Brevi storie tristi dal mondo della traduzione

Paolo Villaggio (1932-2017) in «Fantozzi alla riscossa» | Scena dal film
Paolo Villaggio (1932-2017) in «Fantozzi alla riscossa» | Scena dal film

Alcuni fatti accaduti recentemente inducono a riflettere sull’andamento del settore della traduzione, particolarmente sulla formazione e sulla consulenza per traduttori, attività indotte che hanno assunto dimensioni cospicue. Cito qui tre episodi, dai quali nascono considerazioni più generali, da portare con sé, per chi vuole, durante l’ormai prossima pausa estiva.


 

Gli episodi sono stati scelti per la loro clamorosità, ma gli esempi da citare sarebbero tanti, più discreti, più nascosti. I tre fatti che riporto riguardano la formazione, la consulenza di marketing e l’analisi di mercato. Non cito i nomi dei protagonisti, a me noti, e li uniformo al genere maschile, onde non personalizzare storie che sono, in realtà, paradigmatiche di molte altre. Preciso, tuttavia, che si tratta di vicende avvenute in pubblico e che ogni lettore potrebbe facilmente reperire sulle più comuni reti di socializzazione, se conoscesse l’identità degli interessati.

PRIMO EPISODIO. Un giovane traduttore e interprete di lingua italiana inizia alcuni anni or sono la propria attività, mostra una certa abilità nel promuovere il proprio marchio e raggiunge un invidiabile grado di popolarità tra i colleghi. Si propone poi, sempre più spesso, come docente di personal branding per traduttori. Anche in questo ruolo, nonostante la giovane età, consegue successi importanti: è invitato a convegni internazionali, da primarie associazioni professionali e da note scuole per traduttori. Inizia poi una terza attività, legata alla consulenza per professionisti, ma del tutto estranea alla traduzione.

Ebbene: poche settimane fa, su una rete di socializzazione per professionisti, compaiono ripetuti post di uno stretto congiunto del giovane di cui si sta dicendo. Gli annunci sono ricerche di lavoro e di clienti per il giovane stesso, fatte, sotto anonimato, attraverso il profilo del parente. La parentela forse non è nota ai più, ma lo è a sufficienza per saltare all’occhio. Il tenore dei messaggi e il profilo descritto non lasciano dubbi: «Ho un amico che fa il traduttore, in più sa fare anche …, chi ha del lavoro mi contatti, è disponibile subito.» Stupisce che chi insegna ad altri il personal branding per acquisire clienti non abbia clienti per sé, ma può succedere, momenti di acque basse capitano anche ai migliori. Meno comprensibile è che chi tiene lezioni di marketing svolga ricerca di clienti in un modo che è la negazione del personal branding di cui si propone come esperto: ricerca lavoro per interposta persona e in forma anonima. E’ possibile che il giovane provi imbarazzo a mostrarsi, qualcuno potrebbe pensare che le tecniche di cui è docente non funzionino proprio su di lui. L’altra considerazione è che le tre attività che svolge non sembrano in grado di generare per lui lavoro a sufficienza, visto quanto sopra. Non meraviglia, purtroppo: nel tempo, il personal branding del docente di personal branding si è diluito in tre attività distinte, tanto che ci si chiede, guardano il suo profilo, quale sia oggi il suo lavoro e quale la sua unique selling proposition, la ragione per la quale comprare qualcosa da lui. La persona di cui stiamo parlando si trova in difficoltà, e tutti le dobbiamo comprensione. La domanda che solleva questo infelice caso è più generale: com’è possibile che un giovane di meno di trent’anni (tale era l’età alla quale ha cominciato a proporsi come docente) sia stato presentato come formatore per professionisti in sedi di primaria importanza, anche universitarie, e continui a esserlo, senza che nessuno si chieda su quali basi poggino gli insegnamenti che trasmette? Ancora: diventare «famosi» come docenti per traduttori fa brillare di luce riflessa per l’attività di traduttore?

SECONDO EPISODIO. Scorre sui rulli delle reti di socializzazione l’annuncio che un simpatico collega ha pubblicato il proprio nuovo sito Internet. Me ne rallegro per lui e immediatamente, incuriosito, visito la nuova realizzazione. Resto interdetto. Il sito ha l’appeal di un loculo cimiteriale. La grafica è ferma a una decina d’anni fa. Quel che è peggio, manca ogni strategia: il collega viene presentato con i suoi dati e come specializzato in vari settori, molto diversi fra loro, senza che fra questi vi sia alcuna gradazione di priorità che ne tracci un profilo riconoscibile. Le immagini sono generiche e ritrite, uguali a mille altre. Una carta d’identità in Rete: se la grafica è arretrata di dieci anni, il concetto lo è di venti.

