Situazione in Italia (non sono opinioni)

Pisa, torre pendente | | © Davide Ragusa
Pisa, torre pendente | | © Davide Ragusa

Se il Capo dello Stato non ritiene adeguato un ministro, di cui si assumerebbe la responsabilità, rifiuta di nominarlo, ponendo un limite legittimo alla sovranità popolare. E’ già successo più volte. Nel 1922, il Re poteva impedire la nomina di Mussolini a capo del Governo, ma non lo fece. Sappiamo come finì. E’ inammissibile parlare di colpo di Stato o messa in stato d’accusa del Presidente.


 

Premessa necessaria: quelle che seguono non sono opinioni, ma dati oggettivi su alcuni punti emersi in queste ore.

Altri Paesi e poteri condizionano chi diventa ministro in Italia – Sì, è giusto così, perché, a sua volta, ciò che accade in Italia condiziona ciò che succede in altri Paesi, particolarmente in economia. «Globalizzazione» significa che l’economia di ogni Paese del mondo dipende da quella di tutti gli altri, vicini e lontani. Non si può non tenere conto di cosa pensano gli altri. Ciò vale a maggior ragione per un Paese fortemente indebitato verso l’estero, come l’Italia.

E’ colpa dell’Unione europea se è così – No, la globalizzazione dipende dal progresso tecnologico, dalla caduta dei regimi comunisti e da altri fatti accaduti particolarmente dalla fine degli anni Ottanta in poi. Se non ci fosse stata l’Unione europea, sarebbero accaduti lo stesso e saremmo comunque tutti interdipendenti. Non ci piace? Pazienza, questo è il mondo del 2018, impariamo a gestirlo.

Non siamo più liberi di decidere a casa nostra – Mettiamoci bene in testa che la piena sovranità esterna dei singoli Stati oggi non esiste più. Gli unici Stati che possono ancora esercitare una (quasi) piena sovranità, oggi, sono quattro: Stati uniti, Russia, Cina e India. Gli altri 196 o si mettono insieme in qualche forma o non contano più nulla. L’Unione europea è l’unico strumento con cui Paesi come Italia, Francia o Germania possono ancora contare qualcosa. Per lo stesso motivo, gli Stati africani si sono uniti nell’Unione africana, quelli del Sud America nel Mercosur e così via, formando associazioni sul modello dell’Unione europea che si stanno facendo sempre più strette, altrimenti quegli Stati spariscono. Questo comporta una cessione di sovranità alle istituzioni comuni: va bene così, a breve dovrà esserne ceduta ancora di più. In Europa c’è un Parlamento eletto dai cittadini (anche dagli italiani) che decide e vigila sulle questioni comuni, non è una dittatura. L’Ue ha tanti difetti, ma si possono correggere.

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Se l’Italia esce dall’Ue può allearsi con gli avversari dell’Europa: Russia, Cina, Stati uniti… – No, l’Italia non sarebbe alleata di quelle potenze, ne sarebbe schiava, senza alcuna voce in capitolo nei loro governi. La Russia è sempre più prepotente, la Cina ha un’aggressività economica senza precedenti e non possiamo più fidarci nemmeno degli Stati uniti, né come partner commerciale né come alleato di difesa. Quanto all’India, gli italiani ripensino al «caso Marò.» In Italia si brancola nel buio e si spera di navigare a vista da soli. Solo una profonda ignoranza del mondo può far credere a politici ed elettori incauti che l’uscita dall’Ue e dall’euro garantirebbe più autonomia e prosperità.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Ma la Danimarca non ha l’euro e la Svizzera è fuori dall’Ue, e stanno bene – Formalmente la Danimarca non ha l’euro, ma la sua piccola valuta non può oscillare più del 2.5% rispetto all’euro, altrimenti esce dal sistema europeo, la sua autonomia valutaria, perciò, è una mera finzione politica. La Svizzera è fuori dall’Ue ma saldamente integrata nel mercato comune e nella zona Schengen. La Banca nazionale, da parte sua, opera ogni giorno per tenere il franco svizzero legato quanto più possibile all’euro, altrimenti diventa impossibile commerciare con i Paesi vicini. Rendiamoci conto che in un sistema globalizzato la totale indipendenza non esiste.

Ma Paolo Savona era tanto male? – Un curriculum irreprensibile, ma se si ascoltano le sue innumerevoli interviste, facilmente reperibili in Rete, si ringrazia Iddio che gli sia stata negata la possibilità di sperimentare i suoi piani A e piani B sulla pelle degli italiani e degli europei. Ha commesso, inoltre, tre errori gravi, in questi giorni. 1) Si è dimesso da una carica europea motivando le dimissioni con «l’assunzione di un importante incarico istituzionale in Italia,» ossia dando per certo a priori che il Presidente della Repubblica lo avrebbe nominato ministro; 2) Visti i dubbi intorno al suo nome, aveva in mano la chiave per impedire l’impasse: ritirare la sua disponibilità a diventare ministro, aprendo così il confronto su un altro nome e mostrando attenzione per le sorti del suo Paese, ma non lo ha fatto; 3) Ieri ha diffuso un comunicato conciliante, pensando ingenuamente che ciò bastasse a smentire un atteggiamento che lo ha reso noto a livello internazionale, da anni, come fautore dell’uscita dell’Italia dall’euro e credendo che il Capo dello Stato si sarebbe fatto convincere da questa mossa. E’ bene che Savona rimanga a casa.

