Qatar: domande e risposte in sintesi

Cammello | © Daniela Castro
Cammello | © Daniela Castro

Rispondo qui in sintesi alle domande più frequenti che mi sono arrivate dai lettori sulla crisi diplomatico-politica intervenuta nel Golfo persico intorno al Qatar, in attesa di affrontare con maggiore dettaglio i mutamenti sul teatro mediorientale in un prossimo articolo. Questa raccolta risponde ai punti principali sollevati dalla crisi in atto, senza pretesa di completezza.


 

Qual è la causa della rottura delle relazioni diplomatiche tra il Qatar e diversi Stati della regione? Come tutti gli eventi internazionali, non è possibile indicare «la» causa, le relazioni internazionali si reggono su molti fattori interdipendenti. In questo caso si tratta di elementi economici, geografici, culturali, geopolitici (regionali e globali) e storici.

Cosa è successo esattamente? Accusando il Qatar di sostenere il terrorismo, sei Paesi hanno rotto le relazioni diplomatiche con il piccolo emirato. Tra questi la vicina Arabia saudita, che ha anche chiuso la frontiera. In questo modo, gli approvvigionamenti sono diventati difficili, poiché il Qatar è una penisola con un unico confine di terra, appunto con l’Arabia saudita. Inoltre, le compagnie aeree facenti capo agli Stati della regione hanno interrotto i voli con il Paese. La chiusura delle frontiere e l’interruzione dei voli sono fatti distinti dalla rottura delle relazioni diplomatiche e manifestano l’intenzione di mettere in difficoltà il Qatar, che non può sopravvivere a lungo in isolamento. I supermercati di Doha, capitale dell’emirato, fin dalle ore successive agli annunci relativi alla crisi sono stati presi d’assalto da cittadini preoccupati, segnalano le reti d’informazione internazionali.

E’ vero che il Qatar sostiene il terrorismo? Tutti gli Stati della regione hanno ruoli quanto meno sospetti nel supporto ai gruppi terroristici, se non diretto, almeno indiretto, con il finanziamento di attività «culturali» o «caritatevoli» e altre iniziative per sé non violente, ma che sono anelli di una catena che porta alla radicalizzazione, anche in Europa, per tacere dei mai trasparenti rapporti con i gruppi combattenti dai quali sono sorti Al-Qaeda e il cosiddetto «Stato islamico,» per nominare solo i più conosciuti, e i controversi rapporti con i «Fratelli mussulmani.» Sentire questi Stati rimproverarsi tra loro il sostegno al terrorismo è, diciamo così, alquanto straniante.

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La rottura delle relazioni è dovuta a ragioni economiche? Anche, ma non solo. Il Qatar è, nella regione, uno Stato di successo e costituisce un concorrente importante per gli altri.

Il Qatar è di orientamento sunnita, non dovrebbe essere alleato con l’Arabia saudita e con gli altri Stati sunniti della regione, che hanno rotto le relazioni? Vero che il Qatar è a maggioranza sunnita e presenta molte analogie culturali con l’Arabia saudita, ma ciò non toglie che possa avere un orientamento geostrategico diverso dagli altri Stati sunniti. Il Qatar intrattiene rapporti con l’Iran sciita, ad esempio, anche per gli interessi comuni tra i due Paesi nell’ambito delle risorse di gas naturale, di cui Qatar e Iran sono molto ricchi. Il Qatar, inoltre, ha sempre praticato una politica estera più libera rispetto agli altri Stati sunniti produttori di petrolio di quella regione. Per i suoi rapporti con l’Iran, il Qatar si trova perciò sul campo geopoliticamente contrapposto a quello degli altri Stati del Golfo.

Perché l’Iran è tanto antipatico agli altri Stati del Golfo? Per molte ragioni: vi è l’ancestrale contrapposizione tra sunniti e sciiti, ma, in particolare, l’Arabia saudita si contende con l’Iran il ruolo di Paese dominante della regione, sul piano delle risorse energetiche e su quello politico, e vuole depotenziarne la presenza quanto più possibile. Il rimprovero che gli Stati sunniti della regione muovono all’Iran è di «finanziare il terrorismo,» non però nel senso che diamo noi a questa parola, ma nel senso che l’Iran sostiene gruppi ideologicamente opposti all’orientamento degli Stati sunniti, ad esempio gli Huthi (sciiti) nell’attuale guerra interna dello Yemen, prevalentemente sunnita. Perciò, quando l’Arabia saudita e gli altri Stati vicini accusano il Qatar di «sostenere il terrorismo,» in realtà, nel loro linguaggio, lo accusano di «collaborare con l’Iran.» Ripeto, però: non bisogna cadere nella tentazione di ridurre il problema a uno scontro interconfessionale endoislamico, lo scenario va visto nel complesso.

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Perché tutto ciò proprio adesso? Nelle settimane scorse il presidente degli Stati uniti Donald Trump è stato in Medio oriente e ha reso riconoscibile con chiarezza (almeno a parole) il suo orientamento sulla politica estera mediorientale. La nuova posizione USA, che in realtà rappresenta un ritorno a vecchie e poco lungimiranti strategie del passato, non lascia presagire nulla di buono sul lungo periodo, ma non è possibile parlarne qui. Ciò che ci interessa, in questa sede, è che l’orientamento annunciato da Trump ha fatto sentire molto sicura di sé l’Arabia saudita, che ora sa di aver ritrovato a Washington un alleato che non le farà molte domande sui diritti umani e la sosterrà nella lotta contro l’Iran, mentre l’amministrazione Obama con l’Iran aveva concluso un accordo. L’Arabia saudita e i suoi alleati, dopo il discorso di Trump a Riad, si sentono coperti dall’alleato americano nel loro tentativo di tenere basso il profilo dell’Iran, e perciò alzano i toni con il Qatar, che con l’Iran coopera. Probabilmente non lo avrebbero fatto, se gli Stati uniti non avessero preso una tale posizione. Questa è la componente di geopolitica globale della questione, ma, come abbiamo visto, non è la sola.

Perché il petrolio è aumentato? Qualunque cosa accada in quella regione, che custodisce i più grandi giacimenti mondiali di petrolio, ne influenza il prezzo, anche per cause psicologiche. Solitamente le variazioni rientrano in breve tempo nei valori di mercato, a meno che la crisi regionale non si aggravi particolarmente.

Cosa dobbiamo temere noi, da quella crisi? Per il momento nulla di particolare, a meno che non si abbiano rapporti con il Qatar. Si tratta di vedere come reagirà il Qatar all’isolamento e alla chiusura delle frontiere, che lo mettono oggettivamente in difficoltà. L’emirato ospita anche un’importante base militare USA, perciò non è escluso che gli Stati uniti muovano passi per allentare la crisi.

Dobbiamo però tenere d’occhio ciò che accade, poiché quegli Stati, da fuori, appaiono stabili, ma hanno anch’essi, al loro interno, forti correnti di ribellione e destabilizzazione. Se gli Stati del Golfo persico perdono la stabilità, possono finire sotto il giogo dei medesimi terroristi che essi stessi hanno contribuito ad alimentare. Se un’area così strategica per ragioni energetiche e geopolitiche cade nelle mani di movimenti come Al-Qaeda o del cosiddetto «Stato islamico,» ciò può avere pesanti conseguenze anche per noi, che già subiamo i postumi di quanto accade in Siria, Iraq e in altre aree calde, sotto forma di terrorismo di matrice islamica e correnti migratorie.

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