Penso che il collega abbia costruito il sito da solo: il risultato non è dei migliori, ma va apprezzata la buona volontà. Scopro invece che l’opera è frutto di una consulenza prestata da soggetti che si propongono come specializzati nella realizzazione di questo tipo di siti, nella formazione (ancora!) e nello studio di strategie d’impresa per traduttori. Vi sono persone, allora, che chiedono denaro come consulenti per realizzare prodotti come questo. Non ho dubbi che il collega si sia rivolto ai consulenti in questione in piena buona fede. L’episodio solleva una domanda: i siti e i concetti di comunicazione proposti da questi consulenti sono studiati per risolvere il problema dei traduttori loro clienti, o servono piuttosto a risolvere il loro proprio problema, ossia realizzare fatturato per sé, e quel che accade dopo non importa? E se il collega si accorge che il sito non funziona, che non genera contatti e clienti, cosa gli risponderanno?

TERZO EPISODIO. Un noto analista del mercato della traduzione – che qui per brevità chiamerò guru – docente universitario, membro di consigli di amministrazione e consulente di grosse agenzie di traduzione, diffonde attraverso il proprio profilo, su una rete di socializzazione professionale, un annuncio: chiede ai suoi contatti, traduttori e copywriter, di svolgere per lui un incarico nel settore linguistico, in diverse lingue, gratuitamente. E’ un incarico di una certa responsabilità, per il quale, normalmente, ci si rivolge a professionisti specializzati e pagati in modo adeguato. Uno dei suoi contatti fa osservare, con educazione, che il lavoro in oggetto andrebbe affidato a professionisti retribuiti. Come risposta, da un altro contatto, il contestatore ottiene questa: «Non sei mica obbligato ad accettare.» Il guru non interviene: è sicuramente felice, perché puntualmente decine di traduttori e copywriter si offrono di svolgere l’incarico gratuito nella loro lingua, forse pensando di scrivere poi nel loro curriculum di aver lavorato per il guru, oppure felici di poter toccare per un attimo la casacca del guru sperando in un improbabile travaso di santità. Conclusione: il guru ha avuto il lavoro gratis in tutte le lingue che ha voluto, chissà, forse anche di più. Non ne faccio una questione «morale» sul lavoro gratuito: la morale è personale, il guru se la vedrà da sé, lo stesso vale per tutti i tapini che con entusiasmo gli si sono chinati di fronte come Fantozzi davanti al Megadirettore Arcangelo. La questione è generale: qual è il ruolo di un guru che tiene corsi universitari, siede in consigli di amministrazione, presta consulenze a imprese del settore e viene invitato (ben pagato, si presume) a convegni e conferenze? Non dovrebbe sapere con esattezza quanto vale quel lavoro e a chi affidarlo?

Ricordo di aver assistito anni fa a una conferenza che il guru stesso tenne nel quadro di un convegno di settore, a Londra. Le sue parole mi colpirono tanto che mi restano impresse ancora oggi. La citazione è mnemonica, ma pressoché letterale:

«La qualità, nella traduzione, non serve. Quando traduci un manuale per una stampante, ad esempio, se qualcuno si lamenterà che il manuale è tradotto male, non importa, perché tu traduci oggi un manuale per una stampante che uscirà sul mercato magari l’anno prossimo, e quando arriverà la lamentela del cliente, quel modello di stampante sarà già stato superato da un altro, e la protesta cadrà nel vuoto. Perciò, lasciate perdere la qualità, non esiste.»

A chi faceva notare che il «mercato della traduzione» non si limita ai prodotti di massa, il guru rispondeva con sorrisini sarcastici. Ripeto la domanda: qual è il ruolo di un tale guru? Contribuire alla conoscenza e alla crescita del mercato dei servizi linguistici, oppure risolvere il proprio problema, cioè: garantire innanzitutto a se stesso una posizione come docente, consigliere di amministrazione, consulente, oratore di convegni, e poi, facendo leva sulla sua notorietà, convincere i traduttori che non esiste una vita migliore? Non alzare la qualità e non alzare i prezzi, anzi, lavora gratis. Non vuoi? Sul mio profilo ti dimostro che se tu obietti che quel lavoro andrebbe pagato e non me lo vuoi fare, mille altri sono pronti a farlo gratis al posto tuo, mi basta alzare un dito e sai che c’è?, quelli che oggi lavorano gratis per me, domani saranno felici di venire a lavorare per qualche cent a parola, magari «assunti come parafulmini» [cit.], per una delle megaditte di cui sono consulente, consigliere, Duca conte gran lup. man. di gran croc., e sarà un regalo, rispetto al niente: tra i molti chiamati, saranno gli eletti. Tu non sarai eletto, se rifiuti la chiamata, «non sei obbligato ad accettare.» Ancora un interrogativo: prima di santificare queste icone zoppe, chi controlla quali sono i vangeli delle loro predicazioni? Qualcuno prova a criticarne le tesi, per sentire le loro risposte, prima di diffondere il loro miracoloso, un po’ garrulo verbo?

