Yemen, che succede?

Moschea Al Saleh, Sanaa, Yemen | © Vladimir Melnik
Moschea Al Saleh, Sanaa, Yemen | © Vladimir Melnik

 

Lo Yemen è importante dal punto di vista geopolitico. Si trova a sud della Penisola arabica e confina per un lungo tratto di terra con l’Arabia saudita. E’ interesse di quest’ultima e di altri Paesi di orientamento sunnita nella regione che lo Yemen rimanga stabile e non cada nelle mani di forze incontrollabili, in particolare di matrice sciita. La rivolta di ribelli huti, di fede sciita, ha condotto a inizio 2015 alle dimissioni del Presidente in carica, Abed Rabbo Mansur Hadi, e ha messo in forse la tenuta delle istituzioni dello Yemen. Dall’Arabia saudita, dove attualmente si trova, il Presidente yemenita afferma ora di voler riprendere la sua carica.

L’Arabia saudita ha formato una coalizione di 10 Paesi che hanno interessi nella regione. Da alcuni giorni, parti dello Yemen vengono bombardate con forza da aerei militari di tale coalizione. Scopo degli attacchi è far arretrare i ribelli huti e rimettere in funzione le istituzioni del Paese. Dietro i rivoltosi huti vi è l’Iran, anch’esso di orientamento sciita, amico della Siria e delle componenti sciite dell’Iraq. L’Arabia saudita conta sul consenso degli Stati uniti. La lotta per il controllo dello Yemen assume una dimensione regionale, poiché tocca le relazioni tra Arabia saudita, Iran e altri Paesi intorno alla Penisola arabica. Nel contesto dell’espansione del cosiddetto «stato islamico» e dei colloqui sul programma nucleare iraniano, che vendono coinvolti Teheran, gli USA e altre potenze con diritto di veto alle Nazioni unite, il conflitto nello Yemen acquisisce una rilevanza globale.

Gli attacchi aerei in territorio yemenita sono giustificati, secondo il diritto internazionale? La Carta delle Nazioni unite, all’articolo 2, capoverso 4, sancisce un divieto esplicito di uso della forza  nelle relazioni internazionali:

I Membri [delle Nazioni unite] devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni unite.

Il divieto dell’uso della forza conosce eccezioni, tra queste il cosiddetto intervento con il consenso del sovrano territoriale: uno Stato chiede a un altro di intervenire militarmente contro terzi (ad esempio, ribelli o terroristi) sul proprio stesso territorio, per combattere tali forze, che lo Stato richiedente da solo non riesce a contrastare. Un importante presupposto di questa eccezione è che il Governo che richiede a uno Stato estero un intervento militare sul proprio territorio deve essere un Governo ampiamente riconosciuto. Molto delicato, e talvolta difficile da distinguere da questo caso, è l’intervento di uno Stato straniero in una guerra civile, anche su invito del Governo esistente sino al momento dello scoppio di un conflitto interno.

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L’operazione nello Yemen potrebbe essere classificata come intervento con consenso del sovrano territoriale. Che il Presidente e il Governo dello Yemen fossero ancora in carica, quando hanno richiesto all’Arabia saudita di intervenire, e se queste azioni del Capo dello Stato yemenita siano sostenute da Governo e Parlamento, è cosa più difficile da chiarire. Il Presidente, durante i disordini nella capitale, aveva presentato le proprie dimissioni, che erano però state respinte dal Parlamento. Successivamente, il Capo dello Stato aveva scritto una lettera al Parlamento stesso, in cui ritirava tali dimissioni. Ne è nata, nel Parlamento yemenita, una forte controversia. La comunità internazionale è orientata a riconoscere la legittimità del Presidente. Nel Paese regna attualmente il caos. Lo Stato non controlla che una frazione del proprio territorio. D’altra parte, nella capitale yemenita non si è ancora imposta un’altra forza credibile a livello internazionale. I ribelli huthi, da parte loro, affermano naturalmente che il Presidente non sarebbe più legittimamente in carica, poiché ha lasciato il Paese, e giudicano gli attacchi aerei della coalizione a guida saudita come delle aggressioni belliche.

La maggior priorità della comunità internazionale sembra essere che lo Yemen non diventi un’ulteriore testa di ponte per l’autoproclamato «stato islamico.» Non meno importante è la sicurezza del traffico marittimo all’estremità sud del Mar rosso.

In questo contesto, vi è ancora un punto che suscita riflessioni. La costruzione della coalizione intorno all’Arabia saudita e la decisione di condurre gli attacchi aerei non sono avvenute all’interno del sistema di sicurezza collettiva costituito dalle Nazioni unite. L’iniziativa è stata approvata da organizzazioni regionali, dalla Lega araba e dal Gulf Cooperation Council. Si è proceduto secondo il tristemente noto principio della «coalizione dei volenterosi,» istituto introdotto nel linguaggio delle relazioni internazionali dagli statunitensi, all’occasione della guerra irachena del 2003. Il contesto è completamente diverso, ma anche in questo caso sono stati radunati in una coalizione, nata per uno scopo preciso, dei Paesi con interessi comuni nella regione. L’ONU non ha potuto dire molto.

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Può diventare una tendenza, nel mondo multipolare di oggi, che delle organizzazioni regionali si trasformino in alleanze militari e decisori di fatto su questioni di diritto internazionale concernenti la loro regione. In questo modo ci si allontana, però, dal modello consacrato dalla Carta delle Nazioni unite, che vede nell’ONU la più alta istanza dinanzi a cui portare le controversie internazionali, particolarmente nei casi di utilizzo della forza armata. | >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore)

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