L’intervista a Putin: ma non è una cosa seria

Čerepovec, Russia, strutture di cemento armato | © Ant Rozetsky
Čerepovec, Russia, strutture di cemento armato | © Ant Rozetsky

Il 6 giugno, sul maggior quotidiano italiano Il Corriere della Sera è comparsa una lunga intervista con il Presidente russo Vladimir V. Putin. Alcuni punti del corposo articolo meritano una valutazione più attenta. Il principale quotidiano di uno dei maggiori Paesi europei non dovrebbe permettersi di trattare questi contenuti con tanta leggerezza. 


 

Non si tratta qui di prendere posizioni politiche. Lavoro da un anno sul dossier ucraino come ricercatore indipendente. Sono pagato solo dai miei lettori e dai partecipanti ai miei corsi. Non ho alcun interesse a sostenere l’una o l’altra parte. Tralascio volutamente le parti di testo sui rapporti Russia-Italia e sulla situazione interna russa: l’intervista offre materiale a sufficienza sugli aspetti di relazioni internazionali. In neretto, le citazioni dalle risposte date dal Capo dello Stato russo al giornalista italiano.

«[L’Europa è riluttante] a riconoscere la legittimità delle nostre azioni e a collaborare con le unioni di integrazione nello spazio post-sovietico. Mi riferisco all’Unione doganale, che ora è diventata l’Unione economica eurasiatica. Perché quando si integrano i Paesi europei è considerato normale, ma se noi, nello spazio post-sovietico, facciamo lo stesso, si cerca di interpretarlo come il desiderio della Russia di ricostruire una specie di impero?»
Le azioni della Russia in Ucraina, come pure in Georgia, non sono legittime e pertanto, pur con tutta la buona volontà, non se ne può riconoscere la legittimità. Nessuno mette in discussione il processo di integrazione nel quadro dell’Unione economica eurasiatica (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan), ma il confronto con l’integrazione nell’Unione europea non è corretto. L’integrazione nello spazio ex sovietico avviene con una potenza regionale che continua a considerare le questioni interne degli altri Stati membri, molto più piccoli, come sue questioni interne. Ciò non accade nell’Unione europea. Se ciò va bene agli Stati dell’Unione economica eurasiatica e questi decidono liberamente e democraticamente di proseguire su questa strada, nessuno può avere nulla in contrario. E’ difficile contestare, però, che esistano tutte le condizioni per il sorgere, in quella regione, di un informal empire o di una zona d’influenza. Se accadrà davvero non si può dire ora, su questo Putin ha ragione.

Corso «Il mondo in cinque giorni»«Questo partenariato orientale dell’Ue [con Armenia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia] vuole […] creare nuove frontiere tra la Russia di oggi e la restante parte occidentale, comprese Ucraina e Moldova?»
Dopo la caduta dell’Unione sovietica, gli ucraini, i moldavi e i cittadini di altri Paesi dell’est hanno cercato e trovato fortuna nell’Europa occidentale, non in Russia, economicamente sfiancata. L’occidente è attrattivo e ha molto da offrire. La Russia, all’est, si presenta quasi esclusivamente in un ruolo egemone, come gli USA in America latina. Non meraviglia, che gli ex Paesi del blocco orientale preferiscano aggregarsi all’Unione europea, anziché all’Unione economica eurasiatica. La Russia non è riuscita a costruire fiducia, nei suoi alleati forzati. Quando i vincoli sono caduti, tutti se ne sono andati.

«Non eravamo contrari alla firma dell’accordo tra Ucraina e Ue. Però, certo, volevamo partecipare all’elaborazione delle decisioni finali, considerando che l’Ucraina fa parte della nostra zona di libero scambio.»
Questo è un non senso giuridico. Putin si riferisce alla zona di libero scambio della Comunità degli Stati indipendenti (CSI). La definisce qui, intenzionalmente, solo zona di libero scambio, perché il concetto di «Stati indipendenti» non è funzionale al suo discorso in questo contesto. La CSI comprende una zona di libero scambio che, come tale, è un accordo economico tra Stati indipendenti che non comporta alcuna cessione di sovranità. L’Ucraina – pur per altri motivi – è uscita dalla CSI nel 2014, ma è rimasta nella rispettiva zona di libero scambio. Se uno Stato membro di una zona di libero scambio sigla un trattato con terzi, come l’Ucraina ha fatto con l’Ue, gli altri Stati membri della zona non hanno alcun diritto di influire politicamente su tali decisioni. Se il nuovo trattato non è compatibile con la zona di libero scambio, lo Stato interessato esce eventualmente dalla zona stessa. La Russia considera i processi decisionali che avvengono in Ucraina e in altre ex repubbliche sovietiche come se fossero sue questioni interne. Questo è il motivo dell’affermazione di Putin.

