Ferite aperte

Ricercare in Romania documenti sul processo a Nicolae ed Elena Ceaușescu significa toccare ferite ancora aperte. Sono gli incontri personali, specialmente quelli più inattesi, che indicano la direzione da prendere, affinché la ricerca su un evento storico recente resti un servizio alla conoscenza dei fatti e non diventi una strumentalizzazione delle sofferenze altrui.

Un ammonimento inaspettato e preciso lo devo a un’impiegata della Biblioteca nazionale romena, alla quale chiesi di avere in lettura il Codice penale e la Costituzione della Repubblica socialista di Romania. Alla mia richiesta, che formulai come se stessi cercando qualunque altro libro, la signora sbarrò gli occhi, mi fece accomodare, sparì per lunghi minuti, poi tornò, rovistò nei cassettini, sparì di nuovo, infine mi si sedette di fronte al tavolino sul quale, nell’attesa, avevo appoggiato i miei fogli. Guardandomi, cupa ma sempre gentilissima, disse: «Perché Le interessano tanto queste cose? Per noi è stato un periodo tremendo. Non vogliamo sapere se Ceaușescu aveva ragione oppure no. Non vogliamo più saperne niente.»

Imbarazzato, diedi la peggior risposta possibile: «Capisco». La replica fu lapidaria: «No. Non credo che lei possa capire». Solo a quel punto mi diede la scheda, con la segnatura dei libri che mi servivano, quasi come ricompensa per aver partecipato un momento alla sua disillusione per una gioventù perduta, o al suo irreparabile dolore per qualche tragedia privata vissuta durante il regime. Allontanandosi, sospirò come liberata da un peso.

Molte volte si studiano gli eventi storici come se fossero fatti astratti e lontani dalla quotidianità. La storia recente, rispetto a quella più antica, ha un pregio incommensurabile: basta la battuta di un’anonima impiegata, per ricordarti che non c’è fatto storico che non abbia un riflesso sulle persone e sulle loro vite quotidiane. La storia sono loro. Quando ne incontri i protagonisti, non lo dimentichi più.

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