Ancora sulla situazione in Italia

Roma, mounenti in caduta libera | © Vek Labs
Roma, monunenti in caduta libera | © Vek Labs

Il fatto che il Capo dello Stato italiano non abbia accettato la proposta di Paolo Savona, alla carica di ministro dell’economia, costituisce un atto di ingerenza nell’indirizzo politico del Paese, contrario alla Costituzione? Durante le consultazioni il Presidente ha riconosciuto la questione che si rivela sempre più come nocciolo della controversia. Vediamo perché.


 

Dopo aver spiegato lunedì (>qui) perché la condotta del Presidente della Repubblica italiana è stata costituzionalmente corretta, rispondo ora separatamente a questo quesito, che è contestuale ma di natura diversa: il fatto che il Capo dello Stato non abbia accettato la proposta di Paolo Savona, alla carica di ministro dell’economia, costituisce un atto di ingerenza nell’indirizzo politico del Paese? La risposta è no, per i motivi seguenti.

Durante le consultazioni, il Capo dello Stato ha riconosciuto la questione che ormai, con il passare delle ore, si rivela sempre più come nocciolo della controversia: dietro le dichiarazioni di facciata e il «contratto» di coalizione, la vera intenzione dei due partiti formanti la potenziale maggioranza parlamentare era far uscire l’Italia dall’euro. Sul perché alcune parti di società italiana insistano su questo obiettivo, scriverò separatamente sul mio blog, poiché il tema richiede una risposta articolata. L’uscita dell’Italia dall’euro ed eventualmente dall’Ue, però, non è stata oggetto della campagna elettorale e di attenta valutazione, come ha sottolineato lo stesso Presidente in un passaggio chiave del suo discorso di domenica sera.

Al contrario: le due formazioni politiche, per captare la benevolenza degli elettori, spaventati, a ragione, da esplicite dichiarazioni di uscita dall’eurozona, si sono, come noto, improvvisate europeiste, con l’intento di attuare il loro piano successivamente. Paolo Savona è forse l’unico economista italiano con un curriculum e una personalità forti che sostenga l’opportunità dell’uscita dall’euro per l’Italia e abbia la presenza scenica per attuare questa tesi. Ogni altro economista di vaglia si rifiuterebbe, magari lo direbbe a parole ma finirebbe col piegarsi all’evidenza, lui no. Per convincersene, si ascoltino le sue interviste, si guardi la sua bibliografia e si leggano le memorie di coloro che lo hanno conosciuto.

Cambiare valuta non è una comune scelta di indirizzo politico, lo stesso può dirsi dell’eventuale uscita dall’Unione europea. Gli ultimi cambi di valuta, in Europa, sono avvenuti (e nemmeno in tutti i Paesi) dopo il disastro della seconda Guerra mondiale, poi dopo la caduta del comunismo a Est, con l’adozione del marco occidentale sul territorio della Germania orientale nei mesi precedenti la riunificazione, e negli Stati sorti dallo scioglimento dell’Unione sovietica, della Jugoslavia e della Cecoslovacchia. Cambi di valuta avvengono relativamente spesso nelle economie deboli dell’America latina, per ovviare artificialmente a inflazioni catastrofiche o tentare un’improbabile parità con il dollaro.

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Ciò per dire che un cambio di valuta avviene in circostanze eccezionali: ricostruzione da disastri bellici, secessioni o annessioni territoriali, recupero da crisi economiche pesantissime. Non è una scelta di politica ordinaria. Il grande successo dell’introduzione dell’euro è stato proprio l’aver eseguito un cambio di valuta in tempo di pace, senza eventi traumatici precedenti, con conseguenze minime sulla vita dei cittadini. Vi furono episodi di aumento di prezzi o altre difficoltà transitorie, soprattutto in Paesi (come l’Italia) che non seppero gestire tali conseguenze e approfittare subito del calo degli interessi regalato dalla nuova moneta, ma non furono nemmeno paragonabili ai traumi normalmente connessi ai cambi di valuta.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Sembra diffusa la convinzione che cambiare valuta significhi ridenominare i conti correnti, cambiare e coniare (a volontà) nuove monete e banconote e metterle in circolazione. Non è così. Soprattutto se il cambio avviene da una posizione di forza (zona euro) a una posizione di debolezza (nuova lira) e in un Paese fortemente indebitato, come sarebbe il caso per l’Italia, l’atto mette seriamente a rischio l’esistenza dello Stato come lo conosciamo oggi. Non bisogna lasciarsi distrarre dalle tesi dei teorici, anche se sono celebri economisti, apprezzabili nella loro materia, poiché questi hanno l’abitudine di sottovalutare gravemente le potenziali conseguenze sociali e politiche dei loro modelli matematici.