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«Poi è venuto il colpo di Stato [in Ucraina], un’azione assolutamente anticostituzionale.»
Quest’affermazione è errata. Se si analizzano i fatti e il quadro di diritto costituzionale ucraino, il passaggio di poteri avvenuto a Kiev nel febbraio 2014 non può in alcun modo definirsi «colpo di Stato.» Senz’altro vi era una situazione confusa. Il Capo dello Stato aveva abbandonato il Paese. La tesi della Russia, secondo cui sarebbe stato costretto a fuggire dai dimostranti, non trova credibili conferme. La Costituzione ucraina stabilisce all’art. 103 che, in assenza del Capo dello Stato, le sue funzioni vengono assunte provvisoriamente dal Capo del Governo. In quei giorni anche il Capo del Governo (con tutto il Governo) non era più in carica: pochi giorni prima aveva rassegnato le dimissioni. Il Capo dello Stato le aveva accettate e la guida provvisoria degli affari correnti era stata affidata, fino alla formazione di un nuovo gabinetto, al vice premier, che perciò non era capo del Governo. In mancanza del Capo dello Stato non era neppure possibile formare un Governo nuovo. Una tale situazione non è prevista dalla Costituzione. Che fare? Il Parlamento nominò Capo provvisorio dello Stato la carica gerarchicamente più vicina presente, il Presidente del Parlamento.

Il Corriere della Sera, Italia | © Luca Lovisolo
Il Corriere della Sera | Titolo dell’intervista a V.V. Putin

La persona scelta non piacque alla Russia, che definì falsificata la sua nomina. Mosca gli negò il riconoscimento diplomatico e cominciò da quel momento a parlare di «colpo di Stato» in Ucraina. Tre mesi dopo si svolsero in Ucraina nuove elezioni presidenziali, con le quali fu eletto il Presidente attuale, questa volta riconosciuto da Mosca. Nel frattempo si sono svolte anche nuove elezioni parlamentari, riconosciute corrette dalla comunità internazionale e dalla Russia stessa. Che il passaggio di poteri avvenuto nel 2014 sia stato traumatico, nessuno lo mette in dubbio. Che negli eventi abbiano giocato un ruolo non chiaro anche attori occidentali, anche questo non lo metto in discussione. Ma ritenere che sia avvenuto un «colpo di Stato» è un’affermazione destituita di fondamento. Putin utilizza questa formulazione per giustificare le successive azioni della Russia in Ucraina come atti compiuti per riportarvi l’ordine. In bocca a un Capo di Stato, un tale eccesso verbale non è accettabile.

«Le autorità di Kiev non vogliono nemmeno sedersi allo stesso tavolo negoziale con loro [le repubbliche separatiste autoproclamate di Lugansk e Donec’k]»
Ancora una contraddizione giuridica, venduta con una logica a buon prezzo. Putin stesso parla, a ragione, di repubbliche autoproclamate, ma poi si aspetta che il Governo dell’Ucraina dialoghi con esse. Ciò significherebbe riconoscere di fatto quei governi fantoccio, ossia riconoscere la perdita dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte del Governo ucraino stesso. Questa è una cosa che ogni Governo non deve (non non vuole) fare.

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«Tutte le nostre azioni, incluse quelle di forza, non avevano come obiettivo di alienare la Crimea dall’Ucraina, ma di dare alla gente che vive lì la possibilità di esprimere la propria opinione su come vogliono organizzare la propria vita. Se questo è stato permesso agli albanesi del Kosovo e ai kosovari, perché vietarlo ai russi, ucraini e tatari che vivono in Crimea?»
La brutalità di queste affermazioni si può percepire solo se si conosce la storia dei tatari di Crimea. I tatari, una minoranza mussulmana che vive su quella penisola, furono perseguitati senza pietà durante l’Impero russo e poi durante l’Unione sovietica, e vennero deportati principalmente in Asia centrale. Dopo il 1991 i discendenti di quei tatari deportati tornarono massicciamente in Crimea, perché l’Ucraina era diventata indipendente. Della Russia, i tatari non volevano saperne più nulla, volevano riprendere a vivere in Crimea. Ora si ritrovano di nuovo la Russia tra i piedi. Che Putin si presenti adesso come esecutore della volontà dei tatari e affermi di aver annesso con la forza la Crimea proprio per liberare i tatari e gli ucraini che ci vivono, è un non senso storico, un’offesa per quelle popolazioni e una presa in giro per il lettore. Il confronto con il precedente del Kosovo è efficace secondo la logica ingenua della comunicazione politica, ma giuridicamente non è sostanziabile.

