Lettera aperta al direttore de «La Stampa»

Egregio direttore,

A tre mesi esatti dal referendum con il quale gli Svizzeri hanno approvato la reintroduzione delle quote che limitano l’immigrazione per i cittadini Ue/AELS, tra i quali gli Italiani, sollevo lo sguardo dalle tristi vicende ucraine e torno un momento su un articolo che avevo letto in quei giorni sull’edizione Internet del Suo quotidiano. La mia famiglia legge La Stampa da sempre: emigrato in Svizzera dal Piemonte, ho conservato l’abitudine, ma ogni tanto mi riserva qualche delusione.

Il 9 febbraio 2014, sull’edizione Internet de La Stampa compare tutt’ora questo articolo (>qui). A questo testo, animato non si sa se da prevenzione personale o da disinformazione, merita dedicare qualche appunto.

Tralasciando alcuni dettagli che su un quotidiano nazionale pur non si dovrebbero sbagliare (la «Lega ticinese» si chiama in realtà «Lega dei Ticinesi» e l’UDC non è un partito di «nazionalisti,» glielo dice uno lontanissimo da quelle posizioni), da straniero che in Svizzera vive e lavora posso escludere che questo Paese sia o creda di essere un «regno del Bengodi.» Gli unici a esserne convinti, caro Direttore, sono molti Italiani, che vengono qui a cercare improbabili fortune a buon prezzo, spesso con un imbarazzante seguito di sbruffonaggine, auto che non si fermano alle strisce pedonali e la strana convinzione che qui si possa fare tutto ciò che in Italia è vietato, compreso lavorare in nero come artigiani indipendenti.

Il lavoro degli Italiani in Canton Ticino fornisce sì prestazioni di qualità, ma quello che nell’articolo viene superficialmente definito «prezzo concorrenziale» è un problema reale, per chi vive qui. Gli Svizzeri che non trovano lavoro o vengono addirittura licenziati per essere sostituiti da personale italiano, che accetta stipendi inferiori, ci sono. Buona parte delle imprese italiane che vengono a installarsi in Canton Ticino, per fuggire dal caos della Penisola, assumono personale dall’Italia, lasciando sul territorio che le ospita poco o nulla. Il numero di «padroncini» e artigiani che entra in Svizzera e si mette semplicemente a lavorare in nero, senza permessi e senza iscrizioni, a prezzi stracciati poiché non paga imposte, IVA e assicurazioni sociali, è ormai fuori controllo. Questa non è lecita e sana concorrenza.

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Quanto poi al fatto che la vittoria del «sì» in Canton Ticino con percentuale molto maggiore della media nazionale sia la prova che «noi Italiani non godiamo di grandi simpatie in Svizzera, specialmente in quella più prossima:» ebbene, mi creda, non è proprio questione di simpatie. I problemi esistono, sopra ne ho citati alcuni. Ci aggiunga l’intasamento ormai insostenibile di strade e autostrade nelle ore di punta, causato dai frontalieri. Ci aggiunga che qui, grazie alle facilitazioni della libera circolazione, ci siamo ritrovati degli Italiani che nel loro (nostro) Paese erano all’attenzione delle Procure antimafia, ma in Canton Ticino vivevano indisturbati con i sussidi sociali. Avrà un’idea abbastanza precisa delle motivazioni per le quali in Ticino il «sì» ha vinto con tale preponderanza. I Ticinesi sanno benissimo che i lavoratori stranieri, in particolare quelli italiani, sono essenziali per la prosperità di questo territorio. Chi vive qui da straniero e conosce la realtà, Le assicuro, non registra particolari antipatie. Hic manebimus optime.

E dire che di osservazioni da fare ce ne sarebbero, volendo far bene le cose. Se è vero che gli Italiani possono venire a lavorare in Svizzera, gli Svizzeri potrebbero lavorare in Italia. Mentre la burocrazia svizzera è molto leggera, sanno i Suoi lettori che quella italiana, con i suoi tempi e le sue macchinosità, rende di fatto impossibile attuare questa reciprocità, che molti qui sarebbero ben disposti a utilizzare? Peggio: l’Italia sa benissimo che la reciprocità non funziona per colpa sua, ma non muove un dito per togliere gli ostacoli. La libera concorrenza, anche sul mercato del lavoro, funziona se è libera per tutti.

Si potrebbe anche dire, se si conoscesse la materia, che la Svizzera ha commesso i suoi errori. Il Consiglio di Stato ticinese (il Governo del Cantone) ha più volte presentato al Consiglio federale (il Governo della Confederazione) e al Parlamento nazionale i problemi che gli accordi di libera circolazione comportano sul territorio ticinese. Ha proposto anche soluzioni concrete sul piano amministrativo: inasprimento dei controlli, richiesta di maggiori documentazioni, superamento di procedure troppo semplificate. A Berna gli allarmi sono rimasti inascoltati, per quella sufficienza con la quale dal resto della Svizzera, specie da quella tedesca, si guarda alla Svizzera italiana. Alcune politiche di incoraggiamento al trasferimento in Svizzera di imprese straniere, poi, probabilmente non hanno tenuto conto dei limiti oggettivi del territorio. Infine, c’è il problema della qualificazione: certi profili professionali, al momento, bisogna farli venire per forza da fuori, perché qui, in passato, forse non si è investito abbastanza in formazione su alcune materie.

