Parola «Genocidio,» Vaticano e Turchia

Rubrica: Lingua e relazioni internazionali
Rubrica: Lingua e relazioni internazionali

 

Si è parlato molto in questi giorni dello scontro diplomatico fra Turchia e Santa sede. Papa Francesco si è riferito all’uccisione di un grandissimo numero di appartenenti all’etnia armena, compiuto dall’Impero ottomano essenzialmente nell’aprile del 1915, utilizzando il termine «genocidio.» La Turchia è Stato successore dell’Impero ottomano, oltre a essere divisa dall’Armenia da una lunga controversia storico-territoriale, pertanto si ritiene chiamata in causa dalle dichiarazioni del Pontefice.

Prima di affrontare l’argomento è bene ricordare che gli Armeni, di religione cristiana e oggi stanziati in uno Stato ex sovietico di dimensioni molto ridotte rispetto al passato, vissero tempi di grande splendore culturale e commerciale. Comunità armene sparse in tutta Europa, anche in Italia, giocavano un importante ruolo nei commerci, nella cultura e nell’arte. Nella città ucraina di Leopoli, ad esempio, si può ancora ammirare la stupenda Cattedrale armena, all’interno di un quartiere che ospitava anche il Tribunale armeno e una ricca attività economica e intellettuale.

Cosa significa «genocidio» e quando è corretto usare questa parola? Nel linguaggio comune, genocidio indica l’uccisione metodica di un gruppo etnico, religioso o razziale. Lo scontro fra Turchia e Santa sede non è nato, però, sul senso linguistico della parola, ma sul suo significato costitutivo nel diritto internazionale e, in particolare, nella Convenzione delle Nazioni unite sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio, conclusa il 9.12.1948.

All’articolo 2 della Convenzione il genocidio è definito in questo modo: «Nella presente Convenzione, per genocidio si  intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»

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Come qualunque norma di diritto penale interno, la fattispecie di genocidio viene qui articolata in un elemento oggettivo e un elemento soggettivo. I fatti tipici oggettivi sono elencati in dettaglio: uccisione o lesioni gravi all’integrità di membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, eccetera, dal punto a) al punto e) della norma. L’elemento soggettivo, cioè l’intima disposizione psicologica di chi compie questi atti, è indicato in apertura e deve essere «l’intenzione di distruggere in tutto o in parte» tale gruppo. Vi è genocidio, perciò, se gli atti elencati nella norma vengono compiuti non indistintamente o sporadicamente, ma all’interno del preciso disegno criminoso di sopprimere totalmente o parzialmente una razza, un’etnia, una nazionalità o gli individui che professano una stessa religione.

La Turchia contesta, per l’appunto, la sussistenza dell’elemento soggettivo. Storicamente, i Turchi non negano che molte migliaia di individui di etnia armena siano stati soppressi dagli Ottomani, anche se forniscono cifre inferiori a quelle indicate dagli storici internazionali, che, d’altra parte, non sono tutti univoci sul numero delle vittime. La Turchia afferma però che tali soppressioni non sarebbero avvenute con il dolo specifico di distruggere quel gruppo etnico, ma per difendersi da gruppi di ribelli armeni e per varie altre motivazioni.

Per questo motivo, la Turchia non ammette l’uso della parola «genocidio» in riferimento a questi fatti. La storiografia non turca è incline a credere, invece, che gli Armeni siano stati soppressi perché etnicamente e religiosamente non omogenei al disegno politico perseguito allora dall’Impero ottomano. Una ventina di Stati al mondo, tra i quali la Svizzera e l’Italia, ha esplicitamente riconosciuto in quei tragici eventi la fattispecie di «genocidio.» Altri non si sono pronunciati.

Usare la parola «genocidio» significa affermare che i Turchi agirono non per difendersi da sporadiche aggressioni o da atti di guerra, ma con l’intento esplicito di sopprimere l’etnia armena. La Turchia, in conseguenza di ciò, eleva la sua protesta, poiché, pur non negando i fatti, contesta che siano avvenuti con tale intenzione, che ne accresce pesantemente la gravità.

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Sul piano dell’uso linguistico se ne desume che la parola «genocidio» non può essere utilizzata per indicare qualunque omicidio di massa. Dove non vi sia la certezza che la fattispecie giuridica sia realizzata, andranno preferiti altri termini (ad esempio: sterminio, eccidio, strage). Nel caso di specie è chiaro che Papa Francesco ha utilizzato questa parola ben conoscendone le implicazioni storico-giuridiche e le conseguenze diplomatiche che avrebbe comportato. Sebbene ci si riferisca a fatti avvenuti ormai un secolo addietro, questa scelta lessicale ha un preciso bagaglio simbolico. Non casualmente il Segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, si è riferito in questi giorni agli stessi fatti definendoli non «genocidio» ma «crimini orrendi.»

 

2 commenti

  1. Salve Luca,
    Ma se l’Onu o comunque gran parte dei paesi del mondo riconoscesse il genocidio, quali sarebbero le conseguenze materiali per la Turchia? Pesanti riparazioni verso l’Armenia? E il commento del Papa, non potrebbe mettere a rischio la comunità cristiane? Grazie.

    • Luca Lovisolo

      Esiste innanzitutto un problema di forma: nessuno Stato gradisce essere additato come colpevole di un genocidio, di fronte alla comunità internazionale. Vi è poi la questione, cui Lei accenna, delle riparazioni. L’Armenia potrebbe formulare richieste di vario genere, dalla restituzione delle proprietà alla ridefinizione dei confini tra i due Stati (oggi, importanti porzioni di territorio storicamente armeno, tra cui il celebre Monte Ararat, sono assegnate alla Turchia). Le persone responsabili del genocidio non potrebbero più, evidentemente, essere portate alla sbarra, ma lo Stato turco verosimilmente sì, sia in sede bilaterale sia in sede internazionale, poiché successore dell’Impero ottomano. Le violazioni ai diritti umani di tale gravità, inoltre, non sono soggette a prescrizione. L’Armenia potrebbe avanzare richieste indipendentemente dal riconoscimento internazionale del genocidio, ma è chiaro che un tale riconoscimento aggraverebbe pesantemente la posizione della Turchia, che interviene ogni volta per contrastare questa interpretazione dei fatti. Infine, il riconoscimento del genocidio contraddice la narrazione degli eventi che la Turchia fa al proprio interno, ed è conseguente che cerchi di contenerne la diffusione. Quanto alla scelta del Papa di esprimersi così apertamente, ricordiamo quanto accaduto con Pio XII. Ai tempi della dittatura nazista scelse la linea morbida, nelle dichiarazioni pubbliche. Ciò lo ha esposto alla critica della Storia per non aver levato la sua voce contro i crimini avverso gli Ebrei (va anche ricordato, però, che fu protagonista di numerosi episodi di salvataggio, la sua posizione non fu sempre adeguatamente valutata dalla storiografia successiva). Papa Francesco sembra aver scelto una linea più schietta, che va letta non solo nello specifico del genocidio armeno, ma in tutto l’attuale, difficile quadro mediorientale. Non credo che sia stata una scelta facile. La Storia saprà dire se sarà servita a evitare altre tragedie. Cordiali saluti.

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