«La gente [della Crimea] ha votato quasi all’unanimità a favore della riunificazione con la Russia. La soluzione alla questione della Crimea è fondata sulla volontà del popolo. A Donec’k e a Lugansk la gente ha votato per l’indipendenza e lì la situazione è diversa. Ma più importante è rispettare umori e scelte della gente. E se qualcuno vuole che questi territori restino all’interno dell’Ucraina, bisogna dimostrare a questa gente che in uno Stato unito la vita sarà migliore.»
Sulle contraddizioni di questa confusa risposta si potrebbero scrivere pagine intere. In breve: il «referendum» avvenuto in Crimea lo abbiamo dovuto per forza rispettare, dice Putin, poiché la popolazione aveva deciso di unirsi alla Russia. Gli esiti delle votazioni per l’indipendenza di Donec’k e Lugansk, invece, eventualmente si possono ignorare. Si potrebbero anche convincere gli abitanti a cambiare idea. Si intravvede questa logica nascosta: alla Crimea, la Russia non rinuncia in nessun caso, per il significato strategico della Penisola nel Mar Nero. L’incorporazione delle regioni di Donec’k e Lugansk, economicamente alla deriva e geostrategicamente poco rilevanti, non è necessaria ed è difficile da sostenere politicamente persino per un Putin. Tuttavia, tenere vivo il conflitto in quelle sfortunate regioni, a spese della popolazione locale, serve a rendere visibile la presenza monitoria di Mosca a tutti i Paesi dell’ex URSS. Quale attenzione il Presidente russo attribuisca ai risultati delle votazioni e al destino dei popoli dei quali egli si proclama protettore, risulta chiaro da questa parte di intervista come non mai. Nota: la popolazione etnicamente russa costituisce il 58% degli abitanti della Crimea. Nel «referendum,» quasi il 100% dei partecipanti avrebbe votato a favore dell’unione alla Russia. Le votazioni a Donec’k e Lugansk sono state «vinte» con maggioranze altrettanto irrealistiche. Nessuna di queste votazioni è avvenuta secondo standard internazionali accettabili. Pertanto, la comunità internazionale, con l’eccezione di alcuni amici di Mosca, non le riconosce. Non intendo con ciò negare che in quelle regioni esistesse effettivamente una parte di popolazione che covava risentimenti verso Kiev e voleva separarsene.

«La Russia praticamente non ha più basi militari all’estero […] Pubblicate sul vostro giornale la mappa del mondo, indicando tutte le basi militari americane, e vedrete la differenza.» Questo è vero.

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«La nostra politica non ha un carattere globale, offensivo o aggressivo.» Che la politica estera russa non abbia più una portata globale, è vero. La Russia, oggi, non è che una potenza regionale. Che la sua politica non abbia un carattere offensivo o aggressivo, purtroppo non si può confermare. Può non raggiungere la dimensione del realismo offensivo di un George Bush figlio, ma non disdegna una presenza militare attiva, talvolta camuffata, fuori dai confini nazionali. Il militarismo viene utilizzato con crescente frequenza come catalizzatore di forze sociali, come avvenne in Europa occidentale negli anni Trenta.

«E’ l’infrastruttura della NATO che si avvicina alle nostre frontiere.» Questo è vero. La comunità internazionale dovrebbe prendere più sul serio di quanto abbia fatto sinora le preoccupazioni della Russia intorno all’allargamento a est della NATO. Solo un punto non andrebbe dimenticato. Gli ex alleati dell’Unione sovietica hanno battuto fortemente i pugni sul tavolo, per essere ammessi alla NATO quanto prima possibile, poiché, dopo decenni e secoli di soggiogamento, non avevano alcuna fiducia in Mosca. Ciò non esclude che allora si sarebbero potute trovare altre strade. La più grande ondata di allargamento della NATO è avvenuta nel 2004, con George Bush figlio. Le trovate lungimiranti, purtroppo, non erano al suo ordine del giorno.

