Ordine revocato: quali diritti ha il traduttore

Firma di un contratto | © Helloquence
Firma di un contratto | © Helloquence

Il cliente affida un incarico al traduttore, ma poi, poche ore dopo, lo revoca: quali diritti ha il professionista e come può tutelarsi preventivamente? Rispetto a un caso simile, già trattato in passato, che coinvolgeva un’agenzia, questo episodio riguarda un cliente diretto. Aggiunge alcuni elementi dai quali nascono utili considerazioni su come prevenire situazioni sfavorevoli per il traduttore.


 

Dal consulente informatico esterno di una grossa azienda ho ricevuto un incarico di traduzione abbastanza corposo e urgente. Io avrei poi fatturato il lavoro direttamente all’azienda sua cliente, di cui mi ha fatto il nome e fornito i dati. Per l’urgenza, di cui il cliente era consapevole, abbiamo concordato consegne progressive dei singoli documenti formanti l’incarico, mano a mano che li terminavo. Tutto ciò è avvenuto nel tardo pomeriggio: vista l’urgenza, ho cominciato a tradurre la sera stessa, rinviando altri lavori meno urgenti. Il giorno dopo, quando ormai avevo tradotto un certo numero di cartelle, il consulente mi comunica che il cliente finale ha deciso di revocare l’ordine per affidarlo a un altro traduttore.

Ho preso atto della decisione e ho inviato al cliente le cartelle già tradotte, chiedendone il pagamento, che ho calcolato proporzionalmente al forfait pattuito per il lavoro completo. Il cliente, ora, mi dice che rifiuta ogni addebito, sostenendo che in così poche ore, dalla fine del pomeriggio al mezzogiorno del giorno successivo, non posso aver maturato alcun diritto. Scrive che «non mi sarei dovuto mettere a lavorare subito» sui suoi documenti, avendo altri lavori. Addirittura, adesso, il cliente sostiene che fra noi non c’è mai stato alcun contratto, perché il consulente informatico non era autorizzato a conferirmi il lavoro, non avendo alcun potere di firma. Perciò io non avrei diritto a nulla. Le prime cartelle le ho tradotte e l’ho dimostrato, consegnandole subito. Come devo agire adesso? Inoltre: ho fatto bene a calcolare il prezzo delle cartelle svolte in proporzione al prezzo del lavoro completo?

Il caso è complesso, ma si verifica con una certa frequenza: il cliente conferisce l’incarico al traduttore e poi lo revoca senza motivo apparente. Avevo trattato una controversia simile in >questo articolo, ma la situazione narrata qui dal nostro lettore presenta degli aspetti specifici che stimolano utili considerazioni. In particolare:

  • E’ valido un contratto stipulato in nome e per conto del cliente da parte del suo consulente informatico?
  • E’ legittimo revocare l’incarico? In questo caso, il traduttore può richiedere il pagamento del lavoro svolto sino al momento della revoca e come deve quantificarlo? Avrebbe potuto impedire al cliente di recedere?
  • E’ giusto che il traduttore non ha maturato diritti «in così poco tempo» e che non avrebbe dovuto «cominciare a lavorare subito,» come sostiene il cliente?

Analizziamo il caso sapendo che esso è avvenuto in Italia, perciò va discusso in base all’ordinamento di quel Paese. Pur con diversità di dettaglio, tuttavia, una tale vicenda può essere affrontata da prospettive analoghe anche in altri ordinamenti. Per chiarezza chiameremo «committente» l’azienda cliente finale, «intermediario» il consulente informatico e «traduttore» il professionista incaricato di svolgere la traduzione.

Si è costituito validamente un contratto, e tra chi? E’ pacifico che tra le parti si è concluso un contratto d’opera per professione intellettuale ex artt. 2229 sgg. del Codice civile italiano. Oggetto del contratto è una traduzione linguistica. La manifestazione di volontà per la conclusione del contratto è avvenuta per bocca dell’intermediario, per cosiddetta rappresentanza diretta, ossia: l’intermediario (che tecnicamente assume qui il ruolo di rappresentante) conclude un contratto dichiarando esplicitamente di agire in nome e per conto della committente. Il contratto, pertanto, produce i suoi effetti giuridici fra il traduttore e la committente (art. 1388 CC IT). Sarà perciò a quest’ultima, che il traduttore dovrà richiedere il pagamento del lavoro.

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Il contratto d’opera non richiede particolari requisiti formali stabiliti dalla legge (sono sufficienti l’oralità, oppure la forma scritta semplice o anche il fatto concludente). Non risulta neppure che le parti abbiano convenuto tra loro una forma vincolante. Lo scambio di e-mail fra l’intermediario e il traduttore è più che chiaro: il prezzo proposto dal traduttore viene accettato e si chiede una consegna rapidissima, a tranche. Non sono specificate condizioni sospensive di alcun tipo che ritardino o condizionino l’inizio dell’efficacia del contratto a qualche altro evento. Quanto alla procura con la quale la committente ha conferito all’intermediario il potere di concludere il contratto con il traduttore, richiede gli stessi requisiti formali della tipologia di contratto interessata (art. 1392 CC IT): perciò potrebbe avergliela conferita anche oralmente. Per questi motivi, il contratto fra il traduttore e la committente è validamente concluso e immediatamente efficace, in forza della dichiarazione dell’intermediario, che ha agito in nome e per conto della committente.

