Popoli, regimi e dittatori

Nel luglio del 1985, in Ungheria per frequentare dei corsi, attraversavo cittadine animate, dove le automobili non erano certo d’ultimo modello, i ragazzi non vestivano all’ultima moda, ma i negozi erano ben forniti. Era estate, molti esponevano frutta e verdura all’aperto. Non vi erano barriere per entrare in contatto con gli abitanti del posto, che parlavano con relativa tranquillità anche dei loro problemi, ad esempio della difficoltà di viaggiare all’estero o di ricevere certi libri occidentali. Era frequente imbattersi in persone con una buona conoscenza del tedesco o dell’inglese. Le infrastrutture erano dignitose e funzionanti, sebbene non ultramoderne. Allora l’Ungheria era un Paese comunista, ma non si sarebbe potuto affermare che le condizioni di vita, almeno quelle materiali, fossero insopportabili.

Un mese dopo, a Praga, nella vicina (oggi ex) Cecoslovacchia, anch’essa un Paese del blocco comunista, mi si presentava un quadro radicalmente diverso. Alloggiavo in un hotel frequentato da soli occidentali e da qualche cecoslovacco che riusciva a entrare in possesso di valuta pregiata. Intorno, però, i negozi di piazza San Venceslao allineavano, dietro vetrine luride, piramidi di tristi lattine di cibo con l’etichetta giallognola; alcuni negozi, come decoro, esponevano la foto sbiadita dell’allora segretario generale del Partito. Per il resto, scaffali semivuoti. Sui marciapiedi, code di massaie annoiate davanti ai magazzini di alimentari. Ragazzi accoccolati sui muretti, vestiti come letti disfatti. Pochi parlavano tedesco, nessuno inglese; se non si parlava ceco, l’unica lingua utile era il russo, che veniva accolto malamente. Sulla città e sui dintorni gravava quell’atmosfera dai toni prevalenti di grigio, che nessuna fotografia può riprodurre, bisogna averla vista con i propri occhi.

Nella Germania comunista, la donna godeva già negli anni Sessanta e Settanta di un’indipendenza economica e sociale nettamente superiore alle donne occidentali, mentre in molti Paesi capitalisti (compresa la Germania federale) si considerava ancora normale che la moglie fosse subordinata al marito, per tacere di Paesi come l’Italia, dove mancava addirittura la possibilità legale del divorzio. I figli delle donne dei Paesi comunisti, però, venivano penalizzati o finivano in carcere, se non accettavano il futuro che veniva loro imposto dalla pianificazione di Stato. Tutti i cittadini della Germania Est, di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia con i quali ho lavorato dopo la caduta della «cortina di ferro» ricordavano di quell’epoca la gratuità dei servizi per la famiglia e un certo senso di sicurezza e solidarietà sociali, sui quali tutte le testimonianze concordano. In Romania, però, la politica per la famiglia aveva forma di una proibizione di Stato contro la contraccezione e di una crociata contro l’aborto che sembravano concepite da un fervente cattolico, anziché da un regime materialista. Nacquero figli impossibili da sfamare e migliaia di donne morirono per aborto clandestino.

Legga anche:  Il discorso del Re

Eppure, negli anni Settanta la stessa Romania aveva conosciuto un rapido sviluppo economico: era stato costruito con i soldi che Nicolae Ceaușescu aveva ottenuto in prestito dai Paesi occidentali, impegnandosi sullo scacchiere internazionale in un doppio gioco degno più di un prestigiatore che di un uomo di Stato. Finì di restituire i prestiti esportando tutti i prodotti del suolo romeno prima che gli stessi Romeni potessero mangiarli sulle loro tavole, riducendo il suo popolo altrettanto rapidamente al freddo e alla fame. I cittadini dei Paesi dell’Est scoprirono dopo, caduti i regimi, di essere stati spiati minuziosamente in nome dello Stato dai propri vicini, talvolta addirittura da mogli e mariti.

Dietro la retorica della società egualitaria vi erano, da una parte, reali conquiste sociali, cancellate, dall’altra, da una quotidianità fatta di umiliazioni per molti e privilegi per pochi. La vicenda storica del comunismo in Europa non si lascia ridurre a una contrapposizione ideologica. E’ necessario trovare un punto di partenza diverso. Viaggiando in quei luoghi lo si può trovare, credo, nelle vite quotidiane perdute di coloro che soffrirono un’esistenza di privazioni, aspettando, spesso in buona fede, che le promesse di regimi e ideologie si realizzassero, e in quelle di coloro che subirono il carcere e la morte, per voler contestare quelle illusioni.

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*