«Solo una persona non sana di mente […] può immaginare che la Russia possa un giorno attaccare la NATO […] Non bisogna avere paura della Russia […] Noi abbiamo altre cose da fare, ve lo posso assicurare.» «Nessuno ha intenzione di costruire un muro» (Walter Ulbricht, leader della Germania est, 15 giugno 1961, due mesi prima di costruire il Muro di Berlino).

«[…] Dietro l’attuale difficile congiuntura delle relazioni internazionali [ci sono] cose molto più serie collegate non solo con il nostro passato, ma anche con la necessità di lottare per il nostro futuro comune.» Questo è verissimo. Solo che le cose «meno serie» non si possono spazzare via così facilmente. Se si torna a ragionare in termini di zone d’influenza e con altre categorie ormai superate, non si costruisce alcun futuro comune.

Questa intervista, nel suo complesso, è un capolavoro. Nonsensi, contraddizioni storiche e incongruenze giuridiche vengono impacchettate con dati veri e argomentazioni affascinanti, in modo che al lettore medio appaiano logiche e credibili. La vetta è raggiunta dalle affermazioni sul colpo di Stato in Ucraina e dalla trasfigurazione della storia dei tatari di Crimea. Il principale quotidiano di uno dei maggiori Paesi europei non dovrebbe permettersi di trattare questi contenuti con tanta leggerezza. Se la persona intervistata fa simili affermazioni, certo non le si può cambiare, ma il lettore andrebbe informato che le cose stanno diversamente. Purtroppo non è avvenuto.

In Italia, l’intervista pubblicata dal Corriere ha mietuto praticamente solo consensi. Le affermazioni del Presidente sono state contraddette solo da pochi controcorrente, per tacere dei circoli intellettuali. I giornalisti di entrambe le fazioni del panorama mediatico italiano, fortemente polarizzato politicamente, in questi giorni cantano all’unisono il loro inno di lode al messaggero di pace venuto dalla Russia a visitare Expo Milano 2015 e che proseguirà per Roma, ricevuto dal Papa. Do svidanija…

| >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

7 commenti

  1. Salve Luca, solo un paio di appunti a partire dalle prime due dichiarazioni di Putin.
    1) Per quello che vedo io, l’Ue è una zona di influenza della Germania (e secondariamente della Francia), che si permette di dire agli altri «soci» quello che devono fare o non fare politicamente ed economicamente. Oltre tutto, l’unione monetaria ha sfavorito un paese come l’Italia, che si ritrova a dover competere con una moneta forte (come era il marco in precedenza) senza poterla svalutare per competere meglio. Di questo ne ha tratto vantaggio la Germania.
    2) Lo scioglimento (non come si dice spesso «collasso») dell’URSS fu voluto per vari motivi: Eltsin ce l’aveva a morte con Gorbaciov per vecchi dissidi (se non sbaglio quando Eltsin era un troppo liberale capo del PCUS di Mosca); lo scioglimento dell’URSS lo trasformò nel capo della repubblica più potente (seppur appunto sfiancata), con gioia degli americani che finalmente sconfissero il nemico senza sparare un colpo; i capi delle altre 14 repubbliche si ritrovarono anch’essi padroni assoluti nel proprio Stato dal giorno alla notte. Penso fosse «naturale» per loro rivolgersi alla NATO, che in quel momento era il nuovo potere forte cui appoggiarsi. Non credo avrebbe avuto senso rifare il Patto di Varsavia subito dopo aver ricevuto l’indipendenza.

