Perché l’Europa conviene, persino a chi non c’è

Qualche tempo fa, seduto in aeroporto, nell’ozio dell’attesa riassumevo mentalmente il quadro di alcuni Paesi le cui città scorrevano sul tabellone delle partenze. Destinazioni che un tempo offrivano sì e no un volo settimanale, oggi si raggiungono con voli quotidiani e anche più.

New Delhi. L’India, ex punta di diamante dell’impero britannico, con i suoi 1,2 miliardi di abitanti è tra le potenze che detengono i maggiori tassi di crescita economica mondiale. Una ricchezza mal distribuita fra la popolazione, ma che permette all’India di cominciare ad alzare la voce. Ne sa qualcosa l’Italia: da mesi due militari italiani sono sotto processo per la presunta uccisione di pescatori indiani in acque internazionali, in circostanze ancora non chiare. Nonostante l’invio di diplomatici, il denaro versato in tentativi di transazione e le strette di mano fra ministri, il sistema giudiziario indiano, compromesso con la politica e non esente da pregiudizi, continua a rinviare il caso con cavilli procedurali, concede qualche contentino senza che l’Italia riesca ad avere interlocutori sinceri né a ottenere il rientro dei due militari.

Il messaggio che arriva è: l’India non è più il Paese dei paria. E’ in grado di tenere in scacco uno dei principali Stati europei. Il rispetto delle convenzioni internazionali e delle procedure giudiziarie passa in secondo piano.

San Paolo. Brasile, altro gigante (200 milioni di abitanti) che da anni è stabilmente ai vertici dello sviluppo economico mondiale. Anche dal Brasile l’Italia è divisa da una controversia giudiziaria: la consegna di un terrorista, condannato dalle autorità italiane, al quale la giustizia brasiliana continua a offrire asilo di fatto, con una inestricabile mistura di prevenzioni ideologiche e dubbie ragioni giudiziarie. Anche in questo caso, prese di partito e prove di forza prevalgono su procedure e convenzioni internazionali fra Stati di diritto.

Il Brasile e altri Paesi dell’America latina (l’Argentina è solo un esempio) si sono lasciati alle spalle tragici decenni di dittatura militare, ciò va a loro merito. Se si scorrono i cognomi dei protagonisti della loro vita istituzionale, però, si notano tanti ritorni che sollevano almeno qualche dubbio sul cammino della loro ritrovata libertà. Le irrisolte complicità con i cartelli della droga e con la criminalità organizzata restano un’altra ombra che oscura alcuni Paesi latino-americani, che hanno un ruolo sempre più determinante negli equilibri regionali e globali, a partire dal Messico.

Mosca. Da tredici anni alla guida della Russia si succedono in tandem sempre le stesse persone, con la benedizione delle gerarchie religiose, che anche in Russia non guardano troppo per il sottile. Il Paese non ha ancora superato gli squilibri economici e istituzionali causati dalla privatizzazione selvaggia dopo la caduta del comunismo: la Russia sta crescendo rapidamente e lentamente si riassesta, ma a fianco di un manipolo di oligarchi e poche famiglie arricchite a dismisura con metodi non sempre trasparenti, oltre 140 milioni di abitanti soffrono ancora di gravi disparità.

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Nelle repubbliche ex sovietiche del Caucaso regnano, ignorate dal mondo, dittature familiari che controllano ingenti giacimenti di gas e petrolio. Non bisogna tornare molto indietro per ricordare che quando la Russia entrò in disputa con l’Ucraina sulle forniture di gas, mezza Europa rischiò di restare al freddo: un esempio efficace della nostra dipendenza da questi ingombranti colossi. Né possiamo dimenticare che Gazprom, il gigante industriale che gestisce le immense risorse energetiche di Russia e dintorni e ce le vende, non è una società qualunque. E’ un tassello degli equilibri politici interni russi e non agisce esclusivamente secondo le leggi dell’economia.

Certo, in Europa potremmo anche aprire un altro rubinetto del gas, quello del gasdotto del Nord Africa. E’ stato facile entusiasmarsi per le rivolte contro le dittature in Tunisia, Egitto, Libia. Oggi prevale la preoccupazione e forse non era imprevedibile. Gli Stati nordafricani prendono strade incerte, soprattutto per la fragile separazione fra poteri dello Stato e tra Stato e religione. Una cultura di divisione fra poteri che in Europa ha impiegato secoli a imporsi, ma in quelle terre resta una dichiarazione verbale, a volte neppure questa. In Tunisia, che tra quegli Stati era uno tra i socialmente più avanzati, in questi giorni si sta discutendo se nella nuova Costituzione si debba scrivere che uomini e donne hanno pari dignità e diritti oppure che «la donna è complementare all’uomo,» come vorrebbero le componenti religiose più estreme. La Storia sa camminare anche all’indietro.

Istanbul. La Turchia si sta allargando verso est e ha molto mitigato le sue insistenze per aderire all’Unione europea. Nell’Asia centrale, perno strategico fra Occidente e Cina, la Turchia trova Nazioni affini per lingua e religione, ricche di risorse. In quell’area può svolgere un ruolo da protagonista e soprattutto nessuno le chiede imbarazzanti garanzie sulla laicità dello Stato o sui diritti civili, che sono invece i presupposti per aderire all’Ue.