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Charlie Chaplin (1889-1977) in «Tempi moderni» | Scena dal film (1936)
Charlie Chaplin (1889-1977) in «Tempi moderni» | Scena dal film (1936)

Provando a rispondere alle molte domande sollevate da questi tre episodi, ripenso a un corso che frequentai ormai quasi dieci anni fa, eravamo agli albori dell’Internet marketing. Incuriosito dalla grande novità, mi iscrissi a diversi seminari in Rete tenuti da guru ( e dagli!) del nascente settore, uno italiano e l’altro tedesco. Non ne citerò i nomi, poiché uno, nel frattempo, è prematuramente scomparso, e di fronte alla morte solo il silenzio; dell’altro dirò poi. La logica dei loro corsi era semplice: «Io, guru, sono diventato famoso imprenditore in Internet e guadagno molto, semplicemente tenendo corsi sulla vera passione della mia vita. Iscriviti a miei corsi, insegno anche a te come avviare un’impresa valorizzando le tue passioni, attraverso Internet.»

Qual era la passione che aveva trasformato un anonimo di provincia in un guru danaroso e corteggiato? Una competenza tecnica, un hobby trasformato in professione? Uno sport? No, la passione del guru era… tenere corsi per insegnare ad altri come avviare un’impresa di successo tenendo a loro volta corsi via Internet sulle loro passioni. Approfondendo la questione, scoprii che quei due e altri analoghi predicatori non avevano, di proprio, alcuna radice: non vivevano diffondendo loro competenze o passioni, avevano un passato professionale non chiarissimo, ma guadagnavano vendendo la promessa di trasformare i partecipanti ai loro corsi in persone di successo, marciando sulle illusioni degli iscritti. Con una promessa così, è facile raccogliere adepti. Gli iscritti, però, erano appassionati… chi di rane del Kentucky, chi di francobolli del Burundi, chi di biciclette rotte. Su di loro, il miracolo non funzionava, ai corsi sulle rane non si iscriveva nessuno. Qualcuno degli iscritti, durante una sessione, acutamente, chiese come comportarsi, se i partecipanti ai propri corsi (sempre che ce ne fossero) avessero chiesto lumi sulla qualificazione del docente (per parlare di francobolli del Burundi, bisognerà pur dimostrare di capire qualcosa di filatelia) e, soprattutto, come reagire se qualcuno, tra i loro allievi, avesse lamentato di non riuscire a ottenere il successo promesso. Ecco la risposta:

«La qualificazione non è un problema. Tutti siamo formatori di chi ne sa meno di noi. Se tu sai qualcosa in più di un altro, sei già un formatore, ne sai di più di quelli che si iscrivono al tuo corso. Non metteranno mai in discussione la tua preparazione, per loro tu sei l’esperto. Se loro non riusciranno, non daranno la colpa a te, ma a se stessi, penseranno che è colpa loro, se non ce la fanno. Anzi: a questo punto, se qualcuno viene da te e ti dice che non ce la fa, tu gli dirai che deve fare un altro corso e gliene venderai uno di livello superiore e di prezzo maggiore.»

Queste risposte, che mi restano nella memoria a distanza di anni come iscrizioni scalpellate in una lapide romana, mi indussero ad abbandonare quei due «formatori,» pur se considerati come massimi esperti da varie fonti, e di loro non mi interessai più. Della compassionevole fine del primo ho già detto, ne venni a sapere per caso sfogliando Internet; il secondo, qualche mese fa, per curiosità, l’ho ricercato in Rete e ve l’ho trovato, coinvolto nel fallimento milionario della sua società di marketing. Non si può escludere che qualcuno sia riuscito ad avviare un’attività, con le ricette di questi guru, ma gli unici sui quali sembravano funzionare erano altri come loro: altri che vendevano promesse su «come diventare ricco in Internet» o guide al «benessere personale» sotto forma di meditazioni, diete improbabili e altre fantasie di largo abboccamento.

