Tradurre libri pagati «a provvigione:» conviene?

Rubrica: Pareri legali traduttori
Rubrica: Pareri legali traduttori

Si diffonde la pratica di proporre ai traduttori la traduzione di libri pagata a percentuale sulle vendite. Il caso più noto è quello della piattaforma statunitense Babelcube. Questa forma di collaborazione è senz’altro possibile, ma richiede attenzione verso alcuni aspetti legali e amministrativi.


 

Sul funzionamento di Babelcube hanno scritto dettagliati contributi le traduttrici Stefania Marinoni (>qui), Debora Serrentino (>qui) e Alessia Simoni (>qui). Per gli aspetti più specificamente concernenti la traduzione rimando ai loro contributi, che non abbisognano certo di integrazioni. Mi accodo alla serie dopo un confronto avvenuto su due diversi gruppi all’interno di una nota rete di socializzazione, nato dall’intervento dell’ideatore di una sorta di Babelcube italiana. Alle numerose critiche ricevute dagli aderenti ai gruppi, il fondatore della piattaforma in questione ha reagito cancellando con stizza i propri post. Va osservato, però, che molti traduttori, soprattutto giovani o meno esperti del mercato, rispondevano con entusiasmo all’invito di quel sito, che si presenta agli autori di libri con lo slogan «fai tradurre gratis i tuoi libri.» Anziché entrare nel dettaglio di questa singola piattaforma e non volendo ripetere quanto già ben detto negli articoli citati sopra, mi soffermo su tre domande di carattere amministrativo e legale che possono essere utili per giudicare con maggiore distacco questo tipo di siti, che sembrano destinati a moltiplicarsi.

  • E’ illegale o disonesto proporre traduzioni pagate a percentuale, o royalty?
  • Come trattare i diritti d’autore sulla traduzione, in questi casi?
  • Quali possibilità legali concrete ha il traduttore di ricevere le proprie spettanze e ottenere l’adempimento di tutte le obbligazioni del contratto in via di esecuzione forzata, qualora gli amministratori della piattaforma non adempiano spontaneamente?

Proporre a un traduttore di tradurre un libro contro un compenso in denaro calcolato sulle vendite del medesimo non è illegale e non è disonesto. Avviene anche presso editori riconosciuti, talvolta in forma combinata con un corrispettivo fisso, a cartella o forfetario, a cui si aggiunge una royalty per copia venduta (venduta, si badi, non stampata). Poco trasparente, spesso ai limiti dell’ingannevole, è invece la modalità con la quale talune piattaforme presentano questo meccanismo di lavoro ai traduttori. Occorre sapere che le possibilità di vendere un numero di copie sufficiente per conseguire un guadagno proporzionato al lavoro svolto per tradurre un libro sono molto basse, per alcuni titoli pressoché nulle. Le possibilità di incappare in un bestseller sono infinitesimali e puramente stocastiche. Non va dimenticato che gli autori di maggior successo non aspettano certo le piattaforme Internet, per tradurre i loro libri: agguerriti editori e agenti letterari se ne accaparrano tempestivamente l’esclusiva.

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Peggio ancora se a dover occuparsi della diffusione del libro tradotto è lo stesso traduttore: per vendere un libro non basta caricarlo su Amazon e diffonderne la conoscenza presso i propri amici e parenti. Bisogna svolgere una serie di attività di promozione che richiedono professionalità e investimenti. Non tutte le piattaforme si preoccupano di informare correttamente il traduttore su questi punti. Lasciano generalmente intendere che il successo dell’opera tradotta sarà sempre sufficiente a retribuire il lavoro di traduzione. Non è così. Vendere poche centinaia di copie in un anno, di taluni autori o titoli, può essere un traguardo difficile anche per un editore affermato.