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E’ un complotto, il Presidente aveva già in tasca il nome di Cottarelli – Certamente Mattarella aveva già in tasca il nome alternativo, perché doveva pur considerare l’eventualità che le trattative fallissero e avere un nuovo nome da indicare immediatamente, per rassicurare la comunità internazionale, particolarmente quella economica, senza far passare altri giorni di incertezza.

Ma allora votare a cosa serve, se il Presidente decide tutto? – Il Presidente non decide tutto, ma nemmeno il popolo. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (Costituzione, art. 1). Fra le attribuzioni del Presidente della Repubblica vi è la nomina dei ministri su proposta del Presidente del consiglio incaricato. Se il Capo dello Stato non ritiene di accettare la proposta di un certo ministro, di cui si assumerebbe la responsabilità di fronte alla Nazione, la rifiuta, ponendo così un limite legittimo alla sovranità popolare, perché intravede dei pericoli. E’ già successo più volte, in passato, che il Presidente ritenesse inadeguato un candidato ministro. In questi casi, semplicemente, chi forma il Governo propone un altro nome: ciò che non è mai successo è che i partiti della maggioranza abbiano rinunciato a proporre un’alternativa, causando lo stallo istituzionale. La colpa, perciò, non è certamente del Presidente della Repubblica. Nel 1922, il Re aveva i poteri per impedire la marcia su Roma e la nomina di Mussolini a capo del Governo. Cedette alla situazione e non li usò. Mussolini formò il Governo, sostenuto da ampio favore popolare, tanto che il suo treno arrivò a Roma in forte ritardo, trattenuto alle stazioni da schiere di cittadini che inneggiavano al futuro Duce. Come finì lo sappiamo. La situazione di oggi è diversa, ma i tratti personali, politici e comportamentali di alcuni leader protagonisti di questa fase, oltre all’atteggiamento di parti non trascurabili della popolazione, sono molto simili a quelli del 1922.

In questi giorni e soprattutto in queste ore si è vista funzionare a meraviglia come mai prima d’ora, in Italia, una cosa, una volta tanto: il ruolo di garanzia affidato dai Costituenti al Presidente della Repubblica. È una fortuna che la carica sia ricoperta da un costituzionalista di prim’ordine, che, a differenza di altri, sta facendo esattamente ciò che la Costituzione gli dice di fare, lasciato solo da forze politiche (tutte) prive di idee e di uomini all’altezza dei tempi, nonché da una parte di cittadinanza largamente ignara delle regole e dei ruoli che garantiscono la sua stessa libertà.

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L’aspetto più impressionante di questa situazione è l’impreparazione di coloro che parlano e scrivono attaccando le più alte istituzioni dello Stato. Si può accettare, obtorto collo, che le persone senza grande istruzione non conoscano i dettagli delle procedure costituzionali, ma è inammissibile che persone istruite, giornalisti e capi di partito parlino di colpo di Stato e di messa in stato d’accusa del Presidente. Sovranità popolare non significa dittatura popolare. La storia del Novecento dovrebbe avercelo insegnato, se solo la si studiasse.

| Un approfondimento specifico sulla questione della mancata nomina del ministro e il ruolo del Capo dello Stato >qui.

4 commenti

  1. Francesco Toscano

    Caro Lovisolo, paragonare la marcia su Roma alle regolari elezioni democratiche e costituzionali del 4 marzo 2018 mi pare quantomeno inopportuno. Sono convinto che la sua intelligenza e cultura la indurranno a riconsiderare questo accostamento. Con stima (un po’ ridimensionata, in verità).

    Francesco Toscano, Catania

    • Buongiorno,

      Il paragone non si riferisce alla situazione storica, che, come ho anche precisato nell’articolo, è oggi diversa da allora. L’esempio intende illustrare quali gravi conseguenze può avere il non compiuto esercizio dei poteri del Capo dello Stato (allora il Re, oggi il Presidente) nella formazione di un nuovo Governo. Tali poteri e le loro conseguenze sono oggi non molto diversi da quelli che erano nel 1922. Se il Re non avesse ritirato il decreto di proclamazione dello stato d’assedio (che aveva firmato e poi inspiegabilmente revocato) e avesse scelto un diverso Capo di Governo o convocato nuove elezioni, la Storia poteva andare diversamente. Era in suo potere farlo, ma non lo fece. Un processo simile, sebbene in un contesto completamente diverso, avvenne 11 anni dopo in Germania, quando il vecchio e malato Presidente Hindenburg acconsentì a nominare Cancelliere del Reich Adolf Hitler, votato dal 33% dei tedeschi. Oggi, Mattarella, in una situazione storicamente diversa ma istituzionalmente analoga, ha invece esercitato appieno le sue attribuzioni, tirando il freno dinanzi a una situazione che presentava troppe anomalie.