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Fausto,
      Non vi è dubbio che l’Ue rischi di diventare una zona d’influenza tedesca, ma si tratta di una situazione contingente dovuta sia all’atteggiamento – e all’indiscutibile abilità – della Germania stessa, sia alla debolezza dei leader degli altri Paesi. Sul piano strutturale, invece, l’Unione europea ha tutti i numeri per essere equilibrata: Francia, Italia, Gran Bretagna, Polonia, Spagna hanno la possibilità, alcune da sole, ma anche organizzando opportune geometrie, di contrastare e persino soverchiare Berlino, creando rapporti equilibrati che andrebbero anche a vantaggio dei più piccoli. Manca loro l’intelligenza per farlo, in questo momento, ma è una situazione che può cambiare. Nello spazio ex-sovietico, al contrario, gli Stati che circondano la Russia non sono strutturalmente in grado di costituirvi un efficace contrapposto, non solo per dimensioni e potenziale economico, ma anche, in certi casi, per motivi culturali e arretratezze endemiche. Tutto sta a vedere come si organizzerà questa Unione economica euroasiatica, al momento ancora in embrione.
      Quanto alle cosiddette «svalutazioni competitive,» io che le ho viste, quando vivevo in Italia, con la benzina che aumentava ogni due giorni e l’inflazione al 20%, posso solo rallegrarmi che siano diventate impossibili. Erano ormai il trucco facile per uscire dalle empasse, come quando le aziende, non riuscendo più a inventarsi prodotti meritevoli, riescono a vendere solo abbassando i prezzi. La Svizzera è l’esempio che si può prosperare anche con una valuta forte, se si ha un’industria innovativa, si abbattono i costi inutili e si equilibra la pressione fiscale.
      Sul secondo punto: sono d’accordo con Lei che il ruolo di El’cin nella dissoluzione dell’URSS venga normalmente sottovalutato, forse un giorno in un corso riuscirò a raccontarvi come andò, è una vicenda appassionante, a modo suo. Temo che la questione dell’adesione alla NATO non si possa però semplificare come Lei vorrebbe. Soprattutto nelle Repubbliche baltiche e in Polonia, le forze che spingevano per aderire subito alla NATO, timorose che la Russia avrebbe ripreso il suo storico ruolo egemone nella regione, erano fortissime. La ricostruzione di un Patto di Varsavia non avrebbe avuto senso non tanto perché si era appena avuta l’indipendenza, ma perché buona parte degli Stati che ne facevano parte non volevano più sentir parlare di alleanze con la Russia. Se l’America avesse saputo guardare più lontano e la Russia avesse avuto una situazione interna più affidabile, forse si sarebbero potute trovare altre idee, anziché aprire a tutti frettolosamente le porte dell’Alleanza atlantica. La Storia, però, non si fa con i se. Cordiali saluti. LL

  2. Salve Luca, grazie per questa analisi. Mi incuriosisce un punto: sull’adesione della Polonia e delle Repubbliche baltiche alla NATO, da Lei ritenuta un errore, commenta: «Ciò non esclude che allora si sarebbero potute trovare altre strade.» Quali altre strade intende? A me, sinceramente, l’unica altra strada che viene in mente è quella seguita dall’Ucraina in occasione del Memorandum di Budapest, che poi si è capito che vale meno della carta su cui è scritto. Detto tra parentesi, alla luce dei fatti, l’Ucraina avrebbe fatto meglio a tenersi l’arsenale, oppure a pretendere in cambio l’ingresso della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia che alternativa avrebbero avuto, se non l´Ingresso nella NATO? Un altro pezzo di carta tipo il Memorandum di Budapest per garantire l´autonomia?

