Di papi e di Americhe vicine e lontane

La salita al soglio pontificio dell’arcivescovo di Buenos Aires suscita vari pensieri. Il più istintivo è che un papa proveniente dall’America latina presterà particolare attenzione alle domande di quella regione del mondo. Le Nazioni del Sud e Centro America stanno vivendo una crescita rapida ma contrastata e diseguale. In Paesi in pieno sviluppo, ad esempio in Brasile, permangono ampie sacche di povertà ed esclusione sociale; altri, come il Venezuela e alcuni suoi vicini, guardano al passato e costruiscono un progresso fragile su modelli sociali che hanno già dato pessima prova di sé nella storia recente.

L’America latina è un mondo in evoluzione ma che oggi sembra avere bisogno soprattutto di un’iniezione di maturità. La scomparsa del «Comandante-Presidente» Hugo Chávez Frîas sta mettendo in luce tutte le contraddizioni del Venezuela, se ve ne era bisogno. La campagna per l’elezione del nuovo capo dello Stato si svolge senza contenuti concreti. I discorsi urlati del Presidente provvisorio Nicolás Maduro Moros sono privi di programmi reali (l’ultima notizia è che l’elezione di un papa sudamericano sarebbe un riconoscimento postumo alla grandezza del defunto Hugo Chávez). Il candidato dell’opposizione Henrique Capriles Radonski gli si oppone con toni altrettanto forzati ma di vuota retorica (quando ci riesce, perché i media non strettamente fedeli al partito al potere sono in seria difficoltà, per usare un eufemismo). Il tutto condito da minacce di azioni giudiziarie e ricorsi costituzionali in ogni direzione.

Il Venezuela è solo un esempio al quale riferirsi per praticità in questo momento, ma se ci si guarda intorno e si ascoltano i dirigenti di altre Nazioni latino-americane si coglie una generale inadeguatezza delle persone. Un po’ ovunque quel continente fatica a tenere in piedi istituzioni solide. Allo Stato di diritto si preferisce il culto della personalità, al contenuto l’emozione, alla proposta concreta la dichiarazione roboante.  E i dirigenti di un popolo, non va dimenticato, sono figli del popolo stesso.

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Alla base delle difficoltà dei Paesi latino-americani non ci sono soltanto i loro mali interni. Il rapporto irrisolto con gli Stati Uniti è fonte di tanti squilibri. La diffidenza degli USA verso i governi instabili dei loro vicini meridionali è comprensibile. Meno comprensibile è che proprio le politiche di controllo agricolo e delle risorse naturali, attuate dall’Occidente nell’America centrale e meridionale, hanno di fatto impedito la nascita di classi dirigenti più responsabili. A una politica di affiancamento alla maturazione abbiamo preferito dare sostegno decennale a dittatori innominabili. Anche il ruolo di molti  uomini di Chiesa in quei regimi attende chiarimenti. Non ci si può meravigliare se oggi quei Paesi faticano ad autogovernarsi e producono dei regimi più o meno evidentemente autoritari. Quello del venezuelano Chávez ne era il più visibile ma non unico esempio.

C’è da augurarsi che l’elezione di un papa che proviene da quelle terre lanci all’America latina soprattutto un appello alla responsabilità. In quelle Nazioni la religione conserva un potere straordinario, nonostante la secolarizzazione della società e il diffondersi dei culti alternativi. Lo stesso può dirsi di molti Paesi latini del Sud Europa, che si mascherano dietro una modernità e una finta laicità, alle quali però non corrisponde una reale consapevolezza della responsabilità che comporta l’autogovernarsi in uno Stato di diritto. La situazione italiana di queste settimane è un infelice campionario di queste contraddizioni.

E’ brutto a scriversi, per chi crede fermamente che la religione debba restare un fatto intimo personale e vive in un Paese che dell’equidistanza tra fedi e confessioni ha fatto una regola da secoli, dopo essersi scannato a sangue per il predominio dell’una o dell’altra. E’ brutto a scriversi, ma c’è da sperare che grazie al Papa latinoamericano il cattolicesimo possa contribuire a richiamare alla realtà Nazioni (quasi tutte latine, quasi tutte cattoliche, ma non solo sudamericane) dove larghe fette di popolazione, quando hanno in mano gli strumenti per governarsi da sole, non riescono a usarli e si affidano ai «salvatori» di turno, a chi fa più promesse, a chi urla più forte, a chi scalda più il cuore.

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Subito dopo la sua elezione, l’America latina era già divisa tra chi considera Papa Francesco I un orgoglio del Continente e chi lo respinge come un insopportabile conservatore o addirittura lo accusa di vicinanza alla dittatura dei militari. In Europa e particolarmente in Italia la Chiesa cattolica si è squalificata per le sue imbarazzanti alleanze con politici libertini e ambienti finanziari disinvolti. Chi conosce un po’ le provenienze dei cardinali italiani che venivano dati per «papabili» si rallegra che siano rimasti tali.

C’è da augurarsi almeno che una visione meno eurocentrica della Chiesa sappia guardare agli squilibri sociali di oggi senza il distacco mondano dei vescovi abituati agli agi di curia, ma anche senza quel paternalismo accondiscendente da Promessi Sposi che rende l’Uomo fiero della sua debolezza, anziché stimolarlo a superarla. Chi è più ricco e forte deve affiancare chi lo è meno affinché cresca, ma ogni individuo, anche il meno fortunato, deve pur fare qualche appello anche a se stesso e alla propria responsabilità, non può solo contentarsi della sua debolezza o cercare ovunque nemici ai quali dare le colpe della sua malasorte. Se la Chiesa, con la forza che le resta, riuscirà a costruire questo difficile equilibrio, sarà un bene per tutti, credenti e non. Anche per la Chiesa stessa, dato che le tensioni sociali del mondo globalizzato, se lasciate sotto la cenere, potrebbero travolgere anch’essa nonostante i suoi duemila anni di storia.

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