L’uso della parola «Stato»

Rubrica: Lingua e relazioni internazionali
Rubrica: Lingua e relazioni internazionali

 

In quali casi è ammesso l’uso della parola «Stato?» Alla domanda non è possibile rispondere solo dal punto di vista linguistico. Proviamo a risolvere il quesito in base ad alcuni esempi tratti dai giornali di queste settimane, premettendo che la questione va guardata da due diverse prospettive: l’organizzazione territoriale interna e la capacità di questa organizzazione d’intrattenere relazioni esterne con la comunità internazionale degli altri Stati.

Esiste uno «Stato islamico?» Il cosiddetto «Stato islamico,» che controlla parti della Siria e dell’Iraq, dispone di una qualche organizzazione funzionante, amministra un territorio e una popolazione. Da un punto di vista strettamente interno, perciò, si potrebbe certamente parlare di «Stato.» Secondo il principio dell’uguaglianza fra Stati, i singoli Paesi del mondo non possono decidere dello status di un altro: per effetto del principio declarativo, se lo «Stato islamico» si dichiara tale, la comunità internazionale non può far altro che prenderne atto. Un riconoscimento non è necessario.

Il cosiddetto «Stato islamico,» però, non è sorto su una terra di nessuno o su territori ottenuti con l’accordo degli Stati legittimamente presenti in quelle aree. Né la Siria né l’Iraq hanno ceduto volontariamente proprio territorio al cosiddetto «Stato islamico,» che ha conquistato con la forza quelle regioni. Inoltre, l’«ISIS» agisce in dispregio di tutti i principi riconosciuti dei diritti umani, di democrazia e Stato di diritto. La comunità internazionale, pertanto, non ha alcuna possibilità di considerare l’«ISIS» come Stato. Per fare questo passo manca la cosiddetta sociability, ossia la capacità dell’organizzazione di intrattenere ordinate relazioni con gli altri Stati e poter quindi essere presa in considerazione dal resto del mondo. Per questo motivo, l’«ISIS» non dovrebbe affatto essere definito «Stato,» se non tra virgolette o preceduto da termini come «cosiddetto» o «autoproclamato.» In questo sedicente «Stato» la comunità internazionale vede un’organizzazione terroristica. Questa è l’origine dell’espressione organizzazione Stato islamico, scelta dai commentatori di diverse lingue. Qui, il distico Stato islamico è usato non come designazione di uno Stato, ma come nome proprio dell’organizzazione terroristica.

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La Palestina è uno Stato? L’Assemblea generale delle Nazioni unite del 29.11.1947 decise con la risoluzione 181 (II) la suddivisione di quei territori mediorientali tra la popolazione ebraica e quella araba. Tale suddivisione è controversa ancora oggi. Molti Paesi islamici non riconoscono la nascita e il diritto di esistere dello Stato di Israele. Nei territori palestinesi agisce, da parte sua, un’organizzazione statale, vi sono partiti politici, un parlamento e un Governo, si tengono elezioni. Tale organizzazione intrattiene da tempo relazioni con altri Paesi. La suddivisione del territorio è stata legittimamente decisa a livello internazionale, sebbene il tracciato originario delle frontiere sia profondamente mutato, dopo le numerose guerre combattute nella regione. Nonostante questo, la Palestina viene solo raramente definita «Stato» e si esita a riconoscerla esplicitamente come tale. Per ragioni politiche, normalmente dipendenti dalla volontà di non turbare le relazioni con lo Stato di Israele, gli Stati uniti e la maggior parte dei Paesi occidentali non parlano di «Stato palestinese» ma solo di «territori palestinesi.»

Questa contraddizione è sempre meno sopportata dalla comunità internazionale. Negli ultimi mesi e anni la Palestina è stata esplicitamente riconosciuta come Stato da numerosi Governi. L’ultimo Paese in ordine di tempo che si è riferito alla Palestina come «Stato» e ha siglato con essa un trattato, riconoscendone così anche la soggettività giuridica, è la Città del Vaticano, che, per le sue dimensioni territoriali ed economiche, può apparire insignificante. Tuttavia, usando il termine «Stato palestinese» in trattati e dichiarazioni ufficiali, l’intera Chiesa cattolica prende, sullo status di quei territori contesi, in una regione di enorme significato simbolico per le tre grandi religioni monoteiste, una posizione di portata storica, che non ha solo valore politico.

Il sorgere di uno Stato è un processo delicato del diritto internazionale, che poggia su elementi oggettivi e soggettivi e normalmente è coronato dall’ammissione alle Nazioni unite. Anche il corretto uso linguistico ha un ruolo decisivo. Purtroppo, i media e le istituzioni spesso non si mostrano coerenti. L’espressione «Stato islamico» si è imposta e ormai viene utilizzata senza virgolette o altri aggettivi che rendano attenti lettori e ascoltatori sul fatto che, per la comunità internazionale, l’esistenza di tale «Stato» non è reale. L’offensiva attuata dall’«ISIS» sul piano della comunicazione, utilizzando le più moderne tecniche del marketing, purtroppo ha avuto successo. A proposito della Palestina, molti elementi oggettivi attestano l’esistenza effettiva di uno Stato, ma, per opportunismo politico, molti Governi rinunciano ancora a usare questo termine.

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La scelta della parola giusta dipende da un insieme di fattori. La decisione può non essere facile, nei casi dubbi. In circostanze pubbliche o ufficiali, ma anche in ambienti diplomatici ed economici, una definizione errata può avere serie conseguenze. | >Originale in lingua tedesca

 

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