I diritti d’autore sulla traduzione dovrebbero restare quanto più possibile in capo al traduttore. Non è il caso, ad esempio, del contratto Babelcube, nel quale i diritti sulla traduzione si trasferiscono in capo all’autore del libro originale, inclusi i diritti morali. Quest’ultima annotazione è particolarmente insidiosa. I diritti d’autore si distinguono in diritti morali e diritti patrimoniali. Tra i diritti morali del traduttore vi è, ad esempio, quello di paternità della traduzione, dal quale discendono prerogative come la facoltà di ottenere il ritiro dell’opera tradotta dal mercato, se ne venisse fatto un uso difforme dalle volontà del suo artefice, ma anche la facoltà di esigere che la traduzione non venga modificata e snaturata, o quella di dichiararsi pubblicamente autore della traduzione (ad esempio inserendola in un proprio curriculum o portfolio pubblico in Rete). Negli ordinamenti europei continentali, i diritti morali sono inalienabili: un contratto che ne preveda la cessione sarebbe nullo. Negli ordinamenti di Common law (vigenti nella quasi totalità dei Paesi di lingua inglese), al contrario, a tali diritti è possibile rinunciare. Cedere i diritti morali su una traduzione significa, per il traduttore, che l’autore o l’editore del libro potrebbero vietargli di citare la traduzione sul proprio sito Internet, ma anche che il traduttore potrebbe non riuscire a esigere il ritiro dell’opera tradotta, se l’autore decidesse di modificarla in modo da snaturare la qualità della traduzione, oppure ne facesse un uso tale che l’autore si senta leso nella propria onorabilità. Se, ad esempio, il libro tradotto venisse utilizzato in una campagna politica o sociale i cui valori il traduttore non condivide, questi potrebbe non ottenere il ritiro della traduzione. Lo stesso vale se l’autore dovesse rivelarsi una persona socialmente abietta o prendesse a fare qualunque uso scorretto o inopportuno del testo tradotto, coinvolgendo di fatto il nome del traduttore nelle sue condotte.

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Da parte sua, però, l’autore potrebbe ritirare in qualunque momento il suo titolo dal mercato, togliendo così al traduttore la fonte di guadagno proveniente dalle vendite. Per questa eventualità, i contratti delle piattaforme dovrebbero sempre prevedere qualche forma di indennizzo per il traduttore.

Che fare, poi, se la piattaforma Internet non adempie spontaneamente le proprie obbligazioni contrattuali, che vanno dal versamento al traduttore delle percentuali concordate sulle vendite al rispetto delle diverse clausole contrattuali? Va ricordato che le azioni legali per ottenere un’esecuzione forzata sono tanto più difficili e costose quanto più esotico è il foro a cui si devolvono eventuali controversie. Il contratto Babelcube, ad esempio, elegge il foro esclusivo per la risoluzione di ogni controversia contrattuale nello Stato del Delaware (USA): in caso di inadempimenti è dinanzi ai giudici di quello Stato, che il traduttore dovrà rappresentare le sue ragioni. Si possono facilmente immaginare le difficoltà di una tale azione. Da evitare, anche se apparentemente allettante, l’arbitrato internazionale, più semplice proceduralmente ma dai costi astronomici, soprattutto in certi Paesi. Il foro competente dovrebbe sempre essere nel Paese del traduttore o in Paesi con i quali esistano solidi accordi di assistenza giudiziaria e riconoscimento delle sentenze. Lo stesso deve dirsi del diritto prevalente, cioè dell’ordinamento nazionale secondo il quale è stipulato il contratto. Se il contratto proposto dalla piattaforma prevede diversamente, vi sono poche speranze di ottenere una modifica. Finché tutto va bene, non ci sono problemi, ma, in caso di difficoltà nell’ottenere i pagamenti o l’adempimento di altre previsioni contrattuali, il traduttore potrebbe vedersi di fatto costretto a rinunciare a ogni tentativo di aggressione giudiziale della controparte, poiché i costi e i disagi di un’azione sarebbero insostenibili.

In conclusione: tradurre «pagati a percentuale» per una piattaforma editoriale non è illegale, ma non bisogna lasciarsi illudere dalle rosee prospettive su cui punta il marketing di tali piattaforme. E’ imperativo valutare con estrema attenzione il contratto che esse propongono, sia per quanto riguarda il trattamento dei diritti d’autore sia in merito a tutte le altre obbligazioni contrattuali, comprese le concrete possibilità di difesa giudiziale che un traduttore avrebbe in caso di inadempimenti.

9 commenti

  1. Grazie mille per il contributo. Dai commenti apparsi su alcuni social, mi sono resa conto che molto spesso chi ha tradotto libri per Babelcube non si è preoccupato di leggere il contratto o l’ha letto e non l’ha capito. Nel secondo caso questa spiegazione molto chiara, non può lasciare alcun dubbio.

