Accordi fiscali Italia-Svizzera, monito geopolitico

Si è parlato molto negli ultimi giorni, in entrambi i Paesi, della conclusione dei nuovi accordi fiscali tra Svizzera e Italia. E’ comprensibile che l’attenzione si concentri sull’aspetto di maggior richiamo, lo scambio automatico di informazioni in materia fiscale tra gli intermediari finanziari e le amministrazioni dei due Stati, che segna, di fatto, un forte indebolimento, se non la totale scomparsa, del celebre «segreto bancario» svizzero. L’accordo, in realtà, avvia a soluzione numerose altre questioni, tra le quali la tassazione dei lavoratori frontalieri, la posizione dell’enclave di Campione d’Italia e altro ancora, temi sui quali restano in discussione numerosi punti. In Italia l’accordo è stato salutato come opportunità da sfruttare per recuperare l’evasione fiscale tradizionalmente diretta verso la Svizzera, in particolare in Canton Ticino.

Da parte svizzera, molti osservatori ritengono che questo accordo sia frutto dell’eccessiva debolezza del Consiglio federale (il Governo centrale della Confederazione elvetica). Da tempo, ormai, questo Governo, e in particolare la Consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf, a capo del Dipartimento federale delle finanze, segnalava di voler imboccare la via della totale trasparenza nelle relazioni fiscali internazionali. Questo orientamento è sgradito, comprensibilmente, a quegli ambienti economici che sulle forti somme di denaro provenienti dall’estero, non sempre dichiarate al fisco nei Paesi d’origine, hanno prosperato per decenni. Una maggiore energia nelle negoziazioni avrebbe consentito, secondo taluni, di non cedere su alcuni principi di base.

Proviamo a collocare questo evento in un contesto geopolitico più ampio. E’ da anni, ormai, che la Svizzera deve piegarsi ad accordi che le vengono praticamente imposti da legislazioni, situazioni di fatto od organismi di controllo esteri. Ricordiamo, per semplicità, tre casi: i difficili rapporti con gli Stati uniti, che hanno indotto la Confederazione ad approvare provvedimenti legislativi sotto pena di subire l’annullamento delle autorizzazioni a operare negli USA per le banche elvetiche, caso sviluppatosi in particolare intorno al gigante bancario UBS. Il rapporto tra franco svizzero ed euro, tenuto artificialmente a un cambio fisso, poi forzatamente abbandonato il mese scorso: per tre anni la Svizzera ha di fatto rinunciato alla sua sovranità monetaria, legando la propria moneta a quella del suo grande vicino, l’Unione europea. La decisione di far nuovamente fluttuare liberamente il cambio, cioè di tornare a esercitare la propria sovranità sostanziale, ora proietta ombre scure sull’economia svizzera, che soffre, per paradosso, di troppo buona salute rispetto ai Paesi circonvicini. Infine, gli accordi con l’Italia: se non avesse accettato le condizioni sottoscritte nei giorni scorsi, la Svizzera, per fare un solo esempio, sarebbe rimasta nell’umiliante elenco della black list, che penalizza fortemente i rapporti finanziari e commerciali tra i due Paesi.

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Questi episodi hanno molto da insegnare, se collocati su uno scenario più profondo, soprattutto a coloro che oggi, in diversi Paesi, amano soffermarsi sul principio di «sovranità,» spesso senza conoscerne a fondo il significato. Il termine «sovranità» si sostanzia, all’interno di uno Stato, nella possibilità dello Stato stesso di esercitare un effettivo governo sul proprio territorio e sulla propria popolazione, attraverso adeguate e stabili organizzazioni. Verso l’esterno, la sovranità identifica la facoltà dello Stato di gestire in piena indipendenza e originarietà (cioè senza essere parte di un’altra organizzazione statale) i propri rapporti con il resto della comunità internazionale.

Per ragioni oggettive dettate dai mutamenti dei rapporti geopolitici globali, dei quali bisogna prendere atto senza soffermarsi qui su giudizi di valore, la dimensione nazionale, che un tempo garantiva l’esercizio di quella sovranità, oggi la limita fortemente, non solo sotto l’aspetto economico, ma anche dal punto di vista della sicurezza e del controllo del territorio. I sempre più frequenti episodi di terrorismo internazionale, ad esempio, mettono in luce spietatamente l’impotenza dei singoli Stati nella lotta contro questo inquietante fenomeno, senza un’efficace cooperazione tra servizi segreti, forze di polizia e forze armate di diversi Paesi.

