Brexit, e poi?…

1940: Wisnton Churcill visita il West End di Londra bombardato all’inizio della Seconda guerra mondiale.

Brexit: la maggior parte degli osservatori parla delle conseguenze economiche. Esistono. C’è il pericolo di un nuovo 2008? Forse, ma c’è una differenza importante. Gli eventi del 2008 furono largamente inattesi, ancorché non imprevedibili; l’eventuale Brexit era attesa e ci sono strumenti per contrastarne le conseguenze immediate, ma i guai si vedono già.

Sul piano geopolitico, l’indebolimento dell’Ue significa un deciso rafforzamento della Russia. Lo sanno bene gli ucraini, che da questa mattina guardano con viva preoccupazione agli eventi. Un’Europa disunita, per Vladimir Putin, non è che un insieme di tante piccole Ucraine, con le quali fare il bello e il cattivo tempo e imporre la sua versione moderna della dottrina Monroe.

Ne esce ancora una volta sconfitta la generazione dei primi ministri quarantenni, ma ancor più ne escono battute e umiliate le persone di cultura. I «politici» (le virgolette sono d’obbligo) «populisti» e contrari all’Unione europea, comunque si chiamino e in qualunque partito e Paese agiscano, hanno un tratto in comune: una profondissima ignoranza. Non parlo di ignoranza politica, ma di ignoranza tout court. Non avere gli elementi culturali necessari per misurare contenuti e conseguenze di ciò che si dice e si fa. La chiacchiera da bar elevata a programma di governo.

Altra grande sconfitta è l’informazione. Il risultato del referendum inglese è un altro segno di quanto sia ampia la voragine tra il mondo reale e quello rappresentato dai media: ed è sui media, che i cittadini formano il loro giudizio prima del voto. L’avvento di Facebook e Twitter non ha reso più indipendente l’informazione. Ha offerto piattaforme a basso costo a chi, spregiudicatamente, diffonde false verità costruite a fini eterogenei.

Così continuando, una conquista del ventesimo secolo qual è stata il suffragio universale potrebbe essere facilmente rimessa in discussione: se il corpo elettorale non ha basi culturali, non trova leader istruiti e non legge informazioni corrette – e se le legge non ha gli strumenti intellettuali per capirle perché la scuola istruisce ma non forma – l’esito di referendum e votazioni smette di essere un’indicazione fondamentale di indirizzo e diventa uno strumento di autodistruzione. Un’autodistruzione che purtroppo non si limita a chi la decide.

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Se ciò che resta dell’Unione europea sopravviverà e avrà un senso, serviranno, a mio giudizio, due cose, l’una alternativa all’altra: una dichiarazione di indivisibilità dell’Unione (chi ci entra non ne esce più), oppure (ma preferirei la prima) se uno Stato membro vuole uscire dall’Unione, il referendum non si deve tenere solo in quello Stato, ma anche in tutti gli altri, poiché le conseguenze ricadono su tutti.

Per contrastare la prepotenza russa, il terrorismo internazionale e le sfide di spregiudicati nuovi attori della scena internazionale non abbiamo bisogno di un’area europea di libero scambio. Dobbiamo gestire in comune una seria politica estera, di cooperazione e, sempre più urgente, di difesa comune. Prima che sia troppo tardi, o forse lo è già.

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