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Alessandro,

      Grazie per il Suo apprezzamento. L’Ucraina firmò il Memorandum di Budapest nel 1994: rinunciava al suo arsenale nucleare, mentre, in cambio, gli USA, la Russia e il Regno unito si impegnavano, con anche Francia e Cina, a garantire la sua integrità territoriale in caso di aggressione. Come ricorda il primo Presidente dell’Ucraina indipendente Leonid M. Kravčuk, una delle personalità politiche più lucide dell’Ucraina postsovietica, non vi erano alternative, alla firma del Memorandum. L’arsenale nucleare ucraino era sotto il controllo tecnico russo e Kiev non aveva risorse economiche e tecnologiche per gestirlo direttamente. Fu indotta a quel passo di malavoglia, perciò, più da situazioni oggettive che da una scelta strategica. Vero che l’anno scorso, con l’annessione della Crimea, avvenuta paradossalmente proprio ad opera di una delle potenze garanti dell’integrità dell’Ucraina, in esecuzione del Memorandum le altre potenze sarebbero dovute intervenire in difesa dell’Ucraina, ma non lo hanno fatto. Se lo avessero fatto, oggi saremmo probabilmente in un conflitto mondiale. Putin sapeva che le altre firmatarie non avrebbero rischiato tanto: visto anche l’orientamento attendista di Barack Obama in politica estera, il Presidente russo, con il cinismo che gli conosciamo, ha agito senz’altro, prevedendo che il Memorandum sarebbe rimasto lettera morta. E’ probabile che gli ucraini immaginassero, firmando il Memorandum, che alla fine sarebbe andata così, in caso di aggressione, ma non avevano altre possibilità, e quelli erano anni di ottimismo.
      La Storia non si fa con i se, come dicevo, ma oggi è sabato e piove pure, perciò provo a rispondere per puro esercizio intellettuale alla Sua domanda su quale sarebbe stata, forse, un’alternativa all’allargamento a est della NATO. Alla fine della Guerra fredda il Patto di Varsavia si sciolse (1991), ma la NATO restò: le ragioni occupano ancora oggi gli analisti. L’esistenza della NATO si spiegava, secondo una logica crudamente realistica alla Morgenthau, con la necessità di contrastare quel nemico: ebbene, il nemico si era dissolto. Con un approccio costruttivista e istituzionalista, si vide nella sopravvivenza dell’Alleanza atlantica – semplifico – l’intento di conservare un’istituzione che unisse l’esigenza di difesa di Paesi accomunati da un consonante sentire valoriale: democrazia, Stato di diritto, gestione di crisi. La sopravvissuta NATO generò così un effetto di bandwagoning (banalmente, «salita sul carro del vincitore») che attrasse sul carro gli ex Paesi del Patto di Varsavia e sembrava fatto apposta per umiliare chi era rimasto a terra, la Russia. L’esistenza del Consiglio NATO-Russia compensò solo minimamente quello squilibrio.
      E’ mio sommesso convincimento che se allora, anziché allargare e riconvertire la NATO, si fosse puntato sulla sinfonia perennemente incompiuta di un sistema di difesa comune europea, oggi non ci troveremmo in questa situazione. La difesa europea, almeno all’inizio, avrebbe ancora avuto bisogno del supporto statunitense, ma forse la prospettiva di un’Europa svincolata o meno soggetta militarmente agli USA sarebbe stata più accettabile per Mosca, che avrebbe digerito meglio l’adesione dei Paesi ai suoi confini a una difesa europea, piuttosto che all’Alleanza atlantica. Un sistema a tre sfere avrebbe poi avuto un aspetto più consono alla realtà, mentre oggi assistiamo all’anomalia di un’Europa numericamente più grande delle altre due potenze, ma non in grado di difendersi da sola, alleata con gli USA tanto strettamente che la Russia non distingue le due cose e si sente minacciata alle sue frontiere direttamente da Washington.
      Avremmo forse avuto bisogno di un po’ di idealismo, nelle relazioni intereuropee e interatlantiche, nella prima metà degli anni Novanta. Di lì a pochi anni, dal 2001, ci ritrovammo invece a gestire il rozzo realismo offensivo di un George Bush figlio. In Europa, intanto, la qualità dei leader votati dagli elettori cominciava a calare: erano usciti di scena i Kohl, i Mitterand, i Delors, entrava una generazione di politici dagli orizzonti più brevi, limitati ai loro Paesi (per qualcuno, se si pensa all’Italia, limitati addirittura alla camera da letto, come si è scoperto poi). Per le grandi idee ormai mancavano uomini capaci e popoli che li sostenessero con il loro consenso. La Russia, da parte sua, precipitava nelle incertezze degli ultimi anni della sempre più debole presidenza El’cin, controllata di fatto da un manipolo di oligarchi.
      Questo, però, è il passato. Se guardiamo all’oggi, vediamo che la lezione non è stata imparata. E’ di questi giorni la notizia dei piani di installazione di nuovi armamenti NATO nell’Est Europa, che non farà altro che esacerbare ulteriormente i rapporti con la Russia. Come osserva con la consueta acutezza Sergio Romano proprio stamattina sul Corriere della Sera (giornale che sa dare di meglio, per fortuna, dell’intervista qui sopra analizzata), fummo tutti d’accordo nel considerare un affronto per gli USA l’installazione di missili sovietici su Cuba nel 1962, ma oggi non ci scandalizza la condotta della NATO a Est. Il problema, però, è di metodo. Nelle relazioni internazionali, come in diritto, le violazioni reciproche non si compensano. Vanno perseguite e sanzionate ciascuna per ciò che sono. Se la NATO compie atti che irritano la Russia, ciò non giustifica la Russia nel promuovere scorribande nel territorio dei suoi vicini. Entrambi devono cessare queste condotte, contrarie allo spirito che informava il mondo alla fine della Guerra fredda: basta corsa agli armamenti, fine della contrapposizione e, soprattutto, fine degli informal empire e delle zone d’influenza di monroeiana memoria. In tutto ciò, la debolezza dell’Europa, la mancanza non solo di una difesa ma persino di una seria politica estera comune, che sembra gestita alla Desperate Housewives, resta, a mio modo di vedere, il dato più anomalo e pericoloso. Cordiali saluti. LL

