti processuali), presta un giuramento. Il giuramento è un atto solenne, ossia un atto da svolgere secondo specifiche formalità previste dalla legge, a pena di nullità. Con il giuramento attestiamo di dire la verità o di svolgere fedelmente un incarico che ha rilievo per la fede pubblica (nel nostro caso, svolgere fedelmente una traduzione destinata a un’autorità). Per quanto riguarda l’Italia, il giuramento avviene pronunciando questa formula:

«Giuro di bene e fedelmente adempiere le funzioni affidatemi al solo scopo di far conoscere la verità» (cfr. art. 193 CPC IT).

L’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici d’ufficio indica che il Tribunale ha verificato le competenze del traduttore e lo ha considerato idoneo all’iscrizione. L’albo costituisce un repertorio dal quale il giudice sceglie il nominativo della persona da nominare come consulente tecnico per uno specifico procedimento. Il giudice, d’altra parte, può nominare consulente anche un soggetto non iscritto all’albo o iscritto all’albo di altro Tribunale. Al momento della nomina, in udienza dinanzi al giudice, il consulente presterà giuramento per quella specifica consulenza (o giuramento speciale, per utilizzare il corretto termine tecnico). Ad esempio, nel procedimento civile:

Art. 193 [CPC IT]. (Giuramento del consulente): All’udienza di comparizione il giudice istruttore ricorda al consulente l’importanza delle funzioni che è chiamato ad adempiere, e ne riceve il giuramento di bene e fedelmente adempiere le funzioni affidategli al solo scopo di fare conoscere ai giudici la verità.

Quando sarà nominato consulente in un altro procedimento, il consulente presterà un nuovo giuramento, e così via. La sola iscrizione all’albo CTU, sebbene renda consapevole il traduttore di dover svolgere fedelmente e con particolare responsabilità l’incarico che gli viene affidato, accerta unicamente le sue competenze e costituisce il suo diritto a essere iscritto all’albo stesso. Non comporta però un giuramento generale, valido perciò per tutte le traduzioni che svolgerà. Il traduttore giurerà di volta in volta in udienza, in caso di interpretariati in aula, o di fronte a un cancelliere o altro pubblico ufficiale, per le traduzioni scritte (per questi casi alcuni tribunali italiani non richiedono neppure l’iscrizione all’albo CTU).

Legga anche:  Portali Internet per trovare clienti: sì e no

La disciplina italiana si differenzia sostanzialmente da quella di altri Paesi, ad esempio da quella tedesca. In Germania il traduttore è «giurato» perché, al momento dell’iscrizione all’albo dei traduttori tenuto dai tribunali (che può prendere nomi diversi a seconda dei Land), presta un giuramento generale di fedeltà, che varrà su tutte le traduzioni sulle quali apporrà uno specifico timbro, che conferisce alla traduzione stessa valore di fede pubblica. Mentre il «traduttore giurato» tedesco, nel momento in cui assevera una traduzione apponendovi il proprio timbro, agisce per quell’atto come funzionario pubblico sui generis, il traduttore italiano, anche se iscritto all’albo dei CTU, non assume tale qualificazione, poiché non ha prestato il giuramento generale che glielo consentirebbe. Essere iscritto all’albo CTU significa che le sue competenze sono state verificate e che egli è a disposizione dell’Autorità giudiziaria in caso di bisogno: il momento venuto, dovrà però prestare un giuramento specifico per gli atti che compirà caso per caso.

Se soggetti stranieri desiderano l’asseverazione di una traduzione da un traduttore operante in Italia richiedendo solo che questi sia iscritto all’albo CTU, è possibile che tale richiesta si fondi su un equivoco. Lo straniero è indotto a ritenere che l’iscrizione del traduttore all’albo italiano dei consulenti del Tribunale comporti la prestazione di un giuramento generale, come avviene in molti altri Paesi. In Italia, invece, il giuramento avviene non una volta per tutte, ma specialmente per ogni atto o procedimento. Se si tratta di una traduzione scritta, pertanto, il traduttore – sia egli iscritto o no all’albo CTU – per consegnare un documento asseverato dovrà comunque recarsi dinanzi al pubblico ufficiale competente e giurare, ossia «asseverare» ogni singola traduzione.

Come noto, alla traduzione si allega un «verbale di asseverazione» che contiene esattamente la formula di giuramento riportata poco sopra (il pubblico ufficiale dovrebbe richiederne la lettura ad alta voce, ma generalmente vi rinuncia). Solo in quel momento, la traduzione può dirsi «giurata.» Per questo motivo, in Italia si parla di «traduzione giurata» (o «asseverata») e non di «traduttori giurati,» come si dice invece in molti altri Paesi, generando non pochi fraintendimenti. E’ bene chiarire con precisione questi aspetti con il cliente straniero, affinché accerti quali sono i reali requisiti della traduzione richiesta nel suo Paese, potendosi dare il caso che la validità dell’asseverazione venga contestata, se il traduttore italiano non ha giurato la singola traduzione dinanzi al pubblico ufficiale, poiché essere iscritto all’albo CTU non comporta la qualificazione di «traduttore giurato,» ma solo l’accertamento dei necessari requisiti di idoneità oggettiva e soggettiva.

Legga anche:  Tradurre e archiviare in Rete, come tutelarsi

La lettrice, infine, osserva che «se l’originale è apostillato a molti basta una semplice dichiarazione di conformità e di fedeltà al testo originale.» Per rispondere a questa domanda bisognerebbe conoscere meglio la destinazione dell’atto e l’autorità che lo richiede. In questa occasione ricorderò solo che l’asseverazione si riferisce al contenuto della traduzione, che il traduttore giura essere conforme al testo nella lingua di origine; la legalizzazione, invece, attesta la qualificazione del funzionario che ha firmato l’atto, affinché l’autorità straniera ricevente sia certa che l’atto stesso è stato effettivamente sottoscritto da un funzionario pubblico provvisto dei necessari poteri. Si tratta di due procedure diverse, per forma e sostanza.

La materia, come si vede, è complessa e non sempre ben definita. Sono frequenti le confusioni di terminologia fra traduzione giurata, traduzione legalizzata, traduttore giurato, anche presso gli operatori del settore. Non tutti i Tribunali applicano gli stessi criteri. Una non sufficiente consapevolezza delle disposizioni può comportare conseguenze sulla validità degli atti tradotti. Un traduttore ben informato su questi aspetti, che si tenga aggiornato e sappia destreggiarsi tra i diversi obblighi e requisiti, potrà offrire ai suoi clienti un servizio di notevole valore aggiunto, rispetto alla sola traduzione.

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*