I tre casi citati sopra dimostrano quanto sia difficile, oggi, esercitare la propria sovranità se, come la Svizzera, si è di fatto integrati in un circuito economico e regionale del quale non si può fare a meno, quello europeo, ma non se ne fa parte anche de jure. La Svizzera si trova in mezzo all’Europa, ma non fa parte dell’Unione europea: sempre più spesso deve accettare le decisioni dei suoi vicini, alla cui elaborazione, però, non può partecipare. Nei rapporti internazionali con altre regioni del mondo, il mutamento dimensionale nelle relazioni globali rende difficile, per i Paesi di piccole o medie dimensioni, negoziare da una posizione di forza. Solo i pochi Stati di grande dimensione (USA, Russia, Cina, India, in parte il Brasile) riescono a far valere il loro peso, sebbene anch’essi siano sempre più frequentemente indotti ad agire in concerti regionali o multistatali (ad esempio l’UNASUR per il Sud America, che guarda esplicitamente al modello dell’Unione europea).

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Molti, in Italia, lamentano la «cessione di sovranità» a favore dell’Unione europea e ne reclamano il pieno recupero. Dimenticano che, oggi, se uno Stato vuole effettivamente esercitare un controllo sul proprio territorio e sulla propria popolazione riesce a farlo solo partecipando alle decisioni di organizzazioni continentali o regionali. L’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna hanno la possibilità di incidere sulle decisioni continentali attraverso i loro seggi nel Parlamento e nelle altre istituzioni europee. Che molti rappresentanti di questi Paesi non abbiano la statura tecnica e morale per difendere gli interessi dei loro Stati in quelle sedi e le lascino di fatto dominare dal più forte, è, purtroppo, un fatto incontestabile, ma nulla muta a queste considerazioni.

Ciò significa che la Svizzera dovrebbe aderire all’Unione europea? Non è detto. Per le sue dimensioni, la sua storia e le sue particolarità, la Svizzera potrebbe anche considerare conveniente mantenere la sua indipendenza formale e rinunciare a una parte di sovranità sostanziale, diventando progressivamente, verso l’Ue, ciò che la Repubblica di San Marino è verso l’Italia o il Principato di Monaco nei confronti della Francia: Stati formalmente indipendenti, che però affidano e di fatto subordinano la loro prosperità e la loro sicurezza al loro più grande vicino, che circonda interamente il loro territorio.

E’ importante, in questo contesto, riconoscere un segnale storico: appartenere a un’organizzazione sovrastatale, che unisca in un disegno coerente l’azione degli Stati di un continente o di una regione del mondo, nelle mutate geometrie delle relazioni internazionali di oggi non rappresenta più una cessione di  sovranità dello Stato, ma è diventato uno strumento indispensabile proprio per garantire la possibilità di esercitare tale sovranità. Restare fuori dai consessi continentali, per conservare una propria legittima autonomia formale, quali che siano i suoi presupposti, si trasforma in realtà in una limitazione sostanziale della sovranità stessa.

2 commenti

  1. Salve Luca,
    Concordo sul punto dell’organizzazione sovrastatale per rapportarsi con le altre organizzazioni sovrastatali del mondo (in Asia ad esempio c’è l’Asean) o con i grandi Stati. Non sono d’accordo però se bisogna delegare tutto a «istituzioni» che non hanno nulla di democratico e che si ingeriscono pesantemente nella vita dei cittadini dei singoli stati o peggio ancora se bisogna farsi comandare a bacchetta da altri membri della stessa organizzazione. Ogni riferimento alla «guerra dell’euro» (mia definizione personalissima) è puramente voluto.

    • Buongiorno Fausto,
      Grazie per il Suo commento. Ritenere che le istituzioni europee non siano «democratiche» è diffuso quanto errato. Il Parlamento europeo è eletto dai cittadini e approva l’elezione dei membri della Commissione, il bilancio e molto ancora, come qualunque parlamento nazionale. Altro è, poi, che molti cittadini, poco consapevoli dell’importanza e del funzionamento di queste istituzioni, eleggano a rappresentarli colà dei personaggi senza né arte né parte. Per anni gli elettori italiani, ad esempio, hanno votato a rappresentarli a Bruxelles attricette, cantanti sfiatate e riciclati di ogni fatta, con ben poche eccezioni. Una delle ragioni del potere esercitato in Europa dalla Germania è l’elevata qualità del personale politico e amministrativo che i Tedeschi mandano a rappresentarli presso le istituzioni europee. Se anche gli altri facessero altrettanto, il problema, indiscutibilmente esistente, della predominanza tedesca, si risolverebbe da sé. Ciò non toglie che l’Unione europea debba ancora fare molti passi verso la sburocratizzazione degli apparati e il miglioramento del rapporto con i cittadini. Infine: le organizzazioni di cooperazione e integrazione regionale, come l’Ue o UNASUR (L’ASEAN, che volutamente non ho citato, presenta caratteristiche diverse), se non mirano prima o poi a una forma di integrazione politica fra i loro membri sono destinate a mancare i loro obiettivi. Una semplice cooperazione commerciale o economica è ormai largamente insufficiente, nel contesto attuale. Cordiali saluti. LL

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