La mia impressione è che certa formazione e certe consulenze nel settore della traduzione, grazie all’ebbrezza della Rete, negli ultimi anni, anche in buona fede, si siano svolte applicando più o meno consapevolmente proprio questi insani principi. Che taluni guru, internazionali o de noantri, siano diventati tali vendendo non competenze concrete e verificabili, maturate in un ragionevole lasso di esperienza professionale, ma valorizzando «passioni» che girano su se stesse. Così, il docente di personal branding promette: «Impara il personal branding da me, che l’ho applicato su me stesso, sono un traduttore come te, la traduzione è la mia vera passione, vuoi che non funzioni?» In realtà, scopri che lui sembra senza clienti e li cerca in incognito attraverso un parente. Perciò, quando vende un corso, non sta vendendo qualcosa che applica con successo su di sé: la sua «passione,» in verità, è… tenere a te corsi di personal branding. I partecipanti a quei corsi, però, dovranno farsi largo come traduttori, come interpreti, ma quel docente forse non ha una competenza nel marketing sufficientemente solida per guidare ogni singolo partecipante al successo, come fa un consulente professionista, che per essere tale ha bisogno di una base molto più ampia, non gli basta l’esperienza personale. Quei traduttori, speranzosi allievi, diventeranno come gli appassionati di rane del Kentucky: alle loro porte non busserà mai nessuno, vedranno crollare le loro illusioni e daranno la colpa a se stessi.

E i consulenti di comunicazione? Quando il simpatico collega farà timidamente osservare che dal sito-loculo non arriva un solo cliente, forse gli risponderanno così: «Eh… hai voluto il sito-loculo… certo, ha dei limiti. Facciamo il sito-sarcofago, costa dieci volte tanto, ma vedrai che bomba!» Le parole non sono scelte per scherzo, c’è ben poco da scherzare. Sito-sarcofago perché, forse, in quel sito il simpatico collega spenderà gli ultimi soldi del suo budget. Anche il sito-sarcofago, manco a dirlo, non funzionerà, e il collega dovrà farsi (da solo) qualche seria domanda su come andare avanti. Ciò che manca è la strategia, il coraggio di mettere in crisi il cliente, a costo di perderlo, e dirgli, come fa ogni consulente degno di questo nome: «Ma tu, cosa vuoi?» Se il cliente non sa rispondere, il consulente capace lo rimanda a casa, perché sa che non gli risolverebbe alcun problema. Il consulente farlocco, invece, gli propone loculi e sarcofagi, intanto fattura per se stesso, poi si vedrà.

Del guru, vogliamo parlarne? Il «mercato della traduzione» non è né solo quello dei manuali delle stampanti né solo quello dei quattro, cinque, sei cent a parola. Questo è il mercato dei servizi di traduzione, ma sopra questo esiste un mercato professionale della traduzione. La differenza non è solo nominale, ha anche un radicamento giuridico preciso, che spiegherò in un prossimo articolo. Nel mondo della traduzione questa differenza si è resa evidente almeno da una decina d’anni, forse più. Oggi è così divaricata che non è improprio parlare, ormai, di due mestieri distinti, per i quali cominciare a usare due denominazioni diverse (come già avviene nel copywriting): l’uno, che con pochi cent a parola costringe i traduttori a tour de force inenarrabili, al lavoro festivo e ad accettare ogni incarico per conseguire un fatturato appena sufficiente a giustificare un’attività in proprio; l’altro, che si definisce sempre più spesso segmento premium, che permette ai traduttori di guadagnare quanto ogni altro professionista – anche cinque, sei, talvolta dieci volte tanto i pochi cent a parola di cui sopra – e di condurre una vita del tutto simile a quella di altri professionisti. Di questo segmento parla, tra altri, Kevin Hendzel, in un illuminante articolo di insolita lunghezza (>qui), che merita una lettura attenta, approfittando delle vacanze. Ne cito solo alcune frasi:

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«Il cammino verso le tariffe più alte comincia dalla competenza nella materia di specializzazione. Devi […] riuscire a spiegare il più piccolo dettaglio della legge a un avvocato, mentre parlate di un testo scritto nella sua madrelingua. Questo è il segmento premium. Se non sei in grado di farlo, se non sei capace di discutere […] con solide motivazioni fondate sulla materia di specializzazione, con un avvocato (o con un ingegnere, un banchiere, un fisico, un analista finanziario certificato), vuol dire che non ci sei ancora arrivato.»

Oggi, nel segmento a basso prezzo i traduttori formano una massa da manovra utile ad agenzie e clienti diretti poco disposti a spendere, con incarichi di scarsa qualificazione. I prezzi sono già molto bassi, in questo segmento, e tendono a scendere ulteriormente, per effetti combinati tra crescita dell’offerta e mutamento tecnologico che non lasciano intravedere rialzi futuri. Nel segmento premium, al contrario, si ritrovano i clienti che hanno bisogno di affidabilità assoluta: il prezzo è un elemento secondario, rispetto alla fiducia nella persona che traduce e nella sua competenza. In questo segmento si accetta con naturalezza che un traduttore costi quanto qualunque altro professionista, nessuno è disposto a considerare credibile un traduttore che fattura dopo imposte il mensile di un operaio. Ci si attende, naturalmente, la stessa dedizione e assunzione di responsabilità di altri professionisti. Esiste anche una «fascia grigia» tra i due segmenti, nella quale non si toccano massime vette tariffarie, ma è già possibile migliorare la propria vita rispetto al segmento più basso.

Questa divaricazione del mercato mette spietatamente in luce un fatto ormai notorio: per accedere al segmento premium e fare una vita normale, come ogni professionista, la formazione odierna del traduttore (laurea in mediazione linguistica o simili) forse non è inutile, ma è quanto meno insufficiente o poco mirata. Il traduttore premium ha, innanzitutto, un’adeguata e autonoma competenza nella materia di specializzazione, a monte del fatto linguistico e traduttivo. Non lo si dice da ieri, ma oggi è un fatto tanto evidente quanto scomodo per l’establishment della consulenza e della formazione per traduttori, grande e piccola. Le lauree in mediazione linguistica e le loro mille varianti vanno benissimo, ma sembrano cucite su misura per sfornare traduttori destinati al segmento più basso, alla massa da manovra. Partendo da questa base, non bastano certo qualche corso di un paio di giorni, un nuovo sito Internet o una consulenza volante, per passare al segmento premium. Bisogna lavorare a fondo su se stessi, spesso duramente, e la metamorfosi potrebbe anche fallire. Se le tariffe calano, non si può nemmeno reagire aumentando la quantità prodotta: «Il padrone della miniera ti paga la metà? Vieni a fare un corso da noi, ti spieghiamo come estrarre doppio carbone, guadagnerai lo stesso, che problema c’è?!» C’è il problema che creperai di stenti, ma anzi non c’è problema, perché altri cento saranno pronti a prendere il tuo posto, come sul profilo del guru.

Ho parlato spesso di queste cose con operatori del settore, suscitando reazioni ora silenti, ora irate o imbarazzate. Era evidente che toccavo un nervo scoperto. Due soli esempi: per aver scritto nel gruppo di una scuola privata per traduttori che il mercato della traduzione non è solo quello dei pochi cent a parola, ma ne esiste anche un altro nettamente più soddisfacente, qualche tempo fa io e altre due colleghe siamo stati tacciati pubblicamente di mendacio («quel mercato e quelle tariffe non esistono, raccontate balle!»), con una tale veemenza e categoricità da costringere a rivedere anche i rapporti personali con tali interlocutori. Per aver scritto in un gruppo di traduttori che il miglioramento della posizione del traduttore comincia dalla competenza nella materia di specializzazione, perciò richiede un ripensamento della sua formazione (raccogliendo, d’altra parte, vari consensi tra i presenti nel gruppo), nei mesi scorsi sono stato drasticamente bannato dal gruppo stesso. Poco male: spiace, ma gli amici vanno e vengono e dai gruppi si può anche stare fuori. Questi due episodi, però, mi hanno confermato una cosa: la possibilità che il traduttore guadagni e viva come ogni altro professionista esiste e lo si sa, ma non bisogna dirlo.

Non bisogna dirlo perché tanti docenti di scuole e persino di università non sanno cosa sia e soprattutto non sanno cosa accidenti direbbero agli studenti, se chiedessero come entrarci, nel segmento premium; sanno che le loro aule potrebbero svuotarsi, se si diffonde questa consapevolezza, e che non troverebbero facilmente pari occupazioni alternative. Non bisogna dirlo perché non è nell’interesse dell’«industria della traduzione,» che i traduttori abbiamo coscienza che è possibile una vita migliore. Poi, magari, non riescono ad arrivarci, al segmento premium, non è per tutti: ma se non sanno che esiste, non possono neppure provarci, se ci provano magari non arrivano in vetta, ma un po’ potrebbero migliorare. Soprattutto, importa che non facciano domande imbarazzanti.

La sensazione è che sia nato un circuito di formazione, consulenze, blog e convegni con l’intento dichiarato di contribuire alla crescita della professione, ma con lo scopo reale di convincere il traduttore che la sua vita è la grama rincorsa dei quattro, cinque, sei cent a parola, forse sette (meraviglia!) da agenzia, giusto qualcosa in più da cliente diretto. Questo è il mercato, bellezza, ed è cosa buona e giusta. Una vita migliore per te non esiste: te lo dice persino il guru. Anziché combattere la quasi inconsapevole, malcelata convinzione di valere meno di altri professionisti, diffusa nel settore linguistico, si lavora per convincerti che sei veramente inferiore. Nessuno nega che il mercato dei cinque cent esista, esisterà sempre, fagociterà masse enormi di lavoro e farà girare tanti, tantissimi traduttori che lavoreranno fino all’esaurimento, ma il «mercato» non finisce lì. Eppure, quante volte si sente questa frase: «Più di questo, sul mercato, non puoi chiedere!» Qualcuno ti dice che potresti guadagnare cinque volte tanto? Non ascoltarlo, è la voce del demonio che ti tenta nel deserto delle tariffe da prefisso telefonico (internazionale), resisti!, e ognun ti applaudirà.


Per avviarmi a concludere, cerco la sintesi di queste tristi considerazioni in alcuni punti da ponderare.

SULLA FORMAZIONE. Internet permette a tutti, me compreso, di trasmettere ad altri le nostre competenze senza passare attraverso le selezioni della carriera accademica. E’ un’opportunità straordinaria. D’altra parte, i requisiti per accedere all’insegnamento universitario si sono drasticamente ridotti: un tempo, la cattedra universitaria era il traguardo di una vita, oggi si incontrano docenti che fino a pochi anni prima erano studenti nelle stesse aule in cui insegnano. Soprattutto nel campo della formazione professionale, l’esperienza è una base essenziale: è difficile poter insegnare qualcosa ai propri colleghi, se non si è arrivati almeno sulla quarantina, se non si hanno alle spalle almeno una quindicina d’anni di lavoro durante i quali aver vissuto la professione in una varietà tale di situazioni che consenta di distillarne degli elementi oggettivi da insegnare. Per insegnare bisogna avere una conoscenza della materia che vada oltre l’osservazione diretta, che sia fondata su basi oggettive e sia resistente alla critica qualificata. L’esperienza personale è il fondamento, ma per diventare docenti bisogna fare un saltino in più. Non basta dire: «Io faccio così e a me funziona.» Bisogna saper dire: «Si fa così e funzionerà anche a te nel tuo caso specifico» e saper motivare questa istruzione secondo un percorso logico, rispondendo alle obiezioni non solo del discente, ma di chi ne sa quanto e più del docente stesso. Di certo, per essere docenti non basta «saperne più di un altro,» come sosteneva quel guru dell’Internet marketing.

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E’ possibile che un traduttore diventi un buon formatore? Certo, ma le idee devono essere chiare. Un traduttore che tiene qualche corso l’anno per il piacere di farlo resta un traduttore, ogni tanto fa una cosa diversa e va benissimo. Si può avere un posto fisso a tempo parziale come insegnanti e tradurre il resto del tempo, è una situazione chiara, ma non stiamo parlando di questo. L’attività di formazione non è un ripiego per rintuzzare l’insuccesso nella professione principale: si insegna ai traduttori se nella vita si hanno avuto successi come traduttore, non fatturati risicati e clienti che ti piantano dopo il primo incarico. E’ possibile cambiare mestiere, come per chiunque: lasci l’attività di traduttore che funziona e ne cominci un’altra, ad esempio quella di docente, se ne hai i presupposti. Però, c’è un prima e c’è un dopo. Viene il momento in cui devi dire ai tuoi clienti, come traduttore: «Grazie, ma non mandarmi più lavoro, perché da domani io faccio altro.» Assicuro, per esperienza diretta, che non è un bel momento, ma è il momento della verità: la nuova professione dovrà rimpiazzare a breve termine gli utili di quella precedente, perché da domani in avanti questi non arriveranno più. Nella nuova professione devi perciò aver raggiunto una credibilità che garantisca te stesso e, soprattutto, i nuovi clienti, i quali devono sapere che da quel momento avrai orecchie solo per loro. Il nuovo lavoro non ti farà brillare nel vecchio: magari tradurrai ancora qualche riga ogni tanto, ma il tuo mestiere sarà cambiato, dovrai seguirlo, aggiornarti, metterti in discussione in questo. Puoi fare molti mestieri, anche contemporaneamente, ma sarai sempre riconosciuto per uno solo alla volta, gli altri saranno attività secondarie, e la gerarchia dovrà essere chiara. In caso contrario, è molto probabile che nessuno capisca più cosa fai veramente e il perché dovrebbe fidarsi e comprare qualcosa da te.

SULLE CONSULENZE. Un traduttore può diventare un buon consulente di marketing, di sviluppo d’impresa, webmaster? Certo, e farà benissimo a specializzarsi in consulenze per i traduttori, mestiere che ha fatto in prima persona. La specializzazione, però, è un ramo che si innesta su un tronco: quel traduttore, nelle materie in cui si propone come consulente, dovrà pur dimostrare di avere una solida formazione e ragionevoli esperienze di successo anche al di fuori del ristretto giardino della traduzione. Non basta riempirsi la bocca di acronimi e anglicismi, per accompagnare la crescita di un business, anche in un settore che si conosce. Infine: è piuttosto difficile che quel traduttore possa continuare a fare entrambi i mestieri. Come consulente dovrà aggiornarsi continuamente, gestire un numero sufficiente di clienti per poter confrontarsi con una varietà adeguatamente ampia di casi e situazioni che gli permettano di crescere ogni giorno. In caso contrario, l’esito saranno i siti funerari con le grafiche di dieci anni fa e le strategie da anatomopatologo.

SUI GURU E LE LORO LITURGIE. Prima di spendere tempo e denaro per correre ad ascoltare guru di varia fatta, incensati come santi, la cui aureola è tenuta accesa dai denari che versiamo per iscriverci a corsi, convegni, seminari e chi più ne ha più ne metta, facciamoci qualche domanda. E’ possibile che un guru che ha in curriculum la consulenza e la partecipazione ai consigli di amministrazione di enormi agenzie di traduzione abbia davvero a cuore lo sviluppo del traduttore come professionista capace di trovarsi clienti da solo, gestirsi e guadagnare come qualunque avvocato, commercialista, consulente d’azienda? Forse no: forse a quel guru non interessa formare professionisti consapevoli, deve tenere caldo il giro dei traduttori-Fantozzi (o forse Fantocci, per esattezza di citazione) che formano quella massa da manovra pronta a lavorare a qualunque ora quando serve, poi sparire per un mese quando non serve, magari lavorare gratis quando lui chiama, zitto e mosca se non ti va bene. Un guru così e tanti altri simili meno clamorosi ti diranno sempre che quella è la tua vita, «non puoi chiedere di più sul mercato.» E per dirtelo, si fanno pagare da te.

Non godo del sangue delle vittime di queste storie tristi. Spero, anzi, che di sangue non ne scorra. Auguro a quello sfortunato traduttore nell’umiliante condizione di cercare clienti per interposta persona di trovarne presto tanti. E’ giovane, capirà dove ha sbagliato. Spero che il collega che ha speso soldi in un sito Internet che assomiglia alla sua patente di guida trovi comunque clienti e che i suoi consulenti si aggiornino. Mi auguro che il guru metta presto la sua scienza a servizio del bene comune, anziché delle megaditte che lo foraggiano. Le storie personali, specie quelle tristi, facciano silenti il loro corso. Spero che in questo martoriato settore, al quale resto legato come a un’ex moglie che continui a vedere giù al bar senza dirlo alla nuova compagna, queste rappresentazioni da teatrino di provincia finiscano, e ogni personaggio trovi il suo autore. Che l’estate ci sia lieve.


Nota. Coloro che in queste ore scrivono in privato e si esercitano a indovinare chi siano i protagonisti di questi tre episodi, sappiano che non li rivelerò. Le storie sono pubbliche e vere, ma valgono per tante altre uguali e, particolarmente per i primi due casi, gli sfortunati protagonisti meritano il beneficio della non menzione: voglio credere che agiscano così per errore, non con il dolo specifico di procurare a sé ingiusto vantaggio recando danno ad altri. Nella mia sola cerchia di conoscenze, una buona mezza dozzina di persone potrebbe corrispondere, con poche varianti, al profilo del primo episodio; quanto al profilo del secondo episodio, i consulenti che nel mondo, in questo settore e in altri, operano così, purtroppo, non si contano, si farebbe prima a citare quelli davvero efficaci. Per il terzo episodio, di guru del settore, consultant di qua, officer e manager di là, che «più di così sul mercato non puoi chiedere» potrei citarne almeno tre, di diverse nazionalità e luoghi di domicilio, solo tra quelli da me conosciuti e incontrati, e tutti predicanti da pulpiti piuttosto risonanti. I numerosi, infruttuosi tentativi di tirare a indovinare che stanno arrivando a me e ad altri, che citano le persone più diverse, dimostrano come le condotte che ho stilizzato siano riconoscibili in molti operatori del settore, forse più di quanto io stesso avessi immaginato. Grazie, infine, a chi, per comprensibili ragioni, mi ha espresso apprezzamento scrivendomi in privato, cosa che generalmente non accade. Persone a me sconosciute, ma il cui lavoro forse dipende, direttamente o indirettamente, dai meccanismi che ho descritto qui. Hanno timori a esprimersi pubblicamente, ma, evidentemente, non ne possono più. Hanno la mia amicizia e comprensione. Alcuni operatori del settore che avevano condiviso con entusiasmo e pubblicamente questo articolo nell’immediatezza della pubblicazione, hanno poi «cambiato idea» altrettanto platealmente nelle ore successive, tacendo o dissimulando le ragioni del cambio di casacca. Conosco queste ragioni e conosco troppo bene le logiche che sovrintendono a questo settore e… alla mente umana, per volergliene. Va bene anche così! Sulle reazioni seguite a questo articolo ho raccolto alcune considerazioni più personali >qui.

14 commenti

  1. Gigliola Canepa

    Grazie, Signor Lovisolo. Rileggerò con cura il suo pensiero e lo condividerò con i miei studenti nel prossimo anno accademico. Ritengo fondamentale che passando per l’esperienza delle nostre Facoltà di Mediazione Linguistica abbiano chiaro come comportarsi ‘dopo’. Buona estate a Lei e ai suoi lettori.

    • Grazie per il Suo apprezzamento. Vi sono facoltà di mediazione linguistica nelle quali si fa un ottimo lavoro, spesso lottando contro i limiti oggettivi dei programmi e delle infrastrutture. Fino a un certo punto (ma solo fino a un certo punto) è comprensibile: non è solo nel settore della traduzione, che le università, a causa delle rigidità istituzionali, faticano a tener dietro a un mondo economico che cambia molto velocemente. Come osserva Lei, è importante, in questa situazione, che gli studenti sappiano come muoversi, scegliere strade e integrare i saperi per raggiungere le posizioni migliori. Cordiali saluti. LL

  2. Grazie Luca per questo sfogo, davvero ispirato! e che gli sprovveduti ne traggano insegnamento.

  3. Splendido articolo su cui tutti i traduttori dovrebbero riflettere. Condivido dalla A alla Z quanto hai scritto. Nella nostra professione – come in tutte del resto – bisogna avere coraggio e personalità per distinguersi dalla massa. Se si incomincia a fare il traduttore-Fantozzi sarà difficile poi uscire dal «girone dei disperati.» Le tariffe a cui si lavora rappresentano un posizionamento ben preciso, cui sarà poi difficile sottrarsi. Una volta che un traduttore si è posizionato come traduttore-Fantozzi sarà impossibile assurgere a traduttore premium. Personalmente non mi sono mai piegata alle tariffe ignobili proposte dalle agenzie (anche di quelle cosiddette famose) e non me ne pento, anche perché ora i «grandi clienti» stanno tornando da me con la coda fra le gambe. Uno di loro (un’importante banca svizzera) mi ha detto ultimamente: «Ci siamo accorti che la qualità ha un prezzo:» meglio tardi che mai! In quanto ai cosiddetti guru, ho sempre diffidato da loro, come i santoni che fanno miracoli a pagamento. Grazie ancora, Luca, per il tuo acume e le tue analisi impietose, ma che fanno bene all’anima, per di più gratis.

  4. Interessante, ma chi ha inventato la laurea in mediazione linguistica? Che bisogno c’era di creare una laurea doppione?

    • Grazie per il Suo commento. In realtà la laurea in mediazione linguistica ha una sua ragion d’essere, anche se è frutto di una certa tendenza accademica degli ultimi decenni a trasformare in discipline principali quelle che sarebbero discipline ancillari, creando facoltà universitarie ad hoc dove forse non sarebbero necessarie. L’evolversi dei fatti sta ricordando ai traduttori che la competenza principale, per chi traduce, resta la materia di specializzazione: chi traduce testi legali, ad esempio, non deve per forza essere avvocato, ma la sua competenza principale dev’essere quella giuridica: quella linguistica e di traduzione, per quanto importanti, restano accessorie a quella. Ciò detto, le facoltà di mediazione linguistica svolgono il ruolo delle vecchie scuole interpreti e traduttori, perciò una funzione ce l’hanno. Ciò che manca, in questa come in altre discipline, è l’agilità dell’istituzione universitaria nell’adeguarsi alle dinamiche del mondo extra accademico, agilità che aiuterebbe anche a correggere più rapidamente eventuali errori di impostazione. Cordiali saluti. LL

  5. Daniele Giulianelli

    Grazie per questo bellissimo articolo.

  6. Grazie mille per il Suo articolo. Davvero interessante e fa riflettere. Ho studiato Lingue e in seguito traduzione tecnico-scientifica e, per varie situazioni occorse nella mia vita negli ultimi anni, non mi sono ancora trovata a lavorare direttamente e stabilmente nel campo della traduzione; tuttavia, ho esperienza diretta di parecchi amici ed ex colleghi di studi che vivono la forte situazione di precarietà che lei descrive. Un cordiale saluto e un ringraziamento per il lavoro che svolge con passione e motivazione.

  7. Grazie mille per il Suo articolo, è stato davvero illuminante. Sto riprendendo in mano la professione dopo anni dalla laurea e alterne vicende ed esperienze lavorative. Ho lavorato nelle ultime settimane per farmi conoscere in rete senza appoggiarmi a consulenti, perché le suddette alterne vicende mi hanno formato fornendomi strumenti che prima non avevo e che spero possano darmi una certa autonomia e indipendenza. So che una specializzazione è più che auspicabile per intraprendere la professione al meglio. Il suo articolo mi ha reso più consapevole di questa necessità. Grazie ancora e buon lavoro.

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