La committente può recedere dal contratto quando vuole? Questa fattispecie è regolata dall’art. 2237 c. 1 CC IT:

«Il committente può recedere dal contratto, rimborsando al prestatore d’opera le spese sostenute e pagando il compenso per l’opera svolta.»

Il committente ha diritto potestativo di recesso, cosiddetto ad nutum: significa che non sono necessari né la giusta causa né un eventuale inadempimento del prestatore d’opera, nel nostro caso il traduttore, per giustificare un recesso. Un committente può revocare l’incarico in qualunque momento. Se lo fa, però, è tenuto a compensare il traduttore per l’opera svolta sino al momento del recesso e a rimborsargli le spese.

Il traduttore non ha maturato diritti perché non doveva «cominciare subito?» Bisogna ricordare che il prestatore d’opera svolge la sua attività «con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente» (Art. 2222 CC IT). La mancanza del vincolo di subordinazione tra prestatore d’opera e committente ha per conseguenza l’impossibilità di controllo, da parte del committente stesso, sugli orari e sull’organizzazione del lavoro del prestatore. Ciò è dimostrato, inversamente, dal consolidato orientamento giuslavoristico secondo cui l’instaurarsi di vincoli di orario tra parti di un contratto di lavoro è considerato uno degli elementi caratteristici del lavoro subordinato. E’ pacifico che tra la committente e il traduttore, nel nostro caso, si è concluso un contratto di lavoro autonomo. Pertanto, né la committente né l’intermediario, suo rappresentante, hanno titolo di esercitare controllo sugli orari e sulle modalità con le quali il traduttore ha organizzato l’esecuzione della traduzione e di derivarne qualunque conseguenza o pretesa. Il traduttore ha iniziato a tradurre sin dal momento della conclusione del contratto, approfittando delle ore serali e delle prime ore della mattina successiva, vista l’entità del lavoro e l’urgenza della consegna. In ciò, ha considerato che la committente stessa ha richiesto consegne parziali della traduzione nel minor tempo possibile.

Nulla rileva, perciò, l’argomentazione della committente, secondo cui nell’orario compreso tra la sera precedente e la tarda mattinata successiva il traduttore non avrebbe maturato alcun diritto a compensi, perché impegnato in altri lavori. D’altra parte, è massima di esperienza che la traduzione di un testo avente le dimensioni e i contenuti di quello in oggetto non avrebbe potuto essere compiuta nei termini pattuiti, se il traduttore non si fosse messo immediatamente al lavoro.

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Sulla pretesa mancanza di potere di rappresentanza dell’intermediario. L’argomentazione della committente, secondo cui il contratto non si sarebbe validamente concluso perché l’intermediario non avrebbe avuto potere di conferire l’incarico in suo nome e per suo conto, è, in questo caso, priva di fondamento. L’intermediario ha esplicitamente affermato, nella corrispondenza con il traduttore, di agire in nome e per conto della committente, dichiarando la volontà della committente di concludere il contratto in un messaggio inviato al traduttore e in copia per conoscenza in chiaro all’amministrazione della committente, che nulla ha obiettato. L’intermediario invia al traduttore i dati fiscali della committente e si dimostra ben al corrente dei suoi processi operativi interni. Sulla scorta di questa condotta dell’intermediario, il traduttore ha avuto ampio motivo di ritenere in buona fede che questi fosse validamente incaricato di richiedergli la traduzione.

A indicare che sia la committente sia l’intermediario erano consapevoli di essere ormai obbligati verso il traduttore, ossia che il contratto con quest’ultimo era validamente concluso, vi è che il giorno dopo l’intermediario comunica al traduttore per iscritto di non procedere con il lavoro, recedendo così dal contratto: se la committente e l’intermediario non fossero stati certi di aver validamente concluso il contratto per l’esecuzione della traduzione, non avrebbe senso la loro dichiarazione di recesso. Sapevano che il contratto si era costituito e che il traduttore aveva già iniziato il lavoro, onde poterlo consegnare, in parti separate, entro il ristretto termine richiesto.

Va ricordato, per inciso, che se l’intermediario avesse realmente agito in nome e per conto della committente senza in realtà averne il potere, sarebbe stato tenuto a risarcire il danno di tasca propria – e quindi a pagare l’opera svolta sino al momento del recesso – verso il traduttore, che aveva confidato nel suo potere di rappresentanza:

«Colui che ha contrattato come rappresentante senza averne i poteri o eccedendo i limiti delle facoltà conferitegli, è responsabile del danno che il terzo contraente ha sofferto per avere confidato senza sua colpa nella validità del contratto» (art. 1398 CC IT).

Se anche si dimostrasse che l’intermediario non aveva il potere di affidargli l’incarico, il traduttore non avrebbe da far altro che chiedere il compenso per il lavoro svolto all’intermediario stesso, che sarebbe tenuto a risponderne in prima persona.