I rischi sono l’insolvenza pubblica, l’aumento smisurato dei prezzi delle importazioni che crea difficoltà di approvvigionamento, con conseguenti disordini sociali, perché questo avviene, quando la popolazione non riesce più a fare il pieno di benzina, a comprare lo zucchero e altri beni d’importazione di prima necessità. La gente comincia a scendere in piazza e a gettare pietre. Si scivola nell’autoritarismo, perché gli elettori, se già avevano votato governanti irresponsabili, ne voteranno di ancora peggiori, è inutile illudersi che il disastro li faccia rinsavire («fateli governare, faranno un disastro e non li voterà più nessuno:» no, non funziona così).

Questo non è terrorismo psicologico. I rischi sono questi e non c’è neppure un precedente storico su cui confrontarsi: mai nessuno è uscito dall’euro, e, come se non bastasse, non si possono neppure stimare quali sarebbero le conseguenze sugli altri Paesi dell’eurozona, se non, ancora una volta, in base a modelli teorici tutti da verificare. Il Prof. Savona stima, in caso di uscita dell’Italia dall’euro, una svalutazione immediata del 20% della nuova valuta italiana, ma è una sua stima teorica. Non può dire, perché neppure lui ha la sfera di cristallo, cosa succederebbe poi. Se l’Italia esce dall’euro e precipita, come reagiranno banche e cittadini tedeschi, francesi e internazionali che non rivedranno i soldi che hanno imprestato all’Italia sotto forma di titoli di Stato e di azioni di imprese italiane? E’ uno scenario nero, potrebbe non avverarsi in queste proporzioni, ma se si avvera è la fine. Non ci sono certezze, è vero, ma il rischio è talmente grande e prossimo alla certezza da sconsigliare in ogni modo di correrlo, a qualunque costo.

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Non vale l’argomento secondo cui il Capo dello Stato avrebbe dovuto nominare Paolo Savona e poi contrastare suoi eventuali provvedimenti inadeguati negando la firma alle singole leggi. Il Presidente sa benissimo che un ministro dell’economia sbagliato rovina un Paese anche senza emettere nemmeno un provvedimento, con la sua sola presenza, se è noto come persona dalle condotte non calcolabili. Coloro che imprestano soldi ogni giorno allo Stato italiano per farlo sopravvivere (non li chiamo «mercati» perché così si capisce meglio cosa vuol dire) perdono la fiducia nella possibilità di vederseli un giorno restituire, e chiedono interessi sempre più alti o si ritirano.

E’ vero che la fiducia è calata lo stesso, in queste ore, per effetto dell’incertezza, con conseguente aumento degli interessi («spread») che l’Italia deve pagare per invogliare chi ha soldi («investitori») a imprestarglieli. Si può immaginare cosa sarebbe successo, però, se alla poltrona dell’Economia sedesse oggi un ministro che da anni postula l’abbandono dell’euro, mostrando per giunta di sottovalutare le conseguenze di tale atto. Al posto di Paolo Savona poteva essere nominato un ministro appartenente allo stesso schieramento euroscettico, ma più aperto al dialogo: sarebbe bastato, e il Presidente avrebbe accettato. Non si è voluto.

Si afferma che la condotta del Capo dello Stato incoraggerebbe la vittoria di schieramenti euroscettici e populisti alle prossime, vicine elezioni. Non è inevitabile. Le altre forze politiche hanno ora l’opportunità di offrire agli elettori una proposta alternativa, ragionevole e capace di futuro. Sta a loro cogliere questa opportunità. Il commissario europeo Günther Oettinger ha fatto ieri una dichiarazione inopportuna nei tempi e nei modi, tradotta approssimativamente, che contiene però una verità: un elettore consapevole, nel scegliere il partito a cui dare il proprio voto, non può non tenere conto della situazione debitoria del suo Paese, poiché il benessere suo e dei suoi cari dipende dal buon assetto economico dello Stato in cui vive. Se lo Stato non ha mezzi e non può più prenderne in prestito perché è già troppo indebitato, non può creare un contesto favorevole alla crescita e alla creazione di posti di lavoro. Per molti, questa relazione non è immediatamente comprensibile, purtroppo.

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L’uscita dell’Italia dall’euro non è una qualunque scelta di indirizzo politico. Nel momento storico attuale e alle condizioni date è un concreto pericolo per la Repubblica. Per questi motivi, la decisione del Capo dello Stato di rifiutare un ministro in cui ha riconosciuto la volontà di attuare questo progetto, dietro le rassicuranti ma posticce dichiarazioni dei partiti suoi sostenitori, non è un’ingerenza politica, ma un atto di garanzia dell’ordine costituzionale, proprio del suo ruolo. Gli italiani gliene dovrebbero più gratitudine di quanta se ne veda in giro.

| Considerazioni finali sulla crisi italiana >qui.