  3. Grazie Luca per il Suo contributo, che ho anche provveduto a pubblicare sul gruppo LinkedIn Italy2Baltic, Italia Baltico Business Club. Considerato che B2Baltic ha sin dall´inizio integrato la Russia cui nostri hub nordici e baltici, siamo particolarmente coinvolti direttamente. Infatti, non solo operiamo sulla frontiera con la Russia, il lato est del Baltico, quello ovest per la Russia, San Pietroburgo area metropolitana., con trading e import/export, ma anche facilitazioni per imprenditori russi che vogliono entrare in Eu.
    Attualmente contiamo di oltre 1500 aziende e professionisti russi e russo-baltici membri della nostra rete. E´un argomento scottante per noi e devo dire che alcuni membri baltici «europei non russi» si lamentano delle pubblicazioni e della presenza di russi sui nostri network. Comunque, fin tanto che sarò io a dirigere B2Baltic Allianz Nordic, considererò sempre i russi benvenuti se vogliono fare business come si deve con gli europei, siamo anche disposti a finanziare e supportare i loro progetti. Però la Russia sta sbagliando tutto e Putin, soldato, sta portando uno spirito militaristico nello Stato. I militari, soprattutto quelli dei servizi segreti, non dovrebbero avere accesso a cariche politiche. Le affermazioni di Putin gli errori storici sono chiari, condivido. Anche vero che non ci si può fidare di loro quando dicono che non attaccherebbero mai. Comunque, la prepotenza storica russa non finirà mai, neppure se Putin dovesse dimettersi, quindi dobbiamo imparare a convivere con questa situazione e con un «vicino» grande e prepotente. La soluzione sta proprio nel B2B e non nel sociale: solo con un buono scambio commerciale tra Russia, Europa e resto del mondo, incremento del degli affari, startup eccetera si potranno lentamente migliorare le relazioni. Per questa ragione occorre non mollare la Russia, restare con lei, vederla come un fratello arrogante ma comunque come un fratello. Farlo amico, creare le condizioni per scambi e lavoro. Niente di politico. Tutto business. Trading, finanziamenti, apertura nuovi uffici, etc. Non vedo altre soluzioni. Un isolamento della Russia sarebbe solo rischioso per un futuro conflitto e anche non utile per l´incremento del business in EU. Infatti per le recessioni europee degli ultimi anni è stato positivo vedere la Russia come nuovo grande mercato. Occorre farla amica, non temerla, anche se è temibile. Questo il punto. Sangue freddo. Non tutti l´hanno però. Altro punto, bisogna convincere la Russia ad aprire le frontiere, abolire il visto d’ingresso almeno per il business, e devono migliorare i loro aeroporti, non sufficienti a gestire futuri afflussi di turisti e visitatori. Questo dovrebbe fare l´Italia, convincere la Russia ad aprire le frontiere verso l’Europa.
    Daniel Janetschek
    Managing Director B2Baltic Allianz Nordic
    Founder Italy2Baltic

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Daniel, grazie per le Sue interessanti considerazioni. Alla fine della seconda Guerra mondiale, per scongiurare che in Europa ne scoppiassero altre, fu scelta proprio la strada della stretta interconnessione economica, a partire dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Fu il primo passo verso l’Unione europea attuale, che ha garantito il più lungo periodo di pace sul nostro continente. Le sanzioni verso la Russia rappresentano certamente un problema, ma sono il male minore, l’alternativa alla risposta armata, questo viene ricordato troppo poco. Purtroppo nulla lascia pensare che la Russia intenda rimuovere le cause che hanno indotto Europa e Stati uniti a deciderle. Questa situazione ha messo un freno anche ai negoziati sulla questione dei visti. Grazie per l’attenzione e cordiali saluti.

  4. Luca Lovisolo

    Segnalo questa pagina Storify, ringraziandone l’autore, che riassume numerose reazioni internazionali all’uscita dell’intervista al Presidente russo e cita anche la mia analisi: >qui.

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