Il traduttore ha quantificato correttamente il lavoro svolto sino al momento del recesso? Il traduttore ha consegnato alla committente il lavoro svolto, pertanto questa non può contestare che l’opera sia stata in effetti parzialmente svolta, può verificare la misura della porzione eseguita e non può eccepire che tale porzione sia stata realizzata oltre il momento del recesso. La consegna della porzione, infatti, è avvenuta nell’immediatezza della comunicazione di recesso. Il compenso per la traduzione completa dei documenti era stato determinato forfetariamente. Un’interessante sentenza di Cassazione conferma che, in caso di recesso del committente ex art. 2237 CC, il compenso parziale per la porzione di lavoro svolto sino al momento del recesso «[…] viene determinato in misura proporzionale rispetto all’intero compenso» (Cass. sez. II, 21 ottobre 1998, n. 1044). Così ha fatto il traduttore, che ha quotato la parte di lavoro svolto in modo proporzionale al forfait pattuito per il lavoro completo, con metodo e in misura che appaiono adeguati in fatto e in diritto.

In sintesi: fra il traduttore e la committente si è validamente concluso, con la rappresentanza diretta dell’intermediario, un contratto d’opera per professione intellettuale. La committente, per voce dell’intermediario, si è poi avvalsa del diritto potestativo di recesso unilaterale, previsto per tale tipologia di contratto. Con ciò, sulla committente è però ricaduto l’obbligo di compensare il traduttore per l’opera svolta sino al momento del recesso. La committente non ha potere di controllo sull’organizzazione del lavoro del traduttore. Quest’ultimo ha potuto dimostrare la misura dell’opera svolta sino al momento del recesso e l’ha quantificata secondo gli usi, consegnandola al committente nell’immediatezza del recesso.

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Per questi motivi, viste le disposizioni di legge citate, nonché la dottrina e giurisprudenza consolidate in materia, la committente è tenuta a pagare al traduttore l’opera svolta sino al momento del recesso, nella misura correttamente quantificata dallo stesso traduttore, entro il medesimo termine di pagamento pattuito nel contratto per l’opera completa.

Alcune indicazioni pratiche per tutelarsi in situazioni analoghe:

In caso di contratti conclusi per rappresentanza, come quello di cui abbiamo parlato, la legge non obbliga il prestatore d’opera a verificare l’esistenza della procura tra cliente finale e rappresentante: se il traduttore può ritenere in buona fede che il rappresentante sia stato validamente incaricato di richiedere la traduzione, come in questo caso, ciò è teoricamente sufficiente a tutelarlo. Tuttavia, se un richiedente ci affida un incarico per conto di un terzo, è sempre bene accertare che abbia realmente il potere di impegnarsi in nome e per conto di chi dovrà pagare, richiedendo una prova scritta della procura.

Se un committente recede dal contratto, consegniamogli immediatamente la parte di lavoro già svolta, affinché non possa contestare che è stata eseguita dopo il recesso; quantifichiamone il prezzo secondo le stesse tariffe stabilite per il lavoro completo.

Vero che il committente ha diritto di recedere in qualunque momento dal contratto con il traduttore, anche senza giustificazione, ma, in questo caso, ricordiamo che il traduttore ha diritto al rimborso di eventuali spese sostenute (trasferte, acquisto di materiali, etc.) e al risarcimento di un eventuale danno diretto e dimostrabile (Cass. n. 9996/2004), oltre al pagamento della parte di lavoro svolto sino al recesso. Non dimentichiamo altresì che la facoltà di recesso del committente può anche essere esclusa per via dispositiva: vale a dire che possiamo stabilire di vietare al cliente di recedere, introducendo un’apposita clausola nel contratto (Cass. n. 5738/2000). Queste condizioni dobbiamo negoziarle, naturalmente, prima di accettare l’incarico.

Sebbene le tipologie di contratto usuali nel settore della traduzione non richiedano la forma scritta, per costituire relazioni contrattuali chiare non si finirà mai di raccomandare la stesura di un pur semplice contratto scritto con ogni cliente, a maggior ragione quando i rapporti si complicano e includono rappresentanti, condizioni sospensive o previsioni particolari. Se nel contratto fosse stata pattuita a chiare lettere l’esclusione della facoltà di recesso, la committente non avrebbe certamente deciso di conferire il lavoro a un altro professionista reperito successivamente, forse a prezzo più attrattivo, perché avrebbe comunque dovuto versare l’intero compenso al traduttore già incaricato.

Il traduttore del nostro caso ha poi  incassato il compenso per Il lavoro svolto, guidato ad argomentare giuridicamente di fronte alla committente e facendo inviare dal proprio consulente legale una lettera di messa in mora, che ha aggravato le spese del cliente. Di fondamentale importanza è stata l’analisi della corrispondenza intercorsa fra le parti: in presenza di un contratto scritto, forse la committente non avrebbe neppure provato ad avanzare le proprie fantasiose argomentazioni.

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