      Quanto alle elezioni, è appena il caso di ricordare che il Parlamento del Regno d’Italia che nel novembre 1922 votò la fiducia a Mussolini, gettando l’Italia nelle braccia del fascismo, era stato eletto in libere elezioni poco più di un anno prima, nel giugno 1921. In quel Parlamento democraticamente eletto Mussolini fu votato da un’amplissima maggioranza, formata da insospettabili partiti cattolici, sociali e liberali. Non solo: frotte di cittadini italiani accorsero entusiasti a salutare Mussolini lungo il percorso ferroviario da Milano a Roma, la notte in cui si recò a ricevere la nomina a Capo del Governo, felici di aver trovato il loro nuovo eroe. Il resto è storia conosciuta. La libertà delle elezioni e la voce del popolo sembrano, ogni tanto, non essere garanzia di infallibilità. Cordiali saluti. LL

  2. Salve Luca,

    Nella sua analisi manca un punto: «A che cosa serve votare, se tanto bisogna sempre accontentare i mercati e non si può criticare l’euro?» Tra l’altro, io devo ancora trovare un vantaggio dell’euro per gli italiani, oltre a quello di non dover cambiare i soldi quando si va nel resto dell’Eurozona. E perché dei «mercati» e dei parametri si è cominciato a parlare solo nel 2007/8? Io non dico che non bisogna cooperare a livello internazionale, ma neanche essere schiavi dei mercati per avere liquidità. Un ultimo punto: sono Francia e Germania con le loro iniziative in politica estera (giuste o sbagliate che siano) a sottolineare la debolezza della Ue unita sul piano internazionale, non certo i partiti c.d. «populisti.»

    Un caro saluto, la leggo sempre volentieri alla guida della Trabant.

    • Buongiorno Fausto,

      I vantaggi dell’euro per l’Italia sono tanti, prevalgono sugli svantaggi e vanno ben oltre la praticità di non dover cambiare valuta all’aeroporto. Uno solo fra i tanti: i tassi di interesse oggi sarebbero un multiplo, senza euro, con conseguenze su mutui e tutto il resto. Che i governi italiani non abbiano saputo coglierli, è una verità. Dei parametri si parlava anche prima del 2007/8, ma in quegli anni, complice la nota crisi economica, i fondamentali italiani si sono sempre più distanziati dagli altri e l’Italia ha cominciato a fare storia a sé, questo non per «colpa dell’euro» ma per la sostanziale incapacità dei governi italiani di cogliere subito la nuova valuta come occasione di risanamento dei bilanci, approfittando invece dei bassi tassi di interesse sull’euro per contrarre nuovo debito, anziché ridurlo.

      L’Italia non è «schiava» dei mercati: ha una dipendenza verso coloro che le imprestano soldi ogni giorno per sopravvivere. Non si tratta solo di procurarsi liquidità, ma di garantire l’esistenza stessa dello Stato e il suo funzionamento, purtroppo. Se vuole liberarsi di questa dipendenza, l’Italia deve risanare il bilancio o, quanto meno, fare politiche economiche riconoscibili, nominare ministri credibili e dare prova di coerenza verso questo obiettivo. Questo è l’unico modo per liberarsi dalla «schiavitù» e l’interesse primario di ciò è degli italiani, prima che degli europei o di altri.

      Senz’altro sarebbe opportuno che l’Ue assumesse un’iniziativa estera comune, ma i tempi non sono maturi e al momento alla testa dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza c’è, come si vede, una persona che sembra inadatta a svolgere un ruolo di maggiore propulsione. Quanto ai partiti «populisti,» tranne che per scagliarsi contro l’Unione europea, sono tutti, non solo quelli italiani, accomunati dalla totale assenza di idee in fatto di relazioni internazionali. Stamattina scrivevo su Trabant che alla Conferenza di Parigi sulla Libia l’Italia sarà presente. Dovrei già correggermi, perché poco fa ho appreso che da Roma nessuno andrà a Parigi. A discutere con gli altri le sorti di un Paese di vitale importanza per l’Italia (oltre che ex colonia) sarà l’ambasciatrice italiana a Parigi, una rispettabile signora che tuttavia non potrà far altro che assicurare una presenza formale. A queste condizioni, l’Italia non ha alcun diritto di lamentarsi, se altri le strappano di mano il timone delle situazioni internazionali più vitali. Non so se sia vero e non voglio nemmeno approfondire, data l’insulsaggine, ma sembra che qualcuno a Roma si sia lamentato con Parigi perché la conferenza sulla Libia sarebbe stata organizzata in una data non gradita. Lasciare agli altri l’iniziativa e poi lamentarsi persino delle date non sembra la condotta di un Paese che ha a cuore il proprio ruolo internazionale, se non al momento di piagnucolare. Cordiali saluti e grazie per l’apprezzamento. LL

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