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Oggi, quegli stessi ministri che chiusero le orecchie ai reclami del Ticino devono scervellarsi per negoziare con l’Unione europea una via d’uscita, se la si troverà. A tre mesi dal referendum emerge sempre più quanto sia difficile, ma tant’è. Un recente studio sul risultato della votazione ha sortito che il 90% dei votanti era consapevole dei rischi che la vittoria di un «sì» avrebbe comportato nei rapporti politici ed economici con l’Unione europea, dunque non ha «votato di pancia,» come si legge nell’articolo comparso sul Suo giornale, e per saperlo non c’era bisogno di attendere questo studio. Se si vuole analizzare seriamente il voto del 9 febbraio, gli argomenti non mancano, basta volerlo, e c’erano già il giorno stesso. Non c’è nemmeno bisogno di imparare una lingua straniera, per seguire ciò che accade in Canton Ticino.

Già, il Canton Ticino: dovrebbe preoccuparsi esattamente del contrario. Confinando con due delle regioni potenzialmente più dinamiche d’Europa (Lombardia e Piemonte), dovrebbero essere i Ticinesi a temere che l’Italia sottragga loro le forze lavoro migliori. Accade invece, curiosamente, l’inverso: dall’Italia, settimo Paese più industrializzato del mondo, sessantamila persone premono ogni giorno per venire a lavorare in un Cantone grosso come un quartiere di Milano, che sì, in Lugano ha la terza piazza finanziaria svizzera, ma per tutto il resto ha una storia sostanzialmente contadina, e dal quale un secolo fa gli Svizzeri emigravano verso l’America per povertà, esattamente come gli Italiani emigravano dalle loro regioni. Da questa parte della frontiera, caro Direttore, c’è un Paese che avrà i suoi difetti, ma ha saputo cogliere le sue opportunità. A sud, invece, ce n’è uno, nel quale per fortuna o purtroppo son nato, i cui cittadini, per lavorare, devono ancora mettersi in coda ogni mattina alla dogana.

Non è il momento di scherzare sulle questioni internazionali, caro Direttore. Ciò che sta accadendo in Ucraina ci sta riportando bruscamente a un mondo in cui l’orologio del diritto internazionale è arretrato di un secolo. I movimenti nazionalisti (quelli veri) raccolgono voti con argomenti che fanno accapponare la pelle. Usciti di scena i Valéry Giscard d’Estaing, gli Helmut Schmidt, i Jacques Delors, gli Helmut Kohl e gli Altiero Spinelli, oggi i popoli votano a governarli un numero crescente di tribuni senza né arte né parte. A me, questo scenario ricorda qualcosa di un vicino passato, ma preferisco credere, con Karl Popper e Hans-Georg Gadamer, che la Storia non serva a predire il futuro. A farci pensare, però, sì.

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La costruzione europea – il cui scopo, non dimentichiamolo, è il mantenimento della pace e della prosperità in Europa – non ha mai vissuto un periodo di così scarsa considerazione presso i suoi cittadini. La Svizzera, formalmente, non fa parte dell’Unione europea, ma il suo destino è legato a quello del Continente. Ce n’è abbastanza per convincersi che nessuno può permettersi analisi superficiali e disinformate, di fronte a un referendum sulla libera circolazione delle persone in Europa, come quello del 9 febbraio.

Per concludere: l’articolo oggetto di queste osservazioni termina affermando che «le conseguenze le avremo, da subito, noi Italiani.» L’avverbio «subito» è fuori luogo. Il referendum prevede che l’esito della votazione, cioè il contingentamento dei lavoratori stranieri, sia attuato entro il 2017. Prima di scrivere su un quotidiano nazionale a proposito di una legge di un altro Paese, sarebbe meglio leggerla. Per il momento, tutto resta com’è. La Svizzera si è presa del tempo. E dire che, nell’arte del rinvio, gli Italiani sono (siamo) maestri. Non essersi accorti di questo particolare è grave. Cordiali saluti da Lugano.

4 commenti

  1. Un’argomentazione chiara e obiettiva, complimenti e grazie – risponde perfettamente anche a molti altri articoli in merito, che ho letto su vari altri giornali, nonché a innumerevoli commenti più o meno a vanvera sull’argomento.

    • Luca Lovisolo

      Grazie per il Suo apprezzamento. In effetti, l’articolo su La Stampa è uno dei tanti comparsi in particolare sui quotidiani italiani, triste prodotto di un’informazione che ormai si prende apertamente gioco dei lettori. Cordiali saluti. LL

  2. Complimenti per la chiarezza della sua risposta al Direttore de La Stampa. L’ho letta con interesse e trovo che il suo punto di vista è molto chiaro e rispecchia la realtà dei fatti. Lavoro anch’io in Svizzera e vedo con i miei occhi quello che Lei, così elegantemente, ha descritto .cd

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