2 commenti

  1. Grazie per i tre articoli che ha scritto sull’Italia nelle giornate più difficili, hanno aiutato a far chiarezza in un momento di grande difficolta, il tutto fatto con i toni giusti. Da esperto in questioni internazionali, mi piacerebbe leggere una sua analisi sulla posizione della Germania in Europa. La stampa tedesca in questi giorni ha attaccato molto l’Italia, riservandole un “trattamento greco” e in tutti questi anni ha attaccato costantemente la politica di Mario Draghi (con l’ossessione per la sua nazionalità, come lui stesso ha dichiarato). Mi piacerebbe leggere una sua analisi in proposito.

    • Gentile Ylenia,

      Grazie per l’apprezzamento. Sul ruolo della Germania non serve una lunga analisi. Le considerazioni fatte dalla stampa tedesca sono state generalmente inopportune, alcune disinformate e inutilmente sarcastiche. Ha fatto bene il Capo dello Stato italiano a stigmatizzare questa condotta con un linguaggio chiaro e in una sede insolita, quella delle consultazioni per la formazione del nuovo Governo. Leggo ogni giorno la stampa in lingua tedesca e devo dire, però, che non tutta era allineata al peggio. Ho letto un ottimo articolo sulla Süddeutsche Zeitung, ad esempio, che analizzava con molta cura la situazione dell’Italia, la relazione con gli esiti del voto e le difficoltà nella formazione dell’esecutivo. Non è stato il solo, anche se, comprensibilmente, una vignetta sbagliata fa più rumore di molti articoli ben argomentati. Purtroppo, vi è certa stampa che in Germania e altrove ama far leva sul pregiudizio verso l’Italia, per attirare click, telespettatori e acquirenti di giornali, conosciamo il meccanismo.

      Qualche tempo fa, rileggendo una serie di articoli di Helmut Schmidt sull’Europa, raccolti nel bellissimo volume Mein Europa, uscito per Hoffmann und Campe poco prima della morte dell’ex Cancelliere tedesco, ho dovuto osservare quanto le difficoltà di oggi fossero già ben presenti nelle menti dei politici degli anni Settanta. Fu la grande intesa professionale e amicizia personale che legava Schmidt all’allora Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, a fondare alcuni pilastri della cooperazione franco-tedesca che sono stati alla base dell’Europa moderna, contenendo la grandeur dei due Paesi e convogliando le loro energie nella guida del Continente. Nacque lì quello che ancora oggi chiamiamo il «motore franco-tedesco dell’Europa.» Dopo la riunificazione della Germania, sia sul lato francese sia su quello tedesco, le personalità succedutesi al comando non hanno più avuto la stessa caratura umana e politica. Ciò, come temeva e prevedeva Schmidt, ha dato la stura al dilagare delle pretese tedesche. La debolezza degli altri e il veloce, ancorché quasi inevitabile, allargamento dell’Unione europea e infine la crisi del 2008, hanno comportato ulteriore disorientamento, aprendo spazi all’iniziativa del più forte.

      La comparsa a Parigi di Emmanuel Macron sembra aver riportato sulla scena una generazione di politici capaci di un pensiero più forte e lungimirante, anche se è ancora difficile giudicare. La signora Merkel ha una personalità più prudente ed è a fine carriera, ma, se riuscirà a sintonizzarsi con il giovane Presidente francese, i ruoli potrebbero riequilibrarsi. Molto importante sarebbe una presenza qualificata dell’Italia, che, purtroppo, come vediamo, sembra volersi far largo giocando al bastian contrario. Con il nuovo Governo, salve poche eccezioni, la Penisola ha messo in campo uomini che hanno profili non paragonabili ai loro omologhi europei, sembra vivere una fase simile a quella dei Paesi dell’Est, che faticano, per ragioni generazionali, a trovare una classe dirigente all’altezza delle sfide del tempo. Per tornare alla Sua domanda, al di là di esagerazioni e sarcasmi fuori luogo, tocca sempre ricordare che l’Italia, quando è fatta segno di critiche, sembra far di tutto per andarsele a cercare. Ciò non toglie che atteggiamenti di superiorità o aperto pregiudizio, anche nei confronti di cariche istituzionali come il Governatore della Banca centrale europea, vadano rimandati al mittente senza eccezione. Cordiali saluti. LL

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