Processo Eternit: domande e similitudini

C’è un caso giudiziario che suscita in me particolare interesse, perché si svolge tra due luoghi ai quali sono legato per motivi diversi: Casale Monferrato, in Piemonte, sede di uno stabilimento Eternit, e la Svizzera, Paese di provenienza del proprietario di quell’impresa.

La vicenda è nota: un gran numero di persone ha perso e perde ancora oggi la vita per un tumore, contratto a causa delle fibre d’amianto trattate nello stabilimento Eternit, chiuso ormai da decenni. Nei giorni scorsi la Corte italiana di cassazione ha annullato i precedenti giudizi di condanna dell’imprenditore svizzero imputato nel procedimento, per effetto della prescrizione del reato. Vi sono tre componenti del caso che fanno pensare: l’aspetto tecnico, la similitudine con un altro caso, maturato anch’esso in Piemonte e in un contesto lavorativo, e, infine, il modo in cui la comunicazione tratta questo e simili avvenimenti.

Sotto il profilo tecnico, come ha osservato in una recente intervista il già Vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura italiana, Michele Vietti, stupisce che un procedimento arrivi al terzo grado per vedersi eccepita la prescrizione del reato, intervenuta già prima della sentenza di primo grado. La sentenza di condanna è passata indenne in Appello, ma la Cassazione ha dovuto prendere atto che i due giudizi precedenti si erano pronunciati su un reato prescritto. Non si tratta di prendere posizione a favore dell’una o dell’altra istanza: è difficile non pensare, però, che qualcosa non abbia funzionato sin dall’inizio, se un giudizio viene stravolto su eccezioni di questo tipo.

La sentenza Eternit ricorda il caso Thyssen-Krupp, anch’esso svoltosi in Piemonte: alcuni operai perirono in un incendio all’interno dello stabilimento torinese del gruppo tedesco. I dirigenti furono condannati in primo grado a una pena molto severa, poiché la Procura ottenne dal Tribunale il riconoscimento, nella loro condotta, del dolo eventuale. In secondo grado, però, la condanna fu sensibilmente ridotta, poiché i giudici d’appello vi videro non il dolo eventuale, ma la colpa cosciente.

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E’ possibile che queste differenze di giudizio siano dovute effettivamente a un problema d’impianto: voler far dire alle leggi ciò che non dicono, per ragioni che vanno oltre la stretta logica giuridica e sconfinano nell’utilizzo della giustizia a fini di orientamento sociale.

Tali fini, in astratto, potrebbero essere condivisibili: chi non vorrebbe veder condannato a pene severissime un dirigente che abbia negletto le più elementari norme di sicurezza sul lavoro, mettendo in pericolo la vita dei suoi collaboratori? Tuttavia, nulla poena sine lege: la condanna deve basarsi sul dettato della Legge, secondo un principio di determinatezza. L’Italia, come tutti i Paesi europei continentali, non è una giurisdizione di Common law, più permeabile agli stimoli provenienti dall’evoluzione sociale e dalla pubblica riprovazione per taluni crimini. Può anche suscitare consenso, che una Procura tenti di interpretare a suo favore una disposizione penale per ottenere una condanna più severa, e vi riesca, in primo grado: si espone al rischio, però, che i gradi successivi la richiamino all’ordine, mitigando o annullando le condanne ottenute nei gradi precedenti.

Le conseguenze di queste retromarce sono catastrofiche: veniamo così al terzo aspetto, quello della comunicazione. La cittadinanza, comprensibilmente, ha interpretato la sentenza Eternit, ed anche, a suo tempo, la riduzione di pena per i dirigenti Thyssen-Krupp, come sconfitte, arbitrii giudiziari, storie d’azzecca garbugli che, alla fine, lasciano perdenti sul terreno sempre i più deboli. Se si era partiti con la volontà di mostrare che la legge punisce severamente chi pone in essere condotte abominevoli, in esito si ottiene il contrario. I notiziari, da parte loro, si gettano su queste notizie marcandone gli aspetti più emotivi, moltiplicando l’eco dell’indignazione.

Non si può provare che umana pietas, per coloro che hanno perduto i loro cari in queste tragedie; ammirazione verso chi da decenni lotta per ottenere giustizia, riprovazione verso la condotta di imprenditori senza scrupoli. Non è molto utile, anzi, forse è persino controproducente, però, rincorrere con i microfoni i parenti delle vittime, i sindaci delle città, i preti che celebrano i funerali: ci si aspetta forse che siano contenti, se coloro che ritengono essere i responsabili delle loro tragedie vengono assolti, quale che sia la formula assolutoria?

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Bisognerebbe anche ricordare, però, che, se manca una legge in grado di portare a condanna chi ha assunto certe riprovevoli condotte, perché il reato non è definito, perché il Codice penale è antiquato, per mille altri perché, non è forzando il dettato delle leggi esistenti che si otterrà l’esito sperato. Si rischia, piuttosto, un clamoroso autogol, anche dinanzi all’opinione pubblica, alla quale non si può chiedere di avere strumenti per leggere le considerazioni dei giuristi, anche se, forse, una comunicazione più attenta e meno emotiva da parte dei media potrebbe aiutare molto.

Se manca la legge per condannare chi ha commesso un fatto, la soluzione è solo una: scriverla e promulgarla. In materia di legislazione, l’Italia soffre di noti ritardi epocali, dovuti, sembra quasi inutile precisarlo, alle solite resistenze diffuse. Una legislazione e una procedura penali snelle e moderne non piacerebbero a nessuno, neppure al cittadino qualunque che una sera si mette al volante alterato e travolge un passante, e si salva dalle conseguenze della sua malefatta grazie alla mancanza del reato di omicidio stradale. Se le leggi sono antiquate, tante volte, è inutile andare a cercare le cause tanto  lontano.

 

2 commenti

  1. Non ho capito bene l’argomentazione. Il suo post si conclude dicendo che le leggi sono antiquate o carenti, ma il gudatore dell’esempio penso che verrebbe comunque incriminato per omicidio colposo aggravato, no? Nell’inizio del suo post invece mi sembra che il problema sia più una “cavillosità” (la distinzione fra dolo eventuale e colpa cosciente) con uno scopo nobile che però è controproducente. In questo caso mi sembra che la legge ci sia, ma viene forzata come dice lei.

    • Buongiorno Fausto, grazie per la Sua attenzione. In realtà non sempre i pubblici ministeri riescono a ottenere condanne adeguate, nei casi di omicidio stradale, poiché il fatto presenta delle particolarità che, per essere punite adeguatamente, richiederebbero una fattispecie apposita. Quanto alla distinzione tra dolo eventuale e colpa cosciente, so che può apparire un cavillo, ma non lo è. Concerne l’accettazione, da parte dell’agente, del rischio connesso alla sua azione o omissione – è impossibile spiegare più dettagliatamente, qui! – e perciò è un elemento centrale della valutazione della colpevolezza, nell’elemento soggettivo del reato. A dipendenza dei contesti, però, può esporsi a interpretazioni, che non sono certo questioni di dettaglio o vuota puntigliosità, tanto che la condanna può variare di molto. Cordiali saluti. LL

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