L’estate che ha cambiato il mondo

Temporale estivo | © TTstudio
Temporale estivo | © TTstudio

 

Prima della pausa estiva vivevamo in un mondo certamente poco tranquillo, ma che non cambiava da circa 25 anni e al quale c’eravamo ormai abituati. Durante l’estate alcuni elementi chiave delle relazioni internazionali sono mutati, tanto che da oggi dobbiamo parlare di un altro mondo. Due focolai di conflitto suscitano vive preoccupazioni.

L’autoproclamato califfato islamico, che governa di fatto ampie parti del territorio siriano e iracheno, ha mostrato pubblicamente la sua posizione rispetto ai valori fondamentali dell’umanità con la decapitazione di due cittadini occidentali. Ciò che prima vedevano solo gli storici e i giuristi, ora è chiaro per tutti: abbiamo creduto troppo in fretta che lo Stato di diritto e i suoi principi si fossero ormai imposti ovunque come un fatto scontato. Che ogni Uomo li considerasse una conquista culturale positiva.

Evidentemente non è così. In Iraq e Siria a chi la pensa diversamente si taglia la testa, mentre le donne vengono vendute in gabbia come animali. Un passo indietro che si volge contro un patrimonio intellettuale che è stato sviluppato soprattutto da noi Europei. Per quanto imperfette, queste nostre invenzioni – lo Stato di diritto e i diritti fondamentali dell’Uomo – costituiscono la base del nostro benessere e della nostra libertà. Sono edifici molto fragili. La loro resistenza di fronte alle sfide dell’oggi non è garantita.

In Ucraina si è sviluppato un conflitto che già per se stesso sarebbe un grattacapo assai brutto. Se poi si analizzano i metodi con i quali viene condotta questa guerra (una parola che, da fine agosto, non dovremmo più aver timore di usare), si vede il quadro in tutta la sua dimensione. La condotta dei Paesi occidentali e il ruolo dei media sono particolarmente incresciosi. Negli ultimi mesi sono stato più volte in Ucraina. Ogni giorno seguo i media di Mosca e la raccapricciante strategia di comunicazione seguita da giornali e TV russi filogovernativi.

Le tesi di Mosca vengono riprese tali quali nel resto del mondo da intellettuali e disattenti giornalisti. Una strategia che funziona: in Occidente, molte persone dei più diversi orientamenti si ritrovano sorprendentemente unite in un solido fronte pro-russo. A destra, perché fanciullescamente entusiasmate dalla follia nazionalista di Vladimir Putin; a sinistra, perché la condotta russa, sorda a ogni richiamo, solletica la nostalgia del vecchio blocco sovietico, un mondo passato, ma che offriva pur sempre delle comode nicchie di potere. Particolarmente nei circoli intellettuali occidentali, la ricostruzione di quel mondo è assai meno indesiderata di quanto si dica ufficialmente in scritti e a parole.

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In mezzo ci sono gli ambienti economici, che temono di perdere i loro fatturati con la Russia. In questa confusione, la questione viene ignorata o sottovalutata dai più. La situazione è migliore nei Paesi di lingua tedesca e nel Nord Europa di quanto lo sia nell’Europa del sud e in America latina, dove i popoli si lasciano più facilmente condizionare dai media. Nell’Ucraina orientale sono stati messi in discussione principi di diritto internazionale che, in Europa, nessuno contestava da dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Ciò sta avvenendo con la decisiva cooperazione della Russia: il supporto di Mosca è difficile da provare giuridicamente, poiché viene attuato senza pudore, con coerenza e abilità, ma è politicamente così chiaro, che la stessa Russia ormai non si sforza più di negarlo con tanto fervore.

L’estate ha dissotterrato dai libri di storia una parola che avevamo quasi dimenticato: revisionismo. La Russia contesta l’ordine mondiale sorto dopo la fine dell’Unione sovietica e vuole cambiarlo, anche se questa intenzione cozza contro ogni evidenza del diritto internazionale. Il Cremlino persegue i suoi obiettivi revisionisti con successo, mettendo in discussione le frontiere dell’Europa dell’est. Sarebbe già abbastanza grave, se ciò avvenisse apertamente sotto le bandiere russe. Invece la Russia ha mandato in Crimea veicoli militari con le targhe di circolazione smontate e, nel Donbass, in Ucraina orientale, ha fornito ai ribelli uomini e mezzi camuffati.

Il cessate il fuoco salva vite umane ma è lontano dal risolvere le questioni di diritto internazionale. Che nei piani di Putin vi siano anche altri Paesi dell’ex Unione sovietica, in prima linea Estonia, Lettonia e Lituania, non è un segreto. La stessa Ucraina orientale non è altro che una ripetizione di ciò che nel 2008 si è già visto in Ossezia del sud e Georgia.

Anche in Iraq e Siria il «califfato» islamico ignora ogni frontiera e ogni istituzione esistente. Non vengono messi in dubbio solo elementari principi di umanità, ma l’intero status giuridico internazionale del Vicino oriente.

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Se le frontiere degli Stati non corrispondono più ai desideri degli Uomini, il diritto internazionale offre mezzi a sufficienza per garantire l’autodeterminazione dei popoli con strumenti pacifici. Questi principi sono stati codificati dai nostri nonni nero su bianco, nella Carta delle Nazioni unite e nell’Atto finale di Helsinki, fra gli altri, dopo la Seconda guerra mondiale, affinché noi, loro figli e nipoti, non dovessimo più rivedere altre guerre. Le frontiere degli Stati non si possono modificare senza il consenso degli Stati stessi.

Orbene, in merito al rispetto di questi principi, noi, oggi, siamo estremamente deboli. Nella situazione in cui ci troviamo non dovremmo però pensare alla sciagurata dottrina della «guerra preventiva,» ma ricordare piuttosto la crisi di Cuba del 1962. Allora l’Occidente seppe bilanciare l’uso del potenziale di deterrenza militare con la consapevolezza di sé e intelligenti manovre negoziali, ed evitò lo scoppio di un terzo conflitto mondiale.

Per riprodurre qui e ora quello scenario, purtroppo ci mancano gli Uomini. Finché i popoli eleggeranno i loro governanti in base a simpatia, bellezza e interessi poco lungimiranti, i leader che il nostro tempo esigerebbe continueranno a lungo a mancare.

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