Dalla Russia alla Cina il passo è breve: basta varcare le larghe e placide acque del fiume Amur. Qui il discorso si farebbe lungo più del fiume stesso. Per abbreviarlo, pensiamo alla cronaca di questi giorni. Russia e Cina, anche di fronte ai massacri più atroci, non esitano a votare a favore del mantenimento in Siria di un regime che lancia i suoi carri armati contro i civili. Non che i Paesi occidentali siano animati solo da amore di giustizia, quando invocano la fine del regime siriano, per carità. Resta, però, che due giganti come Russia e Cina non si fanno vergogna di sostenere davanti al mondo chi sparge il sangue di un intero popolo. Sanno che la loro posizione economica e geopolitica dà loro la forza per farlo. L’Occidente, da parte sua, sa che se Cina e Russia si mettono di traverso non c’è molto da fare.

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Poche settimane fa, in Italia, il Comune di Milano ha rinunciato a conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama (che sostiene, come noto, una battaglia civile contraria agli interessi della Cina) per non compromettere gli investimenti cinesi previsti per l’Expo 2015 nel capoluogo lombardo. Un esempio su scala più ridotta, ma che per il suo valore simbolico mostra quale sia, già oggi, l’influenza delle nuove superpotenze economiche sui comportamenti dell’Occidente, esercitata peraltro a viso aperto e senza timori: provateci, ad aver da ridire alla Cina.

Questo è il quadro nel quale noi Europei siamo situati. Tutti insieme, i Paesi dell’Unione europea e la Svizzera, rappresentiamo ormai solo il 7% della popolazione mondiale. Vi è chi lamenta che in Europa la forbice tra ricchi e poveri si allarga: è vero e il problema va affrontato. Altri lamentano che non sempre lo Stato tutelerebbe adeguatamente i nostri diritti. E’ vero e la situazione va migliorata. Si dimentica però che la condizione europea resta privilegiata, rispetto a Paesi dove si calpestano senza scrupoli quei fondamenti di civiltà e diritto che in Europa abbiamo affermato con secoli di lotte contro i feudatari, le monarchie dispotiche e il potere smisurato della religione. Tutto ciò, però, non è nuovo.

Nuovo è che quei Paesi non sono più, come un tempo, lontani Stati esotici. Alcuni sono diventati potenze e offrono ormai le maggiori prospettive di export per le nostre aziende, che vendendo in Cina, Russia, India pagano gli stipendi agli operai tedeschi, italiani, svizzeri. Con Stati come Russia, Algeria o repubbliche caucasiche governate da personaggi imbarazzanti dobbiamo negoziare direttamente o indirettamente contratti di fornitura di gas e petrolio che significano elettricità e calore per le nostre case e le nostre fabbriche.

Vi è chi chiede un non meglio precisato «ritorno alla sovranità» monetaria e politica degli Stati europei. Ebbene, dovrà spiegare come faranno piccoli Stati di sessanta, settanta o ottanta milioni di abitanti (ad esempio Italia, Francia, Germania, Spagna), molti in crisi e con valute nazionali che oscillerebbero a ogni alito di vento, a negoziare da soli con colossi di centocinquanta, duecento, milleduecento, millequattrocento milioni di abitanti (ad esempio India, Russia, Cina) in piena espansione economica e che non si fanno scrupoli ad abbattere le già poche certezze del diritto internazionale, lasciando regolare il gioco da ideologie e prove di forza. Qualche esempio di cosa sta già accadendo è stato citato sopra e dovrebbe bastare a farsi un’idea. Persino i Tedeschi, dietro la loro grandeur apparente, sanno che la loro forza negoziale verso Russia o Cina, senza l’Unione europea, li condannerebbe al ruolo di gregari.

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E’ bene non illudersi che i Paesi europei conserverebbero a lungo le conquiste che permettono a tutti noi il nostro attuale standard di libertà civili, se economicamente, giuridicamente ed energeticamente cadessero sotto l’influenza di Paesi molto forti e che non hanno assimilato nella loro cultura i valori che noi ci siamo conquistati nei secoli. L’unica possibilità è che gli Europei agiscano uniti: mezzo miliardo di cittadini dell’Unione europea, della Svizzera e altri Stati nella sfera dell’Ue e dell’AELS hanno culture e tradizioni nazionali da rispettare e problemi da risolvere, ma almeno si riconoscono tutti in un’idea di Stato di diritto e di centralità della persona che, bisogna ricordarlo, altre civiltà non lontane da noi ignorano e hanno tutto l’interesse a continuare a ignorare.

Quando fu fondata, l’Unione europea (allora Comunità) aveva lo scopo di garantire la pace nel Continente, obiettivo per nulla scontato e ancora attuale, visti i precedenti. Oggi l’Unione europea ha un compito in più, che Adenauer, De Gasperi e Schumann forse non immaginarono, quando fecero il primo passo verso l’integrazione europea. A quel tempo la centralità dell’Occidente era fuori discussione. Oggi, non più. All’Europa spetta così di garantire ai suoi cittadini non solo la prosperità economica, ma anche la resistenza di quei valori fondamentali di civiltà che sono frutto specifico della lunga e difficile storia europea.

Il prezzo da pagare, per mantenere e rafforzare queste garanzie, potrebbe essere alto, soprattutto per i popoli del Sud Europa, che per decenni hanno sostenuto con il loro voto governanti che hanno sperperato ricchezze e indebitato gli Stati portandoli sull’orlo del fallimento. Un prezzo elevato, ma che, se si guarda al mondo che ci circonda e preme urlante sulle frontiere del nostro continente, conviene prepararsi a pagare senza fare troppe storie.

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