  2. Jessica Bubola

    Ancora una volta un post davvero interessante, e che arriva proprio al momento giusto. Come sempre ricco di indicazioni utili ed estremamente equilibrate. Grazie mille!

  3. Io il contratto l’ho letto per intero, ho storto il naso sul discorso della cessione intera dei diritti, ma avevo fatto i miei conti, pur se campati in aria, ed ho accettato. Verissimo quanto scritto, è impossibile guadagnare con le sole royalty, ma per chi non ha mai tradotto un libro è almeno un modo per fare curriculum, che è richiesto spesso e volentieri, basta limitarsi a testi non troppo lunghi, così il danno è limitato. Tuttavia, debbo spezzare una lancia in favore di Babelcube: rendicontano in maniera precisa e pagano altrettanto. Almeno per questo non occorre far ricorso al tribunale dello Stato del Delaware.

    • Grazie per aver portato la Sua esperienza. Ho qualche riserva sull’utilità di questo meccanismo per tradurre libri a fini di curriculum, poiché queste piattaforme non hanno lo stesso prestigio di un editore e non dispongono degli stessi filtri qualitativi. Per una piattaforma Internet può tradurre quasi chiunque, e questo è un fatto notorio, cosa che può ridurre molto il peso di una traduzione a fini di curriculum professionale. E’ un modo per mostrare ciò che si sa fare, questo sì, pur sapendo che la traduzione non attraverserà i processi di revisione e messa a punto che subirebbe in una normale casa editrice. Concordo sul fatto che Babelcube è di gran lunga l’iniziativa più organizzata del genere e, a detta di chi ci ha lavorato, sembra corretta. Se non si deve ricorrere al giudice straniero sarà tanto meglio, ma chi accetta il contratto deve sapere che questa eventualità esiste e che in molti casi questo svantaggio può rendere i suoi diritti praticamente indifendibili, in caso di problemi. Ho colto Babelcube come esempio, ma di piattaforme simili ce ne sono diverse. Il mio intervento è stato stimolato proprio da un’iniziativa emula, ma ben più casalinga, che suscitava notevoli perplessità anche dal punto di vista della solidità imprenditoriale, e non è la sola in Rete. Cordiali saluti. LL

  4. Grazie per l’articolo e anche per gli interessanti rimandi. Non è stato esaminato il caso dell’autore che si autopubblica (e che quindi autopubblica anche la traduzione) e si autopromuove (con l’aiuto o no del traduttore): il caso unisce i vantaggi di Babelcube ma il guadagno è molto maggiore perché non ci sono intermediari (parlo per esperienza diretta!). Effettivamente non so dal punto di vista legale o di diritti d’autore come può funzionare…
    Non mi vergogno del fatto che ho tradotto e ancora traduco libri per Babelcube: l’alternativa della casa editrice per mia esperienza è impraticabile… Ho tentato di proporre la mia collaborazione a diverse case editrici, di proporre libri di autori ancora non tradotti e i cui diritti sono liberi… Solo una delle case editrici interpellate è stata abbastanza efficiente da farmi sapere che non era interessata, gli altri non hanno nemmeno risposto!

    • Grazie per il Suo contributo. Tradurre attraverso Babelcube o simili non è certamente una vergogna! Lo scopo di questo intervento è rendere attenti verso la discrepanza che esiste tra le promesse di queste piattaforme e la realtà del mercato e dei rapporti giuridici, della quale sembrano non tenere sempre conto adeguatamente nella loro affabulante comunicazione, con il rischio di indurre i traduttori a investire settimane o mesi in un lavoro che non vedranno poi proporzionalmente ripagato dalle vendite. Poi vi è certamente chi ritiene conveniente o interessante per sé, per i motivi più diversi, utilizzare questi servizi, con la consapevolezza delle loro opportunità e dei loro limiti. Il caso dell’autore o traduttore che si autopubblica non era oggetto di questo articolo. Lo tratterò in una prossima occasione, appartengo io stesso a questa categoria (>catalogo delle mie pubblicazioni). Cordiali saluti. LL

  5. Michele Ricciardella

    Ottima pubblicazione, grazie.

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