Pamela: omicidio, stranieri e falsa coscienza

Richiesta di soccorso | © Nikko Macaspac
Richiesta di soccorso | © Nikko Macaspac

L’autore dell’omicidio dovrà essere processato e condannato, così come l’autore della sparatoria «punitiva» avvenuta nelle ore successive a Macerata. Tuttavia, se fosse stata applicata la legge, la sfortunata Pamela sarebbe ancora viva. Questo è l’unico fatto di cui si dovrebbe parlare sul serio. Non si tratta di predicati politici, ma dei principi dello Stato di diritto.


 

Viaggio e lavoro con il mondo da una vita, ho perso il conto delle lingue che parlo, ho persone di colore fra i miei più stretti congiunti: non posso essere sospettato di posizioni razziste, nazionaliste o anche solo vagamente destrorse. Conosco la legge, però, e per habitus professionale non posso non notare che il cittadino nigeriano che avrebbe ucciso la giovane Pamela si tratteneva sul territorio italiano senza valido permesso di soggiorno. L’autore dell’omicidio dovrà essere processato e condannato, così come l’autore della sparatoria «punitiva» avvenuta nelle ore successive a Macerata. Tuttavia, se fosse stata applicata la norma di diritto in forza della quale lo straniero che non ha titolo di permanere sul territorio deve essere rimpatriato, quella sfortunata giovane sarebbe ancora viva.

Questo è l’unico fatto di cui si dovrebbe parlare sul serio, perché avrebbe evitato la perdita della vita della giovane e anche la successiva sparatoria. Le stesse considerazioni valgono per tutti i casi di reati commessi da stranieri illegalmente presenti sul territorio, che sarebbero evitabili, applicando adeguatamente le norme del diritto migratorio già in vigore. Se anche il giovane nigeriano venisse trovato non colpevole dell’omicidio della sfortunata diciottenne e avesse «solo» concorso ai fatti con il vilipendio e l’occultamento del cadavere, la sua posizione resterebbe gravissima, poiché vilipendio e occultamento di cadavere sono reati a sé stanti, non aggravanti specifiche dell’omicidio, anzi: allo stato attuale delle indagini, il presunto omicida ha orrendamente mutilato i pietosi resti della giovane e li stava trasportando in auto, con l’intento di sottrarli definitivamente alle ricerche, ponendo perciò in essere non la condotta tipica dell’occultamento di cadavere, ma quella dell’ancor più grave reato di distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere.

Solo un caso fortuito ha permesso di ritrovare il corpo della giovane, stipato come biancheria sporca in una valigia a rotelle. Se a vibrare materialmente i colpi che hanno ucciso la sfortunata Pamela fossero stati altri, il concorso di ulteriori soggetti attivi non farebbe che aggravare il quadro. Forse scopriremmo che anche questi sono stranieri illegali, appartenenti alla criminalità organizzata nigeriana attiva nel traffico di droga, visto l’ambiente di provenienza del giovane.

 

Perché il permesso come rifugiato?

Se il ventinovenne era dedito allo spaccio di stupefacenti, infine, il permesso di soggiorno avrebbe forse dovuto essergli revocato ancor prima della scadenza, o lui non avrebbe dovuto trovarsi a piede libero, o forse non avrebbe neppur dovuto riceverlo, quel permesso, se si fosse meglio verificato il suo profilo al momento dell’emissione. Per tragica ironia della sorte, allo stato attuale delle informazioni il giovane era entrato in Italia come rifugiato: rispetto a quali pericoli oggettivi e soggettivi gli era stata concessa la protezione internazionale? Chi verificò il suo dossier?

La norma che impone l’espulsione dello straniero che non ha titolo di rimanere sul territorio non è «razzista» e non è frutto di decisione politica. Risponde a un principio che è alla base dello Stato moderno, la cui esistenza si fonda su quattro capisaldi:

  1. L’esistenza di un territorio,
  2. L’esistenza di una popolazione stanziale,
  3. L’esistenza di una amministrazione capace di governarli e
  4. La capacità di intrattenere relazioni con altri Stati.
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Determinare il territorio di uno Stato richiede di definirne e controllarne i confini, da parte dello Stato stesso o in cooperazione con altri Stati, come nel caso dell’Unione europea; definire la popolazione richiede di stabilire in modo certo chi faccia parte di tale popolazione e chi no (nazionalità) e stabilire delle regole per coloro i quali (stranieri), pur non facendo parte della popolazione nazionale, intendano trattenersi sul territorio di cui al punto 1.; l’amministrazione di cui al punto 3. deve definire e far rispettare sul territorio di cui al punto 1. tali regole alla popolazione di cui al punto 2.; infine, lo Stato deve essere in grado di stabilire accordi con altri Stati (punto 4.) anche per il trattamento reciproco, il riconoscimento e la sanzione delle violazioni di legge commesse dai cittadini di uno Stato sul territorio dell’altro.

 

Non chiacchiere di partito, ma principi dello Stato di diritto

Questi non sono predicati di partiti politici: sono i principi su cui si reggono lo Stato di diritto e la società aperta moderni, a cui siamo giunti, dalla Pace di Vestfalia in poi, attraverso Hobbes, Rousseau, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, De Tocqueville, Bergson, Karl Popper e altri, lungo un percorso intellettuale durato quattro secoli che ci è costato lacrime e sangue. Rinunciare ad applicare questi fondamenti significa ricadere in una condizione di rapporti sociali barocchi, da Promessi sposi, fondati sulla prepotenza dei signorotti locali, sullo strapotere della superstizione e degli azzeccagarbugli.

Anche per questo motivo la permanenza illegale di stranieri sul territorio è punita, normalmente, da disposizioni penali. L’immigrazione clandestina, infatti, lede un interesse pubblico, poiché ostacola lo Stato nell’amministrare l’ordinata convivenza della popolazione sul territorio: chi si trova sul territorio ma non è cittadino nazionale e non è uno straniero autorizzato, sfugge all’attività di amministrazione e controllo dello Stato, perciò deve essere allontanato. Questa non è una questione di razzismo o di scelte politiche, ma di ordinato esercizio dell’attività amministrativa dello Stato, che è il bene giuridico tutelato dal reato di immigrazione clandestina. In Italia è in corso l’iter per la depenalizzazione dell’immigrazione clandestina: significa che il Governo non ritiene che la presenza di stranieri illegali possa ledere un diritto costituzionalmente garantito, ad esempio perché il numero di cittadini stranieri incontrollabili non registrati aumenta e lo Stato non riesce più a garantire compiutamente l’ordine pubblico e il diritto all’integrità fisica dei consociati (cittadini), ma va bene così. Qualcuno lo spieghi alla madre della sfortunata Pamela.

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Ciò che è accaduto alla giovane vittima e ai feriti della sparatoria di Macerata non è diverso da ciò che succede ogni giorno in certe città dell’Africa o dell’America latina in cui lo Stato di diritto non riesce a controllare il territorio e lo lascia in mano a potentati locali, autonomisti o narcotrafficanti che lo governano privatamente, brandendo mitra e machete. Se in Europa, di fronte ai flussi migratori, per un malinteso senso di «accoglienza» rinunciamo ad applicare i quattro principi che ho ricordato sopra, non diamo alcun aiuto agli immigrati: ricreiamo gradualmente sul nostro territorio le stesse condizioni di assenza di governo che vigono in molti dei loro Paesi. Che aiuto si potrà mai dare, a queste condizioni?

E’ stato un gravissimo errore culturale consentire che ad appropriarsi dell’affermazione di questi principi siano stati, soprattutto in Italia ma non solo, ambienti culturali e politici nazionalisti e pregiudizialmente ostili agli stranieri, con il risultato che chiunque esiga oggi l’applicazione delle norme di diritto migratorio esistenti, incluso il controllo degli ingressi e l’espulsione degli stranieri illegali, viene intimidito e tacciato tout court di razzismo, nazionalismo o addirittura fascismo. La stampa e il dibattito pubblico in Italia continuano a parlare di migranti, un termine generico che include il richiedente asilo che ha diritto alla protezione internazionale, il migrante economico che va trattato secondo regole specifiche e, a quanto sembra, anche un certo numero di spacciatori di droga e affettatori di ragazzine, minoritario ma sufficiente a far danni irreversibili.

La triste storia della giovane Pamela è la peggior illustrazione, di cui nessuno sentiva il bisogno, del perché l’Italia non abbia un briciolo di credibilità, quando chiede «aiuto» nei consessi internazionali per gestire i flussi migratori. Un Paese che commette un tale errore culturale di fondo, per giunta confondendolo con un’attitudine umanitaria e alimentando il sospetto che tale errore sia tollerato, in realtà, per coprire un gigantesco malaffare nato intorno all’«accoglienza,» non può farsi prendere sul serio. Ecco, allora, che gli Stati vicini rispondono con due parole di circostanza, ma poi rialzano le loro frontiere a Ventimiglia, a Chiasso e al Brennero.

 

Estremismo, errori e falsa coscienza

Un errore che all’interno del Paese ha contribuito non poco a diffondere i crescenti sentimenti di ostilità in una popolazione che era tra le più aperte e curiose d’Europa, verso lo straniero. Nessun giornale, nessun partito politico, nessun circolo culturale l’ha guidata a riconoscere con onestà intellettuale i fondamentali della questione migratoria. Da una parte gli estremisti della xenofobia, dall’altra gli estremisti della «cultura del benvenuto» a chiunque. Entrambi diversamente figli della stessa falsa coscienza.

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Una falsa coscienza che nasce da quella par condicio criminorum che impone, per salvarsi dalle accuse di razzismo, quando a delinquere è uno straniero, di precisare sempre che «gli stranieri commettono reati, ma ne commettono anche gli italiani (o gli svizzeri, o i tedeschi, o i francesi.)» E’ una convenzione nata dal lodevole intento di non discriminare lo straniero, ma che sta lentamente degenerando in un meccanismo meramente intellettuale, senza più legami e limiti nella realtà: in un’ideologia, per parlare più chiaro.

Per questo, non sento alcun bisogno di bilanciare il reato commesso dallo straniero con quello non meno abominevole commesso dal giovane autore della sparatoria per le strade di Macerata. Da una parte c’è un cittadino nigeriano che ha commesso reati e andrà processato e punito; dall’altra c’è un cittadino italiano che ha commesso altri reati, che saranno presumibilmente individuati nel tentato omicidio plurimo con l’aggravante dell’odio razziale, e andrà processato e condannato con pene adeguate, applicando lo stesso codice penale e la stessa procedura.

Non vi è alcuna necessità di contrappesare moralmente il reato commesso dallo straniero con quello commesso da un cittadino nazionale, per non essere accusati di razzismo («Eh… il nigeriano ha ucciso, ma anche gli italiani sparano e ammazzano»). Entrambi i soggetti dovevano rispettare la legge e astenersi da condotte antigiuridiche. Punto.

Di fronte a tutto ciò, sembra opportuno che gli unici argomenti, se proprio si sente il bisogno di parlare, siano le scuse e i possibili risarcimenti delle Autorità per aver omesso di adempiere un compito fondamentale dello Stato: la garanzia della sicurezza. Esso comprende anche l’espulsione dello straniero che non ha titolo di trattenersi sul territorio e la vigilanza su chiunque, italiano o no, si doti di armi da fuoco, specialmente se presenta profili che suscitano apprensione sociale, onde prevenirne l’uso criminale in sparatorie di strada.

Le Autorità elenchino, infine, le misure che intendono adottare nei tempi più brevi affinché abominevoli catene di crimini come questa non si ripetano. Oltre, naturalmente, a comminare le dovute sanzioni a chi, sia nel caso del giovane nigeriano sia in quello del «giustiziere» italiano, abbia eventualmente omesso atti d’ufficio. Per il resto, soltanto silenzio.

2 commenti

  1. Un articolo esaustivo e pieno di spunti che inducono a una sana riflessione, però non posso fare a meno di notare che l’autore della sparatoria di Macerata deteneva illegalmente un’arma, che si era candidato alle elezioni scorse e che molti consideravano un esaltato, cacciato anche dalla palestra che frequentava. Siccome, in ragione del diritto, lo Stato siamo noi, mi pongo una domanda: dove sono, anche in questo episodio, lo Stato e le sue leggi?

    • Gentile Luciano,

      Grazie per il Suo apprezzamento. Sia nel caso del cittadino nigeriano sia in quello del cittadino italiano sembrano essere mancate attività fondamentali di amministrazione e controllo, da parte dello Stato. Su tali mancanze ci si deve augurare che si svolgano indagini, si sanzionino i responsabili e si eviti il loro ripetersi. Lo Stato, però, non «siamo noi,» come a volte si sente. Certo, se si pensa allo Stato come comunità, si può ben dire così, ma lo Stato di diritto che esercita le attività di governo e garantisce la sicurezza è un soggetto diverso, terzo rispetto ai cittadini, ed è fondamentale che sia così. Tra Stato e cittadini, poi, esiste un patto che regola e limita i poteri reciproci, garantisce il funzionamento dell’amministrazione e limita la sua intrusione nella nostra sfera privata. Perciò, lo Stato non siamo noi: noi affidiamo allo Stato il governo della comunità e la nostra sicurezza, accettando di rispettarne le leggi, che noi stessi stabiliamo attraverso i nostri rappresentanti in Parlamento. E’ quello che si chiama «contratto sociale» ed è questo che non ha funzionato, nel caso di cui parlo qui, e non funziona ogni volta che lo Stato non adempie i doveri che noi gli affidiamo. Bisogna osservare, purtroppo, che a volte i cittadini sembrano avere più interesse ad avere uno Stato che non adempie i suoi doveri, anziché uno Stato efficiente, poiché questo obbligherebbe tutti a maggiore impegno e responsabilità. E’ una questione di maturazione civile